TRILUSSA.
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TUTTE LE POESIE.
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1954. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Raccolta di poesie del famosissimo Trilussa a cura di Pietro Pancrazi.
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L'AUTORE.
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Trilussa, pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri (Roma, 26 ottobre 1871. Roma, 21 dicembre 1950),  stato un poeta, scrittore e giornalista italiano, particolarmente noto per le sue composizioni in dialetto romanesco.
Con un linguaggio arguto, appena increspato dal dialetto borghese, Trilussa ha commentato circa cinquant'anni di cronaca romana e italiana, dall'et giolittiana agli anni del fascismo e a quelli del dopoguerra. La corruzione dei politici, il fanatismo dei gerarchi, gli intrallazzi dei potenti sono alcuni dei suoi bersagli preferiti. Il poeta abbandon assai presto, quasi completamente, questa forma espressiva, per passare alla creazione, intorno al 1907, d'un tipo di favola che, nella prima idea, avrebbe dovuto essere una sorta di parodia delle favole classiche, ma si sciolse subito in libere invenzioni, metricamente sempre pi variate.
Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nomin Trilussa senatore a vita il Primo dicembre 1950, venti giorni prima che morisse. Si dice che il poeta, gi da tempo malato, e presago della fine imminente, con immutata ironia, avesse commentato: "M'hanno nominato senatore a morte".
Ha avuto anche incarichi parlamentari nella Quarta Commissione permanente (Difesa) dal 14 dicembre 1950 al 21 dicembre 1950.
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INTRODUZIONE DI PIETRO PANCRAZI.
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1.
A capire l'arte e la fortuna di Trilussa, a spiegare il posto che, per un largo cinquantennio, egli ottenne tenne e mantenne, non soltanto nella vita artistica, ma senz'altro nella vita italiana, prima e meglio d'ogni considerazione critica, credo giovi rifarsi a quello che di lui ricordano i biografi. Trilussa nacque alla poesia, dalla cronaca: non si dice, in alto senso, dall'occasione: proprio dalla cronaca cittadina degli spettacoli, dei teatri, dei caff-concerti e delle altre novit o curiosit quotidiane, nei giornali o giornaletti romani di fine secolo, Il Rugantino, Il Don Chisciotte..., dove il ragazzo, uscito appena di scuola, prese a collaborare. A diciott'anni, il suo primo volumetto di versi romaneschi, Le Stelle de Roma,  in lode delle pi belle ragazze dei rioni della citt; e i suoi primi sonetti dialogati e giocosi (non ancora satirici) riflettono e commentano i baracconi, i circhi, i fenomeni delle piazze popolari.
 vero che tanti altri e diversissimi scrittori sempre nacquero e tuttora nascono dal giornale. E al tempo della giovent di Trilussa questo era forse pi vero che oggi. Quegli anni stessi, o press'a poco, nasceva nel giornale anche il romanziere D'Annunzio che nelle cronache della vita mondana, dei concerti, delle esposizioni, cercava i primi colori o i primi accordi di quello che poi sarebbe stato il grande quadro delle sue favole amatorie.
Ma subito diverso fu il caso di Trilussa: l'incontro con la pungente e cangiante attualit del giornale fu per lui un definitivo scoprirsi a se stesso: gli si rivel in quel punto la vocazione di poeta "chansonnier" (l'occasione colta al balzo, il pronto avvertimento e commento al fatto del giorno), cui rester a suo modo fedele tutta la vita.
Come anche ad altri "chansonniers" avvenne, Trilussa arricch poi di varie corde la sua lira; divenne presto senza confronto il pi inventivo e felice favolista del suo tempo; e oltre che satirico, fu poeta lirico e idillico in limpidi quadretti ed epigrammi. Tuttavia sempre con quella sortita e quello spirito: comunque egli poetasse, l'impressione di una poesia sbocciata e fiorita a quella finestra quella mattina, rest la pi bella caratteristica sua. La sua stessa lingua, il suo molto discusso "romanesco" ubbid a questa legge: si fece negli anni sempre pi vicino alla lingua comune, soltanto perch cos avveniva intanto intorno a lui. E l'origine "chansonnire" spiega anche come, per molti anni, Trilussa ebbe intorno a s tutta la simpatia e la festosit dei folcloristi e degli aneddotisti, ma un certo riserbo e imbarazzo dei letterati di pi stretta osservanza i quali, confessando di divertirsi molto, anzi di divertirsi "troppo" (Borgese), non sapevano per se Trilussa era da collocare tra i poeti d'arte che restano, o tra gli occasionali, gli improvvisatori, i popolari che passano; e spiega altrettanto bene la subito pronta, e mai smentita poi, rispondenza di Trilussa col grande pubblico dei lettori, non di Roma soltanto, ma di tutta l'Italia. Cosa del tutto eccezionale in un tempo che tra i poeti (anche i famosi poeti) e il pubblico, vide spesso nascere sospetti, dispetti e screzi: e talvolta improvvise e catastrofiche indifferenze.
Quando poi, nella piena maturit, Trilussa ebbe vinta tutta la sua partita, ed ebbe per s, oltre il pubblico, anche i difficili e restii letterati (e ci fu agli anni del primo fascismo, tra il '25 e il '30), si dette allora il bel caso che proprio un poeta dialettale e d'una sola citt (che per era Roma), fu l'ultimo poeta di grande pubblico e di universale incontro in Italia.


2.
Il primo e di gran lunga pi popolare aspetto di Trilussa fu e certamente rester quello di poeta favolista e satirico. E chi ora d un'occhiata agli indici del volume (basta spesso il titolo a farci presente tutta la poesia, tanto questo poeta fu prontamente e a tutti mnemonico), e confronta le date, si accorge che la chiave di volta di tutto il Trilussa satirico fu la favola. Non soltanto per il definitivo prevalere di questo genere letterario (favole, fiabe, apologhi) su ogni altro nel complesso dell'opera sua, e neppure per il fatto che proprio nella favola Trilussa raggiunse tutta la sua eccellenza e trionf. Ma perch fu la favola, l'invenzione geniale della favola, che dette a lui la prima consapevolezza di s e della propria originalit; e soltanto allora Trilussa si stacc dalla poesia di genere (i molti e troppi e volgarucci sonetti, coi soliti tipi, macchiette, dialoghi ecc.) alla quale, come quasi tutti i dialettali, anche egli aveva pagato troppo largo tributo. Quando Trilussa si fu impossessato della favola, anche gli altri temi suoi che non erano favole se ne insaporirono: e quella che era stata poesia soltanto giocosa e burlesca, gli si fece pi finemente umoristica o satirica. La favola fu una palestra che rinvigor tutto il poeta.
Come quasi tutti i favolisti, anche Trilussa arriv alla favola sugli esempi classici: l'immancabbile agnello: subito per capovolgendone o storcendone la morale, cos da dare al lettore l'umoristica sorpresa di cosa vecchia e risaputa, improvvisamente contraddetta e fatta nuova. Mirando soprattutto a questo effetto, le prime favole sue furono pungenti quasi a ogni verso, estremamente asciutte, epigrammatiche. Renato Serra, il pi fine letterato di allora, lo avvert subito: "La favola di Trilussa  tutta nel gioco e nel moto: non c' colore n corpo altro che basti a reggere i sali, come dicevano i vecchi, a lanciarli con l'elastica percossa che d il tamburello alla palla".
Quando poi Trilussa si fu fatta la mano (e fu lentamente e gradatamente, come vogliono succeder queste cose) si sganci dalla favola classica e invent le favole sue.
E da allora per tutta la vita non smise pi: con una ricchezza, fertilit e variet di invenzioni che lo mettono di gran lunga al di sopra d'ogni altro favolista nostro, d'ogni tempo. Questo merito e vantaggio di Trilussa su tutti, non  stato detto ancora abbastanza. Trilussa non ebbe soltanto una eccezionale facilit combinatoria sugli elementi tradizionali della favola: ma ne arricch lui il repertorio straordinariamente, inventando di sana pianta, e di disegno tutto nuovo, centinaia e centinaia di originali favole e apologhi. Basta un'occhiata alla tavola degli animali parlanti (in fondo al libro), per scoprire, oltre le preferenze, qualcuna almeno delle novit di Trilussa. Sopra tutti gli animali sta il Gatto; Somari e Leoni quasi si pareggiano; ma insolitamente qui ha gran posto (ventisette comparse) il Porco. Poich siamo a Roma, l'Aquila e la Lupa non mancano; ma, sempre essendo a Roma, quanti pi animaletti piccolo-borghesi, Pulci, Pidocchi, Bacherozzi, Saltapicchi, Centogambe, Zanzare, Sarapiche, insoliti alle favole. Alcuni Grilli, Lucertole e Farfalle fanno intanto il collegamento tra la satira e l'idillio poetico di Trilussa.
Ma coi soliti o con gli insoliti animali, Trilussa disegn e colori poi la favola in un modo tutto suo.
Certamente le favole di Trilussa non hanno il classico e allusivo sorriso ab aeterno che illumina le favole di La Fontaine. Ma i suoi animali non hanno neppure la sterilit zoologica arcadica e morale delle favole settecentesche, dove ogni animale porta il cartello di quel vizio o quella virt, e fermo l. Trilussa ti combina ogni volta un raccontino, un quadretto o un epigramma, che vuol valere e vale anche pittoricamente e per s; e dove gli stessi animali, appena possono, ci stanno con un punto di colore, un aggettivo, un segno o una smorfia che li individua. Come gli altri favolisti, anche Trilussa fa l'apologo, dunque insegna o suggerisce qualcosa: ma si sente che, prima di tutto, Trilussa vuole divertirsi lui per via, e che dopo il lettore si diverta. Non si contenta perci della felice trovata finale: spesso ogni strofa, talvolta ogni verso ha la sua trovata. E dalla pi rapida prontezza di tutto, senti che la favola di Trilussa non nasce mai da un generico impegno a moraleggiare. Come tutte le altre satire sue, anche le favole saltano fuori a commento della vita: spesso di un fatto appena allora accaduto e risaputo, di un personaggio del giorno. Intanto sul giornale di quella mattina, sono, come allora si diceva, favole trasparenti; pi tardi, nel libro acquisteranno anch'esse quell'universalit, quell'aria di sempre che le favole devono avere. Serra avvert bene (e assai prima che Trilussa desse il meglio di s) anche questo: "...la felicit arguta di quei bozzetti, una delle poche cose spiritose e piacenti che abbia la nostra letteratura...".
Diversa e controversa resta invece l'opinione sulla portata morale della favola, e in genere della satira, di Trilussa.  chiaro che nominare (fu anche fatto) Orazio, Giovenale e Persio, con tutta l'acqua che da allora pass sotto i ponti di Roma, pu essere un simpatico campanilismo all'ombra del pi gran campanile del mondo; ma  tempo perduto. E non regge nemmeno il ricordo, tanto pi vicino, del Belli. La satira del Belli, impastata in quella sua umanissima misantropia, quel suo fenomenale alterco d'una sola voce con Papa Gregorio, che dur quanto la vita, fu l'ultimo duello d'una polemica secolare che proprio con lui finiva. E Trilussa satireggi invece uomini e cose di una societ che appena appena allora cominciava; al confronto, un mondo in fasce. Quanto era stato compatto, unitario, monumentale, pur nella imminente rovina, il bersaglio del Belli; altrettanto mobili, cangianti, volanti e pi spesso di sola carta erano i bersagli di Trilussa. Ma sono poi questi gli inevitabili confronti che non dicono nulla. Al pi, si potrebbe concludere che la provvida natura, a due tempi tanto diversi, seppe procurare due tanto diversi e adatti poeti.
Ma quale propriamente fu l'animo di Trilussa, la sua convinzione nell'esercizio della satira; Qui corsero due opinioni opposte.
Con riguardo soprattutto ai sonetti e ai bozzetti, fu detto che la satira di Trilussa avrebbe press'a poco i caratteri del mondo ch'essa rappresenta. Un mondo (si disse) fatto di donnette, piccole eccellenze, nobili spiantati, tenentini, impiegatucci, rigattieri, canzonettiste, indovine, cocotte, mezzane, servi, barbieri, portieri, cantastorie, vetturini... Piccola gente, piccolo mondo mediocre, impastato di mediocri vizi e mediocri virt; dipinto s molto al vivo, per commentato quasi mimeticamente, con un mediocre animo pari.
Con riguardo soprattutto alle favole, fu per detto, e fu Ferdinando Martini a dirlo, tutto l'opposto. "Tutta l'opera di lui si direbbe lo sfogo o forse il lamento di un pessimista. Le sue favole hanno l'acre sapore della satira; nelle quali l'arguzia quasi sempre felice non desta il sorriso senza velarlo di malinconia. Leggetele e ponderatele. Tutto  falsit e simulazione in questo terzo pianeta, anche le lagrime delle vedove, anche la mestizia di chi segue il feretro di un amico; bolgie dantesche i partiti politici donde l'uomo onesto  cacciato come un intruso; il decoro della vita serbato, no pe' la morale: p'er codice penale; fra una donna e una tigre, pi mite talora l'animo della tigre. Questa l'umanit quale il poeta la mostra. Le bestie vendicative possono essere soddisfatte. Trilussa le ha servite a dovere." Cosa singolare: Ferdinando Martini che non esagerava mai, quel giorno del 1919, esager anche lui. Il pronto ricordo del lettore del resto lo corregge subito: ci fu mai nessuno che dalle favole di Trilussa uscisse turbato o d'umor nero?
Tra le due opposte opinioni, probabilmente la verit sta nel mezzo. Intanto, poich le satire e le favole (e i poetici idilli che tra poco vedremo) nacquero dallo stesso uomo, volendone indicare la morale, sar giusto fare la media. E allora si vede che, nei casi grossi (quando il male o la cattiveria vincono, e l'uomo fa pi torto all'uomo), la satira di Trilussa ebbe il risentimento e il giudizio che doveva avere: "oggi che l'odio  quasi obbrigatorio - io nun odio nessuno!". Ma coi difetti o anche vizi al minuto, che sono quasi il condimento del vivere, e poich tutti siam macchiati di una pece, Trilussa fu ricco di molto sorriso e sopportazione. E la moralit troppo pessimista, o troppo drastica, che resta in fondo a qualche favola; oppure, al contrario, il commento morale troppo corrivo che accompagna qualche satira (come poi il sentimento troppo facile o troppo cantato di qualche idillio), sono difetti da mettere nel conto del poeta "chansonnier". Al poeta "chansonnier", in certi casi, davanti al suo pubblico, anche un eccesso di evidenza, o una cadenza pi facile, o una commozione pi scoperta, giovano. Su alcune poesie di Trilussa (spesso le pi celebri, raramente le pi belle) batte infatti come una luce di ribalta. E quante volte, nelle tarde sere all'osteria, vecchio uomo di teatro ci sembr lui tra gli amici a capotavola, con quella sua grande faccia inamovibile, gli occhi spesso un po' attoniti, ma cos improvvisi invece e tondi i motti e le parole. Un antico burattinaio tanto sicuro e uguale a se stesso, che con la stessa bella familiarit, ti metteva in scena i re e gli animali della favola e gli uomini veri: aristocratici, borghesucci, popolino. E quella sua impassibile equidistanza, al centro di tutto il suo mondo, faceva il poeta e l'uomo Trilussa molto simpatico.
Quanto al compito precipuo suo nei cinquant'anni della vita italiana, che le toccarono, si direbbe che la satira di Trilussa ebbe soprattutto l'ufficio di ridurre, anzi di sistematicamente sgonfiare, prima le piccole o grandi esagerazioni, e poi i veri o finti fanatismi che si alternarono sulla scena. Trilussa fu un grande riduttore. E come ai satirici sempre avviene, i tempi pi malaugurati furono quelli che gli offrirono di pi e pi lo aiutarono.
Console Giolitti e regnando la democrazia, sulla corte, il parlamento, i partiti, l'esercito, la diplomazia, i massoni, i preti, i commendatori, gli affaristi, i banchieri, i bancarottieri..., Trilussa disse via via tutto quello che un satirico allora poteva dire. A un certo punto si ebbe anzi l'impressione che Trilussa si ripetesse un po'. Senza dire che la democrazia, lasciandole tutte le porte aperte, alla fine stracca e infiacchisce la satira. Oppure l'invita al peggio: difficile e raro  far satira aristocratica in tempi democratici.
Ma duce Mussolini, imperando il fascismo e la censura, la situazione si capovolse: quello fu un paradiso, anche se difficile e talvolta pericoloso paradiso (ma paradisi facili non si dnno), per un poeta satirico. Lasciando il peggio (che poi non appartiene alla satira...), tutti quegli uomini nuovi smaniosi di cose nuove, quasi insensibili al ridicolo, messi per una strada di gesti, grandezze e grandezzate sempre pi grandi, offrivano tanto fianco alla satira, che ci fu un momento che in Italia satirici fummo tutti. Nel gran motteggiare d'allora, in quell'aria generale di intelligenza e di ammiccamento, l'obbligo di un poeta satirico era quello di riuscir lui il pi inventivo, bravo e spiritoso di tutti; e si sa quant' difficile avere pi spirito di tout le monde. Trilussa ci riusc. Presto divent lui il centro di quel mondo, l'Omero di quei rapsodi: le sue favole che circolavano a memoria prima che scritte e in una settimana si risapevano in tutta Italia, facevano la sintesi, segnavano il punto. E come ai satirici molto spesso accade, anche l'odiata censura gli giov. Costretto a destreggiarsi, a schermarsi, a infingersi, spesso a giocare sulla bivalenza della favola, Trilussa usc arrotato e affilato dalla insolita disciplina. Da allora, tutta la satira sua, e non soltanto quella politica, si fece tanto pi finemente allusiva e scaltra. Il miglior Trilussa satirico, in tutte le sue direzioni, sar sempre da scegliere l.
Tanto diversi e quasi da opposti poli, tra il '30 e il '40 Benedetto Croce e Trilussa, tra tutti i nostri scrittori restarono le voci pi libere. E se Trilussa per parlare dovette spesso far uso di astuzie e paraventi, qualche volta per parl cos tondo e tanto chiaro, da stupirne anche oggi. Nel libro Giove e le Bestie pubblicato nel '31, s'incontra questo Grillo zoppo.
Ormai me reggo su 'na cianca sola
- diceva un Grillo. - Quella che me manca
m'arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m'accorsi d'sse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c'ebbi che un pensiero:
de rivol in giardino.
Er dolore fu granne... Ma la stilla
de sangue che sort da la ferita
brill ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedir
ogni goccia de sangue ch' servita
pe' scrive la parola Libbert!
Pu essere artisticamente una favola mediocre; e l'orecchio di Trilussa certamente l'avvert. Tanto pi merito, averla scritta e pubblicata allora.


3.
Fra il Trilussa favolista e satirico che s' visto, e quello lirico e idillico di cui diremo ora qualcosa, non ci fu veramente il taglio netto e il salto che le parole vorrebbero. Come il satirico, nel corso della satira, non rinunziava a essere anche un poetico e delicato pittore, cos il lirico (aiutandolo in ci lo stesso dialetto) trov sempre risorse, estri e scorci nell'arguzia.
Comunque, allo spartiacque tra i due generi, ci metterei le Fiabe: quelle curiose Fiabe di Trilussa che somigliano molto alle sue favole animalesche ma dove ai parlanti animali si sono sostituiti pi addobbati personaggi, Re Baiocco, Re Chiodo, Re Carlone, il Nano Orme, il Mago e la Strega, l'Orco innamorato. E aggregherei al gruppo anche le sestine della Porchetta bianca e della Verginella con la coda nera. Con personaggi che possono venirgli dalla tradizione popolare o dal Cunto de li Cunti, e le sestine questa volta insolitamente cadenzate al modo dei cantri popolari (ma troppo maliziosi cantri), qui vedi Trilussa che tenta un pi disteso o pi colorito narrare. L'impressione ultima  per che il poeta regga il disegno pi largo con qualche fatica. E il meglio di quei poemetti resta negli arguti particolari. La poesia pi sua resta altrove.
In tutti i libri di Trilussa, ma specie negli ultimi, incontri quadretti, idilli, teneri epigrammi, ricordi, che, a ripensarli insieme, formano un piccolo intimo canzoniere. E strano  che il canzoniere intimo di questo poeta, che in tanta parte dell'opera sua sta cos attaccato al vero e spesso al crudo vero, sia campato quasi tutto nel desiderio o nella nostalgia, e canti di preferenza amori e affetti non goduti o troppo presto perduti; e vi abbia tanta parte il sogno.
A che famiglia di poeti appartenne questo Trilussa?
Dietro il Trilussa giocoso o satirico ci fu chi, oltre i soliti dialettali d'obbligo, avvert il ricordo o un'aria a volte del Giusti (nelle due direzioni, La chiocciola e L'amor pacifico), e io ci aggiungerei il Pananti delle sestine (Il Poeta di Teatro). Del Trilussa lirico, Pietro Paolo Trompeo, che ha scritto fini pagine sull'argomento, ha giustamente detto che "i suoi primi modelli devono essere stati i poeti della generazione intermedia tra Carducci e D'Annunzio; il sentimentale Stecchetti e il Panzacchi delle romanze per musica". Silvio d'Amico e altri dissero altrettanto bene, e senza perci contraddire Trompeo, che Trilussa pu anche essere considerato un crepuscolare avanti lettera. Avanti o dopo la lettera, non lo so, ( incredibile quanto sia difficile stabilire le precedenze tra poeti contemporanei); ma  certo che in qualche interno di Trilussa risenti cadenze di Gozzano. E talvolta quasi parodisticamente, o in ischerzo:
Un tanfo de rinchiuso e de vecchiume,
robba ammucchiata che nessuno addopra,
stracci, cartacce, libbri sottosopra,
un antenato, un lavativo, un lume...
De tant'in tanto nonna, impensierita,
va su in soffitta e passa la rivista
de li ricordimpicci de la vita,
prima che un nipotino futurista
facci piazza pulita...
Dove gli ultimi versi, rompendo il ritmo, anzi scherzandolo, vogliono liberarsi da quella prima suggestione.
E in certi pi incantati cortili e giardini suoi vedi affacciarsi Palazzeschi:
Er cortiletto chiuso
nun serve a nessun uso.
Dar giorno che li frati de la Morte
se presero er convento, hanno murato
le finestre e le porte;
e er cortile rimase abbandonato.
Se c'entra un gatto, ammalappena  entrato
se guarda intorno e subbito risorte.
Tra er muschio verde e er vellutello giallo
ancora s'intravede una Fontana
piena d'acqua piovana
che nun se move mai: pare un cristallo...
E Palazzeschi si risente anche in certi dialoghi. Cos in questo dialogo sognato (uno dei tanti sogni di Trilussa)
Da un anno, ogni notte, m'insogno e me pare
d'ann in un castello
...
Er mastro de casa, ch' un vecchio mezzano,
m'insegna una porta, me bacia la mano
eppoi sottovoce me dice: -  arrivata
la donna velata...
- Ma quale? - je chiedo - la palida, forse,
che stava a le corse?
o quela biondina coll'abbito giallo
ch'ho vista in un ballo?
 comodo e bello
d'avecce un castello
nascosto ner sonno,
ch armeno, la notte, ce faccio l'amore
co' tante signore
ch'er giorno nun vonno.
- Der resto lei stessa,
signora duchessa,
co' tutta la posa
superba e scontrosa,
m'accorgo che in sogno me tratta un po' mejo
de quanno sto svejo.
Nun solo me guarda, ma spesso me dice:
- So' propio contenta! So' propio felice!
- Davero? - je chiedo. - Ma allora perch
nun resti co' me? -
Quel maestro di casa, quella donna velata, quella duchessa, potremmo averli incontrati nell'Incendiario. Ma questi echi non mutano poi il tono fondamentale del poeta: andate a rileggere quelle poesie per intero nel libro, e vedrete che il risultato  tutto e soltanto di Trilussa. Egli ebbe troppa nettezza di disegno, troppa precisione d'immagine e rotondit di parola per rientrare comunque nella famiglia dei crepuscolari. Quegli echi possono se mai testimoniare che, in quel suo grande studio ottocentesco quasi fuor del mondo, e nel cerchio cos finito e definito della sua poesia, Trilussa stava per in orecchi, pi che non sembrasse.
Chi poi volesse antologizzare nell'opera sua per frammenti (usava tanto qualche anno fa), vedrebbe quanto questo poeta facile poteva essere segretamente squisito. Una mattina presto:
Doppo una notte movimentatella
ritorno a casa che s' fatto giorno;
gi s'apreno le chiese; l'aria odora
de matina abbonora e scampanella...
Notturno in un orto (quasi alla Burchiello):
Dodici Lucciolette erano scese
co' le lanterne accese
a illumin li broccoli d'un orto...
Una moralit: come i rospi vedono il mondo:
Nojantri Rospi, senza ann lontano,
vedemo tutto er monno che se specchia
ner fango der pantano.
Dovessi poi dire io quali sono i suoi pi belli e originali punti d'arrivo, li indicherei in certe poesie molto brevi che tengono insieme e della favola e della lirica; per senza alcun peso, essendosi favola e lirica prestate, l'una all'altra, soltanto l'arguzia e la leggerezza. La Colomba:
Incuriosita de sap che c'era
una Colomba scesa in un pantano,
s'inzaccher le penne e bonasera.
Un Rospo disse: - Commarella mia,
vedo che pure te caschi ner fango...
- Per nun ce rimango... -
rispose la Colomba. E vol via.
Un epigramma cos trasparente, pi soffiato che detto. Pi giuoco, pi scherzo c' in Presunzione:
La luna piena che inargenta l'orto
 pi granne der solito: direi
che quasi se la gode a rompe l'anima
a le cose pi piccole de lei.
E la Lucciola, forse, nun ha torto
se chiede ar Grillo: - Che maniera  questa?
Un po' va be': per stanotte esaggera! -
E smorza el lume in segno de protesta.
Ambiguamente nuove, certe favolette di senso e di morale incerta, dove Trilussa sembra seguire il consiglio che Aurelio Bertola dette ai favolisti, di porre innanzi al lettore lo specchio, "ricoprendolo di un sottil velo e quasi ripiegandolo di traverso". La paura:
Un sorcio, trasportato in un deserto
drento ar bagajo d'una carovana,
a mezzanotte se n'usci a l'aperto;
ma un'ombra, che sbucava da una tana,
lo fece insospett d'sse scoperto.
- Chi va l? - chiese er Sorcio. Detto fatto
un ruggito rispose: - So' un Leone.
Che te spaventi a fa'? Diventi matto?
- Uh! - dice - scusa!  stata l'apprensione,
perch t'avevo preso per un gatto.
Che cosa vorr poi dire? Proprio quest'incertezza fa la favola pi arguta. Ecco invece soltanto un affilato epigramma: Fischi.
L'Imperatore disse ar Ciambellano:
- Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che, m'accompagna sempre indove passo.
Io nun so s' la rota o s' un cristiano...
Ma in ogni modo daje un po' de grasso.
Autoritratto dell'autore come un momento davvero fu: col piglio ancora giovane, ma la grande vecchiezza trasparente.
La strada  lunga, ma er deppi l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ci er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.
Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cr destino in saccoccia.
A resultati cos rapidi e sicuri arriv costantemente soltanto il Trilussa maturo. Perch non solo l'arte, ma anche l'ispirazione si conquista.
Ferma nel tempo rest invece la morale (o diciamo, il senso della vita, dell'umana sorte) in Trilussa. Poeta di poca dialettica, gi in partenza egli portava con s il suo punto d'arrivo.  del 1906, cio tra le sue prime prove, Er Re e er Gobbo.
Un Re che commannava anticamente
chiese a un Gobbetto: - E tu che fai de bello?
- Che vi che faccia? - je rispose quello.
- M'ingegno a da' li nummeri a la gente,
cos je levo quarche sordarello,
sfrutto la gobba e campo allegramente.
T'ho copiato ner metodo, perch
me s'ho voluta combin pur'io
una lista civile a modo mio
pe' vive a sbafo come vivi te:
io nacqui gobbo e tu sei nato Re...
Tiramo avanti e ringrazziamo Iddio.
La favola giovanile certamente non  perfetta (il Gobbetto parla troppo); ma negli ultimi due versi mi pare di sentire, nella voce e cadenza pi sua, l'intima morale di Trilussa.
Nel corso del sermone, di proposito, e anche dove la tentazione c'era, mi sono astenuto dal citare il Trilussa pi vistoso o famoso. Ma infine ho voluto offrire al presunto lettore meno pratico un piccolo campionario (quasi frecce indicative) di quello che fu il Trilussa pi intimo e delicato poeta.
Ora, prima di chiudere, vorrei per mettere tutti i lettori in avviso. Trilussa  un poeta ingannatore. Ci furono, e ci sono, poeti che vi ingannano con l'apparente loro grande complessit, ("se vi l'ammirazione de l'amichi - nun faje cap mai quello che dichi"). Trilussa vi inganna invece con l'apparente estrema semplicit sua. Almeno in ci, questo poeta somiglia un classico. (E penso che, bene scelto, Trilussa sarebbe piaciuto al Manzoni.) Ci fu in lui tanta e continua ricchezza di vena, di temi, di trovate, di rime; le poesie belle sue ebbero sempre in grado eminente quella spinta, quel movimento che significa vita; ma tutto questo era in lui cos naturale che quasi non s'avvertiva. Ci sono nel mondo cose che, per essere naturalmente belle, oppure per essere riuscite benissimo, finch durano, ne godete quasi senza accorgervene. Ve ne accorgete per dopo, vi fanno vuoto quando mancano.
E cos  della poesia di Trilussa. Chi per tanti anni lo segu e lo sent poetare gli estri suoi e le sue fantasie, e commentare con quella sua inconfondibile voce e quell'umore i tipi e le cose della vita italiana, oggi, nel suo silenzio, avverte che Trilussa  veramente un'assenza. Trilussa ci manca.
PIETRO PANCRAZI.


LE POESIE.  I SONETTI.  ROBBA VECCHIA 1890-1912.
 ER VENTRILOCO
Se credi a questo, sei 'no scemo, scusa:
p sta' che un omo parli co' la gente
come se ne la panza internamente
ciavesse quarche machina arinchiusa?
Nun credo che in un'epoca che s'usa
d'apr la bocca senza di' mai gnente
esista 'sto fenomeno vivente
che dice tante cose a bocca chiusa!
Parla cr ventre! Oh questa s ch' bella!
Sortanto er poveraccio che nun magna
se sente fa' glu-glu ne le budella.
Io stesso, speciarmente a fin de mese,
me sento che lo stomaco se lagna...
Ma sai ched'? La voce der Paese!

 ER BARBIERE E L'AVVENTORE
In questo qui so' come San Tomaso,
o Sonnino o Giolitti, sia chi sia...
- Famme la barba, Pippo, tira via...
- Er proletario ormai s' persuaso
che se un governo de la borghesia
sfrutta er lavoratore, in de 'sto caso...
- Abbada, Pippo, m'insaponi er naso...
-  tanto peggio pe' la monarchia!
- Peggio per me! me scortichi! fa' piano!...
- Ma intanto er socialismo progredisce...
- Attento ar pedicello!... - E a mano a mano...
- M'hai fatto du' braciole sur barbozzo...
- Un giorno o l'antro sa come finisce?
- Finisce che me taji er gargarozzo!
 LA TINTURA
La mi' padrona dice che l'amore
dipenne dar capello de le donne:
ch'a li mori je piaceno le bionne
e i li bionni je piaceno le more.
Cos, quanno madama la baronne
je manna un ufficiale pagatore,
pija la boccettina der colore
pe' tigne li capelli e lo confonne.
Se er marco  bionno la dipigno mora,
se  moro cambio boccia e je li bagno
co' l'acqua ossiggenata che l'indora.
Io poi, se sa, m'argolo. Una sera
che venne a casa un principe castagno
la tinsi mezza bionna e mezza nera.
 IO E VOI
S, fra me e voi ce corre un gran divario
come er giorno e la notte, tale e quale,
perch ciavemo tutto disuguale
e la pensamo sempre a l'incontrario.
Voi marciate in carrozza padronale
e ogni giorno cambiate de vestiario;
io, invece, che ci giusto er necessario,
vado a pedagna e vesto sempre eguale.
Voi sete bionna bionna, io moro moro,
voi sete bianca bianca, io nero nero,
voi campate de rendita, io lavoro;
quer che ci io nun ce l'avete voi...
Se l'estremi se toccheno davero
perch nun se toccamo puro noi?

 ER PAPPAGALLO SCAPPATO
Lei me chiam e me fece: - Sarvatore,
er pappagallo jeri scapp via
perch nu' richiudeste er coridore;
eccheve er mese, e fr de casa mia. -
Te pare carit, te pare core,
pe' 'na bestiaccia fa' 'sta bojeria,
mette in mezz'a 'na strada un servitore
che deve port er pane a la fama?...
Ma io so tutto: er fatto der tenente,
le visite a Firenze ar maresciallo,
la balia a Nemi... e nun ho detto gnente.
Percui stia attenta a lei, preghi er su' Dio,
ch se me manna via p'er pappagallo
vedr che pappagallo che so' io!

 LA SERVA AR TELEFONO
Pronto? pronto? Pi forte, nun se sente...
 lei, sor conte, ch'ha telefonato?
Che? voleva parl co' l'avvocato?
Nun c': sta fra:  ito da un criente.
V sap s'aritorna? Nun so gnente:
lui m'ha lassato sola, m'ha lassato...
Che dice? vi qua lei? come? ch' stato?
Dico... sor conte, che je sarta in mente?
E gi... ciamancherebbe puro questa!
Se vi nu' j'apro... nu' je la do vinta...
Pe' chi m'ha preso? So' 'na donna onesta!
Emb, la pianta? gnente ce v un pugno?
Lei badi come parla, ch so' grinta
de daje 'sto telfeno sur grugno!

 LE CORRISPONDENZE AMOROSE
Lui se firma Mughetto e lei Viola,
je scrive sur giornale, lo so io:
ma nun parlate, pe' l'amor de Dio,
che me d la licenza a la spagnola.
Se paga du' bajocchi la parola;
un giorno che je scrisse: Idolo mio!
Aspetterotti, Bacerotti, addio,
sai quanto spese? Mezza lira sola.
Lui, prima, annava a casa; dar momento
ch'er boccio se n'accorse, cominciorno
a daje co' l'avvisi a pagamento.
E m er marito manco se l'immaggina
che queli dua, co' pochi srdi ar giorno,
je metteno le corna in quarta paggina.

 DAR BOTTEGHINO
Sor botteghino mio, me so' insognata
un mostro nero, brutto, puzzolente,
che me sartava addosso, e l presente
c'era mi' nonna e c'era mi' cognata.
Io tutt'impavurita e spaventata
cercavo de scapp, ma in quer tramente
m' preso, sarvognuno, un accidente,
m' amancata 'na cianca e so' cascata.
Er mostro m'ha aggranfiato co' 'n artijo
e m'ha portato in mezzo a l'antri mostri...
Vojo gioc: che nummeri ce pijo?
- 50 er mostro che ve porta via.
47 li parenti vostri,
32 l'accidente che ve pa.
1890.

 L'ARRESTATO
Ma queste so' maniere da burino!
S, s, va b', tu porteme in questura,
ma lasseme la giacca... E ch'ai paura?
Te credi d'arest quarch'assassino?
E che te spigni? l'anima? Cammino
come me pare! mica c' premura!
Se voi che t'arispetti la montura
tu fa' la guardia, ch'io fo er cittadino!
E doppo dice ch'uno s'aribbella!
Vojo che me ce porti co' le bone!
Dunque cammina e mosca! Oh quest' bella!
E abbada a te, mannaggia l'animaccia...
ch si me fo pij le convursione,
t'abbotto er grugno de cazzotti in faccia!
1918.

 L'IMBROJI DE LA PADRONA.
L'imbroji de la moje li so io
che li conosco bene e ce sto drento;
giorni fa, che nun fece un pagamento,
me disse: - Pietro, pe' l'amor de Dio,
quanno vi quela faccia de giudo
pe' la quistione der pignoramento
di' che la robba de 'st'appartamento
sta tutta in testa der marito mio. -
Quanno venne l'uscere inviperito
je feci, dico: - La padrona mia
ha messo tutto in testa der marito. -
Ma l'uscere, che sa 'ste marachelle,
guard le corna sopra la scanza
e me chiese, ridenno: - Puro quelle?
1890.

 L'ISTINTO
 er corpo istesso che sente spinto:
presempio, puro una signora onesta,
quanno piove, che fa? s'arza la vesta
perch se sente spigne da l'istinto.
Percui 'sto movimento o vero o finto
lo famo senza mettece la testa;
fra l'antre cose, io m t'insegno questa,
e doppo me dirai se t'ho convinto.
Vedi un carro de fieno? Eh! nun se sbaja:
tutti quelli che passeno je tocca
d'annaje accosto e de rubb una paja.
E dar signore infino ar cerinaro
li trovi tutti co' la paja in bocca...
Emb, ched'? L'istinto der somaro.

 ER TEPPISTA A LA DIMOSTRAZZIONE.
Li sassi che volaveno per aria
cascaveno de peso tra le file
de li sordati, verdi pe' la bile
de conserv la carma necessaria.
Come vi che sparassero? Er fucile
che mira su la crasse proletaria
 un'infamia, un sopruso, una barbaria
che fa vergogna a un popolo civile!
E pe' questo tiravo! A un polizzotto
je detti un srcio in testa e je strillai:
- Impunito! Bojaccia! Galeotto! -
Era precisamente er brigadiere
che m'arest quer giorno sur tranvai
perch fregai l'orloggio a un forastiere.

 L'INDOVINA DE LE CARTE
- Pe' fa' le carte quanto t'ho da d'?
- Cinque lire. - Ecco qui; bada per
che m'hai da di' la pura verit...
- Nun dubbitate che ve la dir.
Voi ciavete un amico che ve v
imbroj ne l'affari. -  Nun p sta'
perch l'affari adesso nu' li fo.
- Vostra moje v'inganna. - Ma va' l!
So' vedovo dar tempo der cucc!
- V'arimmojate. - E levete de qui!
Ce so' cascato e nun ce casco pi!
- Vedo sur fante un certo nun so che...
Ve so' state arubbate... - Oh questo s:
le cinque lire che t'ho dato a te.
 PER DIRETTISSIMA
- Come ti chiami? - Lombardoni Mario.
- D'anni? - Ventuno. - Scapolo? - Ammojato.
- Di professione?... - So' disoccupato.
- E come vivi? - Magno er necessario.
- Bravo! E tuo padre fu?... - Tutt'er contrario!
- Che cosa intendi dire?... - Che so' nato
quanno mi' padre stava carcerato:
so' fjo d'un errore giudizziario.
- Come saprai, le guardie t'hanno visto
sortire di nascosto da una chiesa
dopo d'aver rubato un Ges Cristo.
Un crocefisso d'oro... - Quest' vero...
- E che cosa puoi dire in tua difesa?
- Che se rispetti er libbero pensiero!

 L'ASSICURAZZIONE DE LA VITA
Dice ch'a Roma c' 'na compagnia
de gente ch'assicureno la vita;
io 'sta frescaccia nu' l'ho mai capita
e dico ch' 'na gran minchioneria.
Anzi me pare propio un'eresia,
perch quanno ch' l'ora stabbilita
ch'er Padreterno la v fa' finita,
che t'assicuri? l'ossa de tu' zia?
 'na speculazzione immagginata
pe' fa' srdi a le spalle de la gente
che ce crede e ciaresta buscarata.
L'ha provato er sor Checco, er mi' parente:
co' tutto che se l'era assicurata
 morto tale e quale d'accidente.
 L'ARBERO GENALOGGICO
Tra li quadri ch'er conte ti attaccati
c' un arberone indove ce se ponno
ved come quarmente l'antenati
uno per uno so' venuti ar monno.
Su 'st'arberone qui, da cima a fonno,
ce stanno tutti nomi scritturati:
da la radice ch'ha piantato er nonno
sino a l'urtimi fiji che so' nati.
A me, per, me pare una scemenza
d'avello incorniciato: la radice,
bella che vecchia, ancora sta in crescenza.
M er conte pija moje: de qui a un anno
bisogner ch'allunghi la cornice
pe' li gran rami che je spunteranno!
 ER REGGISTRATORE DE CASSA
Parla un commesso
Anticamente, quarche sordarello
su quello che spenneva l'avventore
se poteva rubb, senza er timore
ch'er padrone scoprisse er macchiavello.
Ma, adesso, addio! Co' 'sto reggistratore,
appena l'apri, sona er campanello
che te segna debbotto tutto quello
che levi e metti drento ar tiratore.
Cos che rubbi? Cavoli! Der resto
c' er gusto che la sera torni a casa
convinto d'esse stato un omo onesto:
e nun t'accorghi ch'er galantomismo
dipenne da la machina e se basa
tutto su le virt der meccanismo.
 ER BUSTO DE LA PADRONA
Pe' fasse mette er busto cos stretto
lei ce fa la ginnastica: s'inchina,
se spreme ne li fianchi, s'intorcina,
manna la panza in drento, insacca er petto...
La scena bella  quanno che je metto
er ginocchio sur fonno de la schina;
io la tiro, lei spigne e me stracina
come fusse er cavallo d'un caretto.
Je l'ha avvisato puro er professore:
- Se ve strignete troppo voi finite
con un vizzio inorganico ner core. -
E lei, defatti, gi se sente male,
ar core no, ma all'utero: e capite
che pe' noi donne in fonno  tale e quale.

 LE SOPRASCRITTE
Se presempio te scrive un creditore
pe' ditte porco, farabbutto e peggio,
su la busta sei sempre un omo egreggio,
sei sempre un preggiatissimo signore.
Ma dimme: nun te pare un sacrileggio
sciup 'sti titoloni de valore,
di' onorevole a un omo senza onore,
preggiatissimo a un omo senza preggio?
Se scrive e nun se pensa, ecco er difetto;
leggi 'sta soprascritta der padrone:
guarda come je porteno rispetto!
De fra  un illustrissimo barone...
ma drent'a l'anveloppe c' un bijetto
ch'incomincia cos: Brutto puzzone!
 PER LE SCALE
Quanno la viddi entr ner portoncino
je dissi una parola piano piano:
lei rispose ridenno; ar mezzanino
tutt'e dua se toccassimo la mano.
Io me fece coraggio: ar primo piano
je detti un bacio propio spizzichino;
arivati ar seconno, su' ripiano,
una ventata ce smorz er cerino.
Mejo che mejo! Propio a mezze scale,
io nun potette sta', l'abbraccicai.
Voi ch'avressivo fatto? Tale e quale.
Ar terzo piano seguit a sta' zitta,
ma ar quarto fece: - Oh?... Ma che farai
quanno ch'ariveremo su in soffitta?
 LE DELIBBERAZZIONI DER PORTIERE
Er padrone me disse: - V'ho avvisato
che nun vojo vede 'sta porcheria:
se nun scopate mejo casa mia
finisce che ve levo er portierato. -
Dico: - Co' che diritto caccia via
un portiere coscente e organizzato?
Ma che pretenne? ch'er proletariato
scopi l'avanzi de la borghesia?
Io, dico, nun ammetto imposizzione:
e badi a quer che fa, ch da stasera
je pianto er capo lega sur portone:
poi proclamo lo sciopero, cr quale
se vi appoggiato da la cammeriera
j'anner addietro tutto er personale!
 L'ECLISSE
S, 'st'ecrisse che fanno li scenziati,
nu' lo nego, sar una cosa bella,
ma per tutti l'anni  'na storiella,
ciarimanemo sempre cojonati.
L'antr'anno mi' fratello pe' vedella
ce venne espressamente da Frascati,
stette un'ora coll'occhi spalancati
senza pot scopr manco 'na stella.
Se er celo  sempre nuvolo, succede
che un'antra vorta, quanno la faranno,
nun ce sar gnisuno che ce crede.
E io ciavrebbe gusto: perch quanno
er celo  annuvolato, chi la vede?
che lo dicheno a fa'? perch la fanno?
 LI STEMMI
Bisogna che lo stemma corrisponna
ar nome istesso a furia de pupazzi,
bianchi, rossi, turchini, pavonazzi,
tutti inquadrati in d'una cosa tonna.
Li Colonna che cianno? Una colonna.
Presempio, la famija Ficarazzi
cosa credi che tienghi? Quattro razzi
cr un ber fico in mano d'una donna.
Guarda li mi' padroni: puro loro
cianno tanto de stemma su la porta,
co' tre pigne d'argento in campo d'oro.
Ma m, per, l'argento je se stigne,
la porporina casca, e un po' pe' vorta
che vi che je ce restino? Le pigne.
 LI BAGNI DE MARE
Lo so...  un pezzetto ormai che v'ha sposato
sra Rosina mia: ma nun fa gnente;
io ci avuto l'amiche e le parente
ch'hanno tardato l'anni, hanno tardato.
Er professore che v'ha consijato?
d'ann a li bagni? Emb, dite ar tenente
che ve ce porti. Che p di' la gente?
tutti lo sanno ch' vostro cognato.
Ve ne state l un mese, ve ne state,
ve divertite e coll'aria de mare
ciavrete tutto quello che cercate.
Un anno fa, la moje der prefetto
agnede a Porto d'Anzio cr compare,
rivenne a Roma e fece un ber maschietto!
 LE CANZONETTE DE SAN GIOVANNI
Mttece San Giovanni, "Facciafresca",
la spighetta, er garofeno coll'ajo,
er bacetto, le streghe, quarche sbajo,
e fai la canzonetta romanesca.
Doppo ce v la musica: se pesca
uno che te combini quarche rajo
e fa 'na ninna-nanna cr ritajo
d'un pezzo d'una musica todesca.
Quanno le canti pare che te lagni,
e li maestri, doppo 'ste canzone,
diventeno pi Verdi de... Mascagni.
Forse sar che cianno poca pratica:
dipenne tutto da la vocazzione
de music li sbaji de grammatica!
25 giugno 1893
 ER MACCHIAVELLO DE CERTE...
Quann' sur primo de la relazzione
la donna maritata nun connette:
scrive, vi a casa tua, se compromette,
e dice ch'er marito  un bonaccione.
Ma appena che je sfuma la passione
se fa seria, considera, arifrette...
E er marito?  un feroce ammazzasette
che gira co' lo stocco ner bastone.
Allora te fa er solito discorso:
- Te vojo tanto bene... me dispiace...
ma capirai... nun vojo av rimorso... -
E, se nun p attaccasse a 'sti rampini,
pe' fasse piant subbito  capace
de ditte ch'ha bisogno de quatrini!
 LI MERCOLD DE LA MARCHESA
Lei resta a casa una giornata sana
pe' riceve l'amiche conoscente:
un sacco de signore appartenente
a la pi mejo societ romana.
Dice ch' un'abbitudine mondana
che le signore cianno espressamente
pe' pot parl male de la gente
a un giorno fisso de la settimana.
E io che servo er t ne sento tante!
Se quarchiduna tarda un momentino
 brutta,  chiacchierata, ci l'amante...
Robba da chiodi! E, invece, appena arriva...
Eh, 'sto gran mondo quanto  piccinino!
'Sta bona societ quant' cattiva!
 LA SIGNORA INFILANTROPICA
Chi? la marchesa? Oh, in quanto a furberia!
Se c' er marito, quanno monta in legno
me dice: - Presto, Checco: ci un impegno
cr Soccorso e Lavoro... Tira via!
Addio, Pietruccio... - Addio, cocchetta mia... -
E, appena lui se vorta, me fa segno
che vadi de cariera da quer fregno
che ci er villino fr de Porta Pia.
Ti sempre li Bambini indeficenti,
er Pro-scla, er Pro-infanzia, er Pro-vecchiaja...
Ma nun da' retta: tutti appuntamenti!
E spesso, quanno fa quarche scappata
da quer vecchio bavoso che ce scaja,
lo sai che ci? L'Infanzia abbandonata!
 MARIA, LA SERVA STUFA
Ho da strazziamme l'animaccia mia?
Ma prima de sta' sotto a 'sti scontenti
vado a fa' la cicoria co' li denti:
io fa' la serva a quelli? Passa via!
Qualunque cosa nun so' mai contenti:
io rubbo, io fo la cresta, io fo la spia,
e io nun so stir la biancheria,
e io nun so pul li pavimenti...
Se er fijo parla male... eh, se capisce:
- So' parole che sente da la donna. -
Fa er vassallo? -  Maria che l'imbirbisce. -
Gi,  corpa mia se giovedd matina
pij l'interoclismo de la nonna
pe' fa' er bar utomatico in cucina!
 LA RISATA DE LA DUCHESSA
Lei ce pretenne pe' li denti bianchi:
apposta quanno parla co' quarcuno
sbotta certe risate, sarvognuno,
da mttese le mano su li fianchi!
Ride... ma badi a lei che nu' la sbianchi:
perch finora nu' lo sa nessuno
che l'ha pagati trenta lire l'uno,
che la dentiera costa mille franchi!
Ma l'ho scoperta io, che se la sciacqua
prima de pij sonno! io l'ho scoperta
quanno la mette drento ar bicchier d'acqua!
E a me me fa 'st'effetto: certe sere
lei dorme, e la dentiera a bocca aperta
seguita a ride sola ner bicchiere...
 ER MINISTRO NOVO
Guardelo quant' bello! Dar saluto
pare che sia una vittima e che dica:
- Io veramente nun ciambivo mica;
 stato proprio el Re che l'ha voluto! -
Che faccia tosta, Dio lo benedica!
M d la corpa ar Re, ma s' saputo
quanto ha intrigato, quanto ha combattuto...
Je n' costata poca de fatica!
M va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare pi, dar modo che cammina,
ch'ha dovuto inchinasse a tanti e tanti...
Inchini e inchini: ha fatto sempre un'arte!
Che novit sar pe' quela schina
de sentisse pieg dall'antra parte!
1921

 QUESTIONI DE RAZZE
Che te ne preme se so' nati in Ghetto,
se cianno la credenza diferente?
La razza? er sangue? E che decide? Gnente.
Perch so' interessati?  un ber difetto!
Per ajutasse reciprocamente
qualunque fede merita rispetto:
puro Lutero assieme co' Maometto
protegge li cristiani de l'Oriente!
E Isacco che m'impresta li quatrini
a l'ottanta per cento e er pegno in mano?
nun te lo nego:  er re de li strozzini;
ma intanto tu rifretti ar caso mio:
se vojo fa' 'na vita da cristiano
bisogna che ricorra da un giudo!
 LA REGAZZA DE TOTO
No, nun me sposa;  inutile che piagna!
Che lui, dar primo giorno che m'ha vista,
m'ha detto ch'er partito socialista
j'ammette solamente la compagna.
Lui vorebbe sposamme a l'improvista
come fa er cane quanno v la cagna,
come le bestie in mezzo a la campagna,
ma, come moje,  inutile ch'insista!
- Ner pij a me - me dice lui - tu piji
un principio, un partito... - E in quanto a questo
nun ci gnente in contrario... Ma li fiji?
Se un giorno, Dio ne guardi, mi' marito
me lassa scompagnata, io come resto?
Che dico? che so' fiji d'un partito?
 LA FRANCIA
Quella, per civirt, lo pi di' forte,
 l'unica nazzione che ce resta:
eh, in tante cose! speciarmente in questa:
come te tratta er condannato a morte.
Quanno ch'er boja j'ha da fa' la festa
prova la ghijottina du' o tre vorte;
sarebbe un'emozzione troppo forte
de faje ritrov la testa in testa!
Doppo ch'ha fatto, va a svej er pazziente,
lo fa vest, l'aiuta a fa' toletta
e je domanna: - Commannate gnente? -
E je passa er cognacche, er zabbajone...
Ah, in Francia, hai voja a di', c' l'etichetta:
viva la faccia de l'educazzione!
7 aprile 1914
 L'ARTE DI PRENDER MOGLIE
L'arte de pij moje, da una parte,
 la cosa pi facile der monno;
e Adamo e Eva quanno se sposnno
fecero tutto quanto senza l'arte....
Che ce v a pij moje, in fine in fonno?
Voi spos 'na regazza? Fai le carte,
vai in chiesa, a Campidojo, poi se parte
pe' fa' tutte le cose che ce vonno.
Ritorni; doppo un anno, a bon bisogno,
te nasce un pupo che nun t'assomija,
quattro cazzotti... e questo  er matrimogno.
Ma noi de 'st'arte ce n'avemo tanta:
nun volemo sap come se pija,
voressimo sap come se pianta.
 LISETTA SPARLA...
Eh! la signora je la crocchia forte!
Tutti li giorni ci 'na simpatia:
prima er tenente de cavalleria
e adesso er professore de pianforte.
Er marito? Fa er tonto. Certe vorte
vi a casa a un'ora, pranza, riv via,
se ripresenta pe' l'avemmaria,
rimagna, fuma un sighero e risorte.
Lui fa er geloso quanno v bajocchi;
lei, che lo sa, lo pija co' le bone,
je d la pila... e allora chiude l'occhi.
Diventa bono, affabbile, gentile...
Ma che marito! Quello  un ciancicone
approvato dar Codice Civile!
 IN PRETURA
- Alzatevi, accusata: vi chiamate?
- Pia Tonzi. - Maritata? - Sissignora.
- Con prole? - No... con uno che lavora...
- D'anni? - Ventotto. - Che mestiere fate?
- Esco la sera verso una cert'ora...
- Gi, comprendo benissimo, abbordate...
- Oh, dico, sor pretore, rispettate
l'onorabbilit d'una signora!
- Ma le guardie vi presero al momento
che facevate i segni ad un signore,
scandalizzando tutto il casamento...
- Loro potranno divve quer che vonno:
ma io, su le questioni de l'onore,
fo come li Ministri: nun risponno!

 ER PIGNORAMENTO
Avressi da ved la propotenza
de l'usceri der terzo mannamento:
spalancheno la porta, entreno drento,
nun sarveno nemmeno l'apparenza.
Fanno un giretto pe' l'appartamento,
uno scrive, uno detta: - Una credenza,
un tavolino de la rinascenza,
un com, quattro sedie, un paravento... -
 un anno che quer povero mobbijo
va via, ritorna a casa, riva via,
lo compro, lo rivenno, lo ripijo...
E tanto  er movimento, che li mobbili
cammineno da s! La serva mia
lo sai come li chiama? L'automobbili.
 DAR PRETORE
- Vi chiamate? - Fanny. - Di professione?
- Abbito a Tomacelli, centosei...
- Brava! Quant'anni avete? - Faccia lei...
- Vostro marito fu? - Fu 'm birbaccione!
- Ma fu Pietro o Pasquale?... - Nun saprei:
lo conobbi a lo scuro, in d'un portone...
- Secondo ci che ha detto un testimone
fate un brutto mestiere, anzi direi...
- S, n'avr fatte... pi de Carlo in Francia:
ma m so' vecchia, ho voja a mette scuse!
oramai me contento de la mancia.
- E allora come va che insieme a certe...
vi fecero un processo a porte chiuse?
- Perch tenevo le finestre aperte.
 LI LIBBRI ANTICHI
Ho trovato un libbretto tutto rotto,
antico assai, che drento cianno messe
l'effe a li posti indove ce va l'esse,
ch'io, bello che so legge, m'inciappotto.
Per er padrone mio, ch' un omo dotto,
me lo spieg jersera e me lo lesse:
se c' badeffe s'ha da di': badesse;
fotto, presempio, cambi e dichi: sotto.
C' er racconto d'un povero infelice
condannato ar patibbolo innocente,
che s'arivorta ar popolo e je dice:
- Compagni! Abbaffo il Re! Viva la forca! -
Be', devi legge tutto diferente:
- Compagni! Abbasso il Re! Viva la sorca!
 GIORDANO BRUNO
Fece la fine de l'abbacchio ar forno
perch credeva ar libbero pensiero,
perch si un prete je diceva: -  vero -
lui risponneva: - Nun  vero un corno! -
Co' quel'idee, s'intenne, l'abbruciorno,
pe' via ch'er Papa, allora, era severo,
mannava le scommuniche davero
e er boja stava all'ordine der giorno.
Adesso so' antri tempi! Co' l'affare
ch'er libbero pensiero sta a cavallo
nessuno p fa' pi quer che je pare.
In oggi, co' lo spirito moderno,
se a un Papa je criccasse d'abbruciallo
pijerebbe l'accordi cr Governo.
 LI CALENDARI
 I
Jeri me so' comprato un calendario,
si tu lo vedi, ch' 'na sciccheria:
ortre der giorno e er santo, c' l'orario
cr cambiamento de l'Avemmaria.
De dietro a ogni fojetto der lunario
c' er pezzettino d'una poesia,
un proverbio, un consijo culinario,
e la ricetta pe' 'na malatia.
Per er cattivo  questo: se un ber giorno
nun ci un bajocco, trovo sur fojetto:
"Sottopetti di pollo col contorno."
E se a marzo me scotto in quarche posto,
p'av er rimedio da 'sto lunarietto,
ho d'aspett li sedici d'agosto...
 II
Questo sarebbe gnente: ci trovato
un impiccio davero pi maggiore,
perch se vede che lo stampatore,
co' la prescia o che antro, s' sbajato.
Er fatto sta che a un giorno ci mischiato
una bella sentenza su l'amore
cr modo de curasse er rifreddore
e de cce l'abbacchio brodettato.
Defatti ce so' scritte 'ste parole:
"Se amate veramente una donzella
fregatevi la parte che vi dole:
pigliate una pezzetta di flanella...
sbattete l'uova ne le cazzarole
e dopo ci mettetelo in padella..."
 LISETTA CR SIGNORINO
Su, me faccia stir la biancheria,
dia confidenza a chi je pare e piace:
nun me faccia inquiet, me lassi in pace:
la pianti, signorino, vada via...
Che straccio de vassallo, mamma mia!
No, levi quela mano, me dispiace,
se no lo scotto, abbadi, so' capace...
Dio, che forza che ci! Gesummaria!
Un bacio?...  matto! No, che chiamo gente:
me lo v d' pe' forza o per amore!
Eh! je l'ha fatta! Quanto  propotente!
Per... te n' costata de fatica!
Dimme la verit: co' le signore
'sta resistenza nu' la trovi mica!
 A UN AMICO
Che te ne vi in saccoccia quanno hai pianto?
T'ha lassato pe' quello? Poco male:
si lei se fa cos da l'ufficiale,
tu mttete co' Giggia e fa' artrettanto.
La donna ci quer vizzio naturale:
prima v bene nun se sa si quanto,
poi se stufa e  finito; pe' me tanto,
oneste o no, so' tutte tale e quale.
E quanno te se magneno de baci
che nun te dnno tempo de risponne,
mica  pe' gnente:  segno che je piaci;
ma nun te crede che te s'affezzioni:
nu' lo sai che l'amore de le donne
 sempre una rottura d'illusioni?
 LA LAPIDA SUR PORTONE
Come padron de casa avrei diritto
de commann: ma invece nossignora;
ma da 'sto giorno in poi, per dinanora,
a l'inquilini illustri nu' j'affitto.
Arriva er municipio e, zitto zitto,
me te schiaffa una lapida de fra
perch da me c' stata una pittora,
e indovnece un po' quer che ci scritto?
"Qui ci abbit la gloria de le glorie,
Cunegonda Guazzetti, brava assai,
onesta donna..." co' tant'artre storie.
Per ciamanca er mejo: a l'iscrizzione
nun cianno messo quanno la citai
perch nun me pagava la piggione.
 POVERACCIO!
Appena seppi da l'appiggionante
che quela brutta boja senza core
ciaveva relazzione cr dottore,
corsi in questura e je ne dissi tante.
- Che ce vi fa'? - me fece l'ispettore -
Per arrest tu' moje co' l'amante
bisognerebbe cjeli in fragrante
sur posto indove stanno a fa' l'amore. -
Dico: - Sta a via , trentanove:
adesso vado l con un pretesto,
pijo l'appunti e viengo co' le prove... -
Eh! si ce l'acchiappavo! Dio ne guardi!
Ma ciagnedi a le quattro... Troppo presto!
Ce ripassai a le cinque... Troppo tardi!
 PIPPO A LA FESTA DE BENEFICENZA
- De che? se ce ritorno? Ma nemmanco
se vi gi er Padreterno! Nu' lo sai
che un'amarna muffa che pijai
da 'na signora, me l'ha messa un franco?
Io, certo, in der pagajela, aspettai,
volevo er resto. E lei, de punto in bianco,
me disse: - Nu' lo sa che in questo banco
li resti nun se dnno quasi mai? -
Dico: - Capisco: loro so' signore
che faranno 'sti sgrassi a fin de bene,
so' stoccate che parteno dar core:
soccorso, carit, capisco tutto:
ma a mette un franco l'una l'amarne
me v lev la sete cr preciutto!
 ER SORVEJATO SINCERO
-Come ti chiami? - Cianciconi Pio.
- D'anni? - Ventotto. - Che mestiere fai?
- Sto con un socio... - Ma lavori? - Mai.
- E il tuo socio che fa? - Quer che fo io.
- Subisti altre condanne? - Un buggero!
- Sei sorvegliato, infatti; e tu lo sai...
- Eh, lo so, sor pretore, ma oramai
chi nun  sorvejato, sant'Iddio?
- Certe sere, per, sorti lo stesso...
- Accompagno Marietta... - E la ragione?
- Pe' nun falla arest, je vado appresso.
Con un omo vicino, bene o male,
la faccio arispett dar pattujone,
fo li quatrini e sarvo la morale.
 A LINA
Lina, te credi, perch m'hai piantato,
che me sucdi, e te ciariccommanni?
Nun te ce sta' a pij tutti 'st'affanni,
ch nu' lo fo 'sto passo disperato.
Io nun m'ammazzo manco se me scanni:
doppo anneressi a di' p'er vicinato
che p'er grugnetto tuo ce s' ammazzato
un giovenotto de ventiquattr'anni!
Cos diventeressi interessante
a la barba d'un povero regazzo,
e te ritroveressi un antro amante...
Ma co' me nun se fanno cert'affari!
Piuttosto do a d'intenne che m'ammazzo
per causa de dissesti finanziari.
 DISPIACERI AMOROSI
Lei, quanno lui je disse: - Sai? te pianto... -
s'intese gel er sangue ne le vene.
Povera fija! fece tante scene,
poi se butt sul letto e sbott un pianto.
- Ah! - diceva - je vojo troppo bene!
Io che j'avrebbe dato tutto quanto!
Ma ch'ho fatto che devo soffr tanto?
No, nun posso arisiste a tante pene!
O lui o gnisuno!... - E l, tutto in un botto
scense dar letto e, matta dar dolore,
corse a la loggia e se butt de sotto.
Casc de peso, longa, in mezzo ar vicolo...
E m s' innammorata der dottore
perch l'ha messa fri de pericolo!
 ER SENTIMENTO DE CERTE...
La donna, in fonno,  sempre un po' vassalla,
antro che sentimento! Quela vorta
ch'agnedi co' la bionna fr de porta
feci der tutto per impressionalla.
- Vedi - dicevo - quela foja morta
come s' fatta secca, com' gialla?
Vola cr vento, come una farfalla,
e chiss dove diavolo la porta!
Io, spesso, paragono ne la vita
la speranza ner core de l'amanti
a quela foja d'ellera ingiallita...
- No, so' foje de fico: - disse lei -
so' quelle che se metteno davanti
a li pupazzi drento a li musei.
 ER PRANZO A L'AMBASCIATA
Hai visto quant' grossa la signora?
Quanno che va coll'abbito scollato
me pare un materazzo strapuntato
pe' la gran robba che je scappa fra;
e a furia de di' sempre a la sartora
che je faccia er vitino pi attillato,
tre sere fa, ner pranzo che c' stato,
passassimo un gran brutto quarto d'ora!
Doppo magnato fece uno stranuto,
e insaccata com'era, capirai,
je se ruppe 'na strenga e te saluto.
Povera donna! Fu un momento brutto!...
Ma c'era l'attasc der Paraguai
che fece in tempo a riparaje tutto...
 UN CARZOLARO CHE SE FIDA
Doppo av messo le scarpette ar piede
m'ha dato un cento. - Eh, dico, nun ci el resto
- B' - dice - cambio e torno, faccio presto... -
Ma  gi passato un quarto e nun se vede!
Io che dovevo fa'? Come succede,
j'ho detto: - Oh vadi puro, in quanto a questo -
Nun so' ito a pens ch'era un pretesto
pe' truff un poveraccio in bona fede!
Abbasta: io m telfeno in questura;
nun se ponno sbaj: ci la pajetta,
li pantaloni blu, la giacca scura...
Uh! zitto, che ritorna... apre la porta...
- Riverito, signore... ih, quanta fretta!
Me li poteva dare un'antra vorta!
 L'INNESTI
L'innesto de cavallo, ciacconsento,
in spece s' d'un legno padronale;
ma quello de somaro p fa' male,
te p attacc l'arterie der talento.
Naturarmente, se te schiaffi drento
er sangue che ciaveva un animale,
succede che je piji er naturale
e creschi co' l'istesso sentimento.
L'innesto der vaccino me lo spiego:
nun porta preggiudizzio... eppoi, d'artronne,
senza de quello manco ciai l'impiego.
Ma puro l, cr sangue che s'attacca,
l'omo pija der bove, e a certe donne
j'arimane l'istinto de la vacca.
 FIF
Gi Mariantonia
 I
Ner vedella vestita da signora,
spaparacchiata drento a la vittoria,
- Che lusso! - dissi subbito - Accicoria,
che pretenzione ch'ha cacciato fra! -
Tanto che m'arivenne a la memoria
quanno faceva la modella: allora
posava, s, ma a trenta srdi l'ora;
mica annava giranno co' 'sta boria!
Eh, amico mio, se la vedeva brutta!
Era vestita male, era vestita,
tutta stracciata, tutta zozza, tutta...
E adesso, invece, tanta sciccheria!...
Oh, certo: per ann cos pulita
deve av fatto quarche porcheria.
 II
L'antro jeri a matina, nun so come,
ner vedella p'er Corso la fermai:
- Oh! - feci - Mariantonia! Come stai? -
Dice: - T'avverto ch'ho cambiato nome:
M me chiamo Fif; - dice - siccome
Mariantonia era brutto, lo cambiai... -
Dico: - Stai sempre in Borgo? - Oh, nun sia mai!
Suono alloggiata in dell'Htel de Rome!...
- Dunque te butta bene?... - Ci un marchese!
- Ricco? - S' ricco? T'hai da mette in testa
che me passa trecento lire ar mese!
Eh! m nun so' pi scema come allora!
Lo so, far 'na vita disonesta,
ma, grazzie a Dio, sto come una signora!
 BARACCHE E BARACCONI
 IL COCCODRILLO VIVENTE
Signori! Ir coccodrillo  un animale,
come loro vedranno dar groppone,
ch'ha l pelle durissima, la quale
gli arisiste a la palla der cannone.
Questo che ci presento ner gabbione
 un anfibbio vivente ar naturale:
ci l'istessa ferocia d'un leone,
e nasce ne la parte tropicale.
Ei vive drento e fuora ir fiume Gange;
 molto voracissimo e c' il detto
che prima mangia il vuomo e poi lo piange.
Lagrimando si d pe' le campagne...
- Entrate ne la gabbia, ah quel'ometto,
cos ce fate vede come piagne...

 LA DONNA BARBUTA
G v presante mammas Mignone,
la famme pi pelosa de l'Africa...
- Acciderba che straccio de barbone!
- Tu te la sposeressi? - Ah no! 'na cica!
Se sa, nun c' bisogno che lo dica,
so' matrimogni de speculazzione:
la pijerebbe pe' li peli, mica
la vorebbe pij pe' l'affezzione...
- S, ma a spos un fenomeno vivente
 'na cosa ch'a me poco me garba;
guarda, sortanto pe' 'n inconvegnente:
'na notte che te sveji insonnolito
vai pe' bacialla e, in der sent la barba
nun sai pi si t' moje o t' marito.
 LA DONNA GIGANTE
Io me chiamo el felomeno vivente...
- La buggera, compare, si ch'artezza!
E a quela l, pe' faje 'na carezza,
ce v la scala-Porta, mica gnente!
- Fin dai primi anni della ciovinezza
mi sviluppai in d'un moto solprendente;
ora ch'ho sedici anni solamente
misuro due e cinquanta di lunghezza.
Anche mio padre  molto sviluppato...
- Ma a me nun me farebbe meravija
ch'un padre solo nun ce sii bastato.
Un omo solamente nun ciariva:
nun vedi quant' longa: Quella  fja
de quarche societ coperativa!
 IL MUSEO STORICO-ARTISTICO MECCANICO
 I
Di fuori
...Al non piussultra de la meraviglia!
Vedranno il padiglione riservato
col gabinetto celtico, indicato
pe' le giovini madri di famiglia.
Vedranno un feto morto appena nato
che si conserva drento la bottiglia:
ha quattro mesi e incora gli somiglia
pe' la maniera in cui fu imbalzamato.
Oltre a le variet d'anatomia,
utile a tutti quanti, avr l'onore
di presentarglie la padologia:
la Venere anatomica! la Venere
che si scompone in ogni suo interiore,
con spiegazioni di qualunque genere!
 II
Dentro
Questa donna in grandezza naturale,
meccanizzata da parer vivente,
 Cleopatra d'Antogno per il quale
si fece suicidare dar serpente.
Questa, ch'apre le braccia in modo tale
da sembrare una donna propiamente,
 la Cenci davanti ar tribunale
condannata ar patibolo innocente.
Ecco Fanny, la dea de la ginnastica,
ed il noto poveta Dante Algeri,
capolavoro de la cromoplastica.
Questa  la ballerina e l'impresario...
La donna non si mve perch jeri
l'abbiamo caricata all'incontrario.
 III
Ecco Viltm che dopo av sedotte
le serve glie sventrava l'intestini;
Ravasciolle l'anarchico e Pranzini
che prese a pugnalate la coccotte.
Uno dei pi terribili assassini:
Caserio l'uccisore di Carnotte,
e il famoso Coffr, che in una notte
strozz quarantasette regazzini.
Ogni assassino ci il vestiario analogo,
col misfatto descritto chiaramente
come potranno legge nel catalogo:
ch tutte queste so' riproduzioni
d'atrocit commesse esattamente,
gi premiate in diverse esposizioni.

 LA CONSEGNA DER PORTIERATO
 I
Capischi? La raggione principale
ch'io me ne vado  questa: er mi' padrone
nun v che m'allontani dar portone;
dice: - Tu fai er portiere... -  naturale.
Ma, adesso, ci 'na carica sociale,
so' er presidente d'un'associazzione;
oggi o domani c' la commissione,
dove vi che la faccia? pe' le scale?
Mi' moje? Ma mi' moje  consijera
d'una lega operaglia femminile:
mica s'adatta a faje la portiera!
Sarebbe stato troppo sacrifzzio;
dovenno sceje societ o cortile,
avemo preferito er sodalizzio!
 II
Che fo er portiere qui, sar sicuro
dicidott'anni... Emb, pe' quanto sia
ch'ho trvo un sito mejo, t'assicuro
che me ce piagne er core d'ann via.
Perch vedrai che in de 'st'azzienna mia
c' da fa' poco e gnente: credi puro,
che levato quer po' de pulizzia,
tutt'er giorno te di la testa ar muro.
Tu, la matina, appena ce se vede,
te fai quela scopata pe' le scale,
allustri tutto e t'arimetti a sede;
la sera accnni er gasse: e manco questa
se p chiam fatica materiale...
So' sei famije e cianno un becco a testa.
 III
Percui nun  da di' che se fatica,
anzi se perde er tempo inconcrudente;
per, co' questo, nun te crede mica
ch'a fa' er portiere nun ce voji gnente!
Ce v gran segretezza co' la gente...
Presempio, io so ch'er conte ci l'amica,
io so che la contessa ci er tenente...
Emb, pe' questo? credi che lo dica?
Poi, rispetta er padrone... Ah,  bono assai!
Ma, si s'arabbia, abbada ch' feroce!
Nun v che j'arisponni... nun sia mai!
Io lo buggero bene! Quann'ho sonno,
che lui s'arabbia e fischia ar portavoce,
p'arispettallo manco je risponno!
 IV
E adesso te do quarche spiegazzione
sopra l'appiggionanti: ar primo piano
c' un celebre dentista americano
che da un anno nun paga la piggione.
Siccome d la mancia, vacce piano:
cerca d'usaje tutte l'attenzione;
s'in caso j'hai da d' 'na citazzione,
di': C' una carta... e je la metti in mano.
Jeri, siconno er solito, l'uscere,
quello sciancato co' li baffi tinti,
j'ha pignorato tutte le dentiere.
Figurete le povere crienti
che staveno a aspetta li denti finti...
Je so' arimaste tutte senza denti!
 V
Ar siconno ce so' du' forastiere,
du' francese, le possin'ammazzalle,
che ogni tanto me chiameno: - Portiere,
m'all a comprare Le pet giurnalle? -
Pe' dua, tre, quattro vorte, buggiaralle,
dico: va b', je se p fa' er piacere...
Ma, cacchio, nun bisogna abbitualle:
mica so' diventato er cammeriere!
M nun te dnno pi manco la mancia...
E la corpa  der Papa: ha fatto male
a rppe li rapporti co' la Francia!
Fuss'io ministro, senza tante storie,
farebbe fa' 'na legge in de la quale
ce fossero le mance obbrigatorie!
 VI
Quello che sta affacciato a la finestra
 un attasc todesco, sarvognuno,
che sta attaccato a un'imbasciata estra:
per, da certi, ho inteso a di' ch' uno...
Abbasta, io nun m'impiccio de gnisuno,
ma so che va a... studi da 'na maestra
che sta a via Cavallini, settantuno,
lettera cappa bisse, scala a destra...
Lo so perch je porto l'imbasciate:
e, co' 'sta cosa, a dilla fra noi dua,
nun so si quante lire j'ho levate...
Se sa, lo fo scaj: pe' quanto sia,
lui sta attaccato a l'imbasciata sua,
io sto attaccato a l'imbasciata mia.
 VII
Ar sesto c' vienuta una signora
che s'impegna ogni tanto quarche cosa;
io n'ho vista de gente migragnosa,
ma come questa... ammazzela! T'accora!
Pe' causa de sta brutta mocciolosa
c' la fila; cominceno abbonora:
er fornaro, er droghiere, la sartora,
l'oste, la trattoria de piazza Rosa...
Lei, invece de paga li creditori,
rigala li mazzetti ar capitano
e spenne li quatrini pe' li fiori!
Antro che le gionchije e li garofoli!
Ma che paghi piuttosto l'ortolano
che j'avanza sei lire de carciofoli!
 VIII
M tocca a te: siccome io t'ho proposto,
nun me fa' sfigur, fa' er tu' dovere.
Io ch'oramai so' vecchio der mestiere
so come se guadambi a sta' a 'sto posto.
Ce scaji sempre: o fai quarche piacere,
o quarche imbasciatella d'anniscosto...
Eppoi a Natale, a Pasqua, a feragosto...
So' queste le risorse der portiere.
S'io nun ciavevo moje, s'ero solo,
si facevo una vita un po' pi seria,
ero pi ricco d'un pizzicarolo...
Invece ho speso tutto, e, a mano a mano,
guarda: me so' aridotto a la miseria
che sto peggio d'un principe romano!
 DIALETTO BORGHESE
 LA PRESENTAZIONE
- Permette, sora Pia, che glie presenti
el signor De Bol: - Tanto piacere...
- Piacere  il mio, se mettino a sedere...
- Per carit, nun faccia complimenti!
- De Bol? Dica un po'? ma so' parenti
de quello ch'hanno fatto cavagliere?
- No, a Roma ci ho soltanto un zio droghiere
che tiene la bottega a li Serpenti...
- E lei che fa de bello? - E ch'ho da fare?
- Ho inteso dire dalle figlie mie
che scrive li sonetti... - Ma glie pare!...
- S, mi ricordo, al Pincio, una matina...
- Ah!  vero: feci certe porcherie
dietro el ventaglio d'una signorina...
 LA LINGUA FRANCESE
- Lei la lingua francese l'ha studiata?
- Un po'... - Ah! el francese  una parlata scicche:
lei infatti guardi le persone ricche
che ci hanno tutti quanti 'sta parlata...
- Ecco, io, a parl me trovo un po' imbrogliata...
- Pur qua? - Purqu me manche la praticche...
- Il fottudi de pl la grammaticche...
- Me mu... Lo vede? Gi me so' sbagliata.
- Nel francese, se sa, ce so' l'accenti:
studi pi meglio li vocabbolari,
e doppo parli senza complimenti...
- Che serve? Io me vergogno... - Ma bisogna
parl come fo io, franco... - Magari!
Io invidio a lei che nun se ne vergogna!
 LI COMPLIMENTI
Me scuser che sto cos sciattata,
signora mia, nun aspettavo gente:
lei tutta scicche, nu' glie dico gnente...
Come sta bene! Come s' ingrassata!...
Chi? Caterina? Sta da mia cognata...
Lugrezzia?  andata a Messa, indegnamente...
Quando vengon'a casa, chi le sente?!
A sapello, l'avrebbero aspettata!
Se ne va? Me saluti la sorella...
Grazie. Sar servita. Sissignora,
cercher de venirce. Arivedella.
Oh! s' rotta le cianche, si' ammaita!
Caterina, Lugrezzia, uscite fra,
ch 'sta scoccia-stivali se n' ita!
 ER GATTO DE LISETTA
Eh? quant' caro! Povera bestiola,
io me lo magno a furia de baciallo.
Pss, pss, micio, vi qua, brutto vassallo!
Guardate: nu' glie manca la parola?
Lui, quanno che la sera esco da scla,
me vi incontro da s senza chiamallo;
quann'ha freddo la notte, pe' sta' callo,
me s'intrufola sott'a le lenzola.
E m? Guardate come se strufina...
Che vi? la trippa? S, bello der core,
adesso te la d la padroncina.
Io, che serve? 'sto povero miciotto
glie vojo un bene, un bene, che, se more...
lo scortico e ce faccio un manicotto.
 LA VISITA
- Tenga el cappello, mica stiamo in chiesa...
- No, grazie, non lo fo per complimento...
- Posi el bastone... Uh! che bel pomo!  argento?
- Lo pigli in mano, sente quanto pesa?
Questo  el salotto de ricevimento?
- Gli piace? -  scicche, ma chiss che spesa!
Bella 'sta figuretta giapponesa
appiccicata sopr'ar paravento!
- Guardi 'ste tazze... - So' porcellanate?
Ah! queste qui davero che so' rare:
quanto so' belle! E dove l'ha comprate?
- Le prese mio marito non so dove...
- Dico, saranno antiche?... - E che glie pare!
 tutta robba del quarantanove...
 LA CASA NOVA
 I
Sul portone
- Portiere? c' nessuno?  compermesso?
Ce farebbe ved l'appartamento?
- M l'accompagno, aspettino un momento...
(Le possino scannalle! Propio adesso!)
- Mariuccia, che ne dichi de l'ingresso?
Hai visto com' fatto el pavimento?
Tutto in pietrine! - Dio ch'impazzimento!
- C' scritto Salve... E che sar successo?
La scala  bella assai, ma  un'indecenza:
quanti pupazzi! quante zozzonate!...
guardate qua che straccio de schifenza!
Gesummaria! C' tutto el repertorio...
Ma chi le scriver 'ste vassallate?
- Li regazzini de l'educatorio.
 II
In casa
Che? cento lire? Pe' l'amor de Dio!
Capisco ch' 'na bella posizzione,
ma cento lire ar mese de piggione!...
Bisogner che senta Nino mio.
In quanto a la grandezza va benone:
qui verrebbe la cammera de zio,
questa pi ariosa me la pijo io,
l Checco, l'ottomana e er credenzone.
Qua er salottino.  esposto a mezzoggiorno
e ci er solaro co' la robba griccia
com'usa adesso e le battecche intorno.
'Sta cammeretta la darebbe a nonna,
e in quell'antra ch' scura e un po' ummidiccia
ce se p mette el letto de la donna.
 III
Cose intime
- Chi ciabbita qua sotto? - Una biondina.
-  bona? - Antro ch' bona! - E gi, del resto,
el cavajere  un omo troppo onesto
per affitt la casa a 'na sgualdrina.
- Ci piacere che il cesso stia in cucina...
L'acqua come ce va? - Se tira questo:
per l'antro inquilino, pe' fa' presto,
ce la metteva co' la conculina.
- Ce so' li bagarozzi? - Uh, nun sia mai!
- Come? e quello ched'? Dio che peccato!
Questa  'na cosa che me secca assai!
- S, ma lo vede? Ci la coda gialla.
Nun se ne piji:  un bagarozzo alato
che quanno vola  come 'na farfalla.
1899

 INCONTRI
 I
Uh, scusi, nu' l'avevo conosciuta:
lei sta benone... - E come v che stia!
Doppo la sbiossa de la malaria,
pe' quanto ho fatto nun me so' riavuta.
- E 'sta pupetta? -  la nipote mia.
- Come? davero? Dio, com' cresciuta!
- Presto, Mafalda, sbrighete, saluta,
diglie come te chiami, tira via...
- Mafalla... - E poi? - Mafalla ai suoi tommanni...
- Discorre co' 'na grazzia che innamora!
E adesso ch'et ci? - Nun ha cinqu'anni.
- Quant' caruccia! - E avrebbe da vedella
quanno che v rif quarche signora,
come se tira su la vestarella!
 II
Ha preso de la madre... guardi el naso...
E se sapesse come  inteliggente!
Fa la "Cavalleria" che, se la sente,
nun sbaja d'una nota! nun c' caso!
Su, cantela, Mafalda, essi ubbidiente...
- "E su la potta tua lo sangue spaso
si nun ce tovo a tia manco ce taso..."
- Ma sa che la fa bene veramente?...
- Nun ce se crede quanto  giudizziosa,
come risponde bene a le domande:
ce provi un po'... glie chieda qualche cosa...
- Vi bene a nonna? - Tanto! - E a mamma? - S.
- E, dimme, che vi fa' quanno sei grande?
- Dillo, Mafalda... - Voglio fa' pip...
 LE SCAPPATELLE DE LA SIGNORA
 I
Le confidenze con la cameriera
- L'hai visto? ciai parlato?... - Sissignora.
- Te piace? - Che bel giovane! - E ch'ha detto?
- Che l'aringrazzia tanto der bijetto
e che l'aspetta a casa tra mezz'ora.
- Ma Pippo che dir s'esco abbonora?
Co' quello l, lo sai... basta un sospetto...
- Metta una scusa... - Eh, s! Che scusa metto?
- Je dica ch'ha d'and da la sartora...
Tanto, pe' stammatina, lui nun esce,
dice ch' raffreddato: stia tranquilla.
- Lo so, ma se s'inquieta me rincresce...
Eccolo!... Zitta!... Pe' l'amor de Dio!...
...Pippo? sei tu?... Che vi la camomilla?...
Adesso te la faccio, cocco mio...
 II
A casa di lui
- Carlo! Non ce volevi altro che te
pe' farme fa' 'sto passo! - Amore santo!
- Come sei caro!... - Me vi bene?... - Tanto!
Me sento... - Che te senti? - Un non so che...
Guarda come so' pallida!... - E perch?...
- Eh! l'emozione... capirai... per quanto...
Poi c' el tenente ch'abbita qui accanto
che se m'ha visto a entr, povera me!
Per mio marito, sai, non crede mica...
- Ah! glie vi bene!... - Non glie voglio male,
ma per lui, pi che moglie, glie so' amica.
Purtroppo, el tipo mio non era quello...
- Io, invece?... - Ah! tu sei proprio l'ideale!
- Grazie, tesoro! Levete el cappello...
 LA MORALE DER CODICE
 I
Prova cr senatore:
- fece la zia - chi sa?...
 un vecchio porco, ma
in fonno ci bon core;
vacce, Maria, va' l...
L'onore? Eh, s, l'onore!
Se torna l'esattore
je damo l'onest?
Der resto, cara mia,
bisogna che t'industri:
vacce, d' retta a zia... -
Marietta sospir...
Ma poi, coll'occhi lustri,
rispose: - Ciander.
 II
Er vecchio, ner vedella,
disse: - Me piaci assai!
E, dimme, hai fatto mai...
- Mai! - je rispose quella.
- E adesso ch'et ciai?
- Quindici... - Bagattella!
Ma allora, figlia bella,
non voglio... capirai...
Col posto che ci io,
no... non potrei... va' pure:
so' un galantomo... Addio. -
Poi disse: - Fossi matto!
So' sempre seccature,
me ponno fa' un ricatto...

 CAFF CONCERTO
 Parla Cencio er porta-ceste
I
Ho bazzicato li caff concerto:
portanno le canestre a le cantante,
sor cavajere mio, n'ho viste tante!
Se sapesse le cose ch'ho scoperto!
Le stelle? le conosco tutte quante.
Ce spizzico, ciabbusco, me diverto...
Ogni tantino capita l'incerto...
Gi: incertarelli da caff sciantante!
S'uno me chiede: - Indove sta la tale? -
io je lo dico come dico a lei
dov'abbita Zazz... Che c' de male?
Sta ar Corso... Emb? pe' questo fo er mezzano?
Nummero... oh, Dio ne guardi! Trentasei...
Ciamancherebbe questa!... primo piano.
 II
La todesca che canta le canzone,
jersera, spasseggianno tra le quinte,
trov er pajaccio co' le labbra tinte
de biacca, de rossetto e de carbone.
Cominciorno a ruzz: lui co' le spinte,
lei co' le ventajate... In concrusione
s'abbraccicorno, e lui, cor un bacione,
je stamp in bocca le du' labbra finte.
In quer momento arriv er conte, quello
cr vetro all'occhio; lei tutta smorfiosa
ann pe' daje un bacio scrocchiarello.
Er conte, alegro, je se butt in braccio,
baci la bocca a quela scivolosa...
e rest co' l'impronta der pajaccio.
 III
Er sotto-panni?  tutto! Una sciantosa,
p'av successo ne le canzonette,
s'arza la vesta, fa le pirolette...
Lei me dir ch' troppo scannalosa...
Ma puro 'na signora, quanno sposa
j'espone le mutanne, le carzette,
perfino le camice che se mette...
B'? su per gi, nun  la stessa cosa?
Ch'avrebbero da fa'? Sarebbe bella!
Da noi, solo la Sgrulli, ch' 'n'artista,
porta le veste longhe: solo quella!
S' onesta? Peggio! Ci le gambe storte:
naturarmente fa la romanzista
pe' nun port le vestarelle corte.
 IV
A vedella cant co' quer vestiario
pare la donna pi sentimentale...
Ma si sapesse!  'na zozzona tale!
L'avrebbe da ved dietro ar sipario!
Jeri, ner litic co' l'impresario
doppo d'av cantato l'Ideale,
fece un rumore co' la bocca... eguale
a un bacio che vi dato a l'incontrario.
A che serve d'av le labbra belle
e li denti pi bianchi de l'avorio,
se poi ce scrocchia certe pappardelle?
Io nun so come nun se ne vergogna!
Un regazzino d'un educatorio,
a petto a lei, diventa 'na carogna.
 V
E questa, poi, me la ricorder
infin che campo. Un giorno un attasc,
all'ora de le prove, je port
un ber mazzo de giji e de pans.
Lei se n'agnede a casa, e azzecchi un po'
dove diavolo messe quer bocch?
Co' rispetto parlanno, lo pos
drento la cunculina der bid.
- Ma come? er fiore de la castit
- je dissi io, perch je do der tu -
lo metti a mollo come er baccal?
Propio l drento! - Lei rispose: - S:
intanto ar giorno d'oggi, su per gi,
tutta la poesia finisce l.
 VI
La madre?  'na madraccia senza core
che mette a l'asta pubbrica la fja:
e la spigne, e j'insegna, e la consija
pe' pot specul sur disonore.
Un giorno l'acchiapp con un signore:
- Ah! - fece lei - me faccio meravija!
L'onore! l'avvenire! la famija!...
Je do querela! Vado dar questore! -
Ma doppo, co' l'ajuto de l'aggente,
che puro quello  un mezzo rucco-rucco,
fu combinato reciprocamente.
L'onore? la famija? L'avvenire?...
'Sta birbacciona fece un patto stucco:
tutto compreso, quattrocento lire.
 VII
Quella der primo nummero l'ho vista
ch'entrava da Carlotta a via Rasella;
e, sa, 'na visituccia fatta a quella
p immagginasse bene in che consista!
'Sta donna, ch' piuttosto attempatella,
vent'anni fa faceva la corista;
m affitta: affitta sempre a quarche artista
che j'aricorda un'epoca pi bella.
Nun p sbaj: siccome  assicurata
contro l'incendi, lei vedr per aria
una placca de latta imbollettata.
Per, co' tutta l'assicurazzione,
co' tutto che c' scritto la Fondiaria,
ogni tanto j'abbruceno er pajone.
 VIII
La cantante a dizzione s' incocciata
de nun vol cant cr rifrettore:
lei dice che co' tutto quer chiarore
j'arimane la vista sbarbajata.
Ma invece c' un motivo pi maggiore!
'Na raggione pi seria! S' invecchiata!
Ha voja a mette l'acqua ossiggenata,
ha voja a impiastrucchiasse cr colore!
Eppoi la donna  come li cavalli:
l'et je se conosce da li denti:
a quarant'anni so' un pochetto gialli,
poi scuretti, poi neri, e piano piano
j'aritorneno bianchi arilucenti...
a casa d'un dentista americano.
 IX
La vedo spesso quanno che se specchia
ner cammerino prima d'entr in scena...
Povera donna! quanto me fa pena!
Jeri me disse: - Eh, Cencio mio, s'invecchia...
- Ma come? - dico - avr trent'anni appena,
e una donna, a trent'anni, nun  vecchia:
nun se metta 'ste purce pe' l'orecchia... -
Dice: - Ma guarda! Paro 'na balena!
Pur'io so' stata bella! bella assai! -
Dico: - Lo credo. - Dice: - E che cantante!
Eh, Cencio mio, nun me credevo mai
fin la vita in un caff-concerto,
io, che so' stata amica d'un regnante... -
A chi alludeva? Forse a Carlo Alberto.
1900
 ER PRINCIPE RIVOLUZZIONARIO
 Parla er cammeriere
I
Collarino fa li discorsi, ciacconsento,
 rivoluzzionario e te l'ammetto:
ma quanno che nun parla cambia aspetto,
diventa de tutt'antro sentimento.
 a casa che succede er cambiamento:
povero me, se manco de rispetto!
o se ner daje un fojo nu' lo metto,
come v lui, ner gabbar d'argento!
T'abbasti questo: quanno va in campagna
a fa' le conferenze ner comizzio
la moje sua la chiama: la compagna.
La compagna? Benissimo: ma allora
perch co' le persone de servizzio
la seguita a chiama: la mia signora?
 II
Perch la sera me se mette in fracche,
eppoi, quanno minchiona er proletario,
s'ammaschera cr solito vestiario
tutto sciupato e pieno de patacche?
E, a parte er cambiamento de le giacche,
come far l'anarchico incendiario
lui ch'ar petrojo rivoluzzionario
ha preferito sempre un bon cognacche?
Prdica tanto bene l'eguaglianza,
ma si sapessi come  disuguale
quanno se tratta de riemp la panza!
Io me n'accorgo quanno magna er pollo:
lui se pappa le cosce, er petto e l'ale,
e a me me resta la carcassa e er collo!
 III
Se parla presto de rivoluzzione,
se dice facirmente: scioperate,
quann'uno ci le cammere montate
co' tanto de tappeti e de portrone!
Ma quanno scoppier la ribbejone
che faranno sur serio a schioppettate,
scommetto che pe' fa' le bancate
der suo nun je d manco un credenzone!
Pur'io so' socialista, ma nun vojo
la propaganna rivoluzzionaria
da chi  tranquillo drento ar portafojo!
Da chi consija de mann per aria
la societ borghese cr petrojo
perch s' assicurato a la Fondiaria!
 IV
Pe' fa' 'sti fatti nun ce vonno mica
le mano lisce co' l'anelli d'oro,
ma le mano infocate dar lavoro
de la povera gente che fatica;
quele mano che cianno la vescica
pe' fa' un guadagno che nun  mai loro:
ecco chi tajer la testa ar toro
senza che er mi' padrone je lo dica!
Saranno un giorno queli disgrazziati
che la faranno veramente, stanchi
d'esse rimasti sempre cojonati;
ma no li socialisti in guanti bianchi
che me fanno l'apostoli, invortati
ne le pellicce de tremila franchi!
 V
La bona fede der lavoratore
nun va trattata come un giocarello:
perch l, dice bene come quello,
quer che ci su la bocca ci ner core.
Lo so da me ch'er socialismo  bello:
ma quanno me lo predica er signore
che nun conosce solo che er sudore
de le feste da ballo, me ribbello!
Io, spesso, raggionanno cr padrone,
cerco de dije ch'ha sbajato piano,
ch in questo nun ci troppa vocazzione...
Ma lui s'inquieta, e sai che ce guadagno?
Ch'ogni tanto me d der ciarlatano,
credenno de parl con un compagno!

 PARLA MARIA, LA SERVA...
I
Pe' cento lire ar mese che me dnno
io je lavo, je stiro, je cucino,
e scopo, e spiccio, e sporvero, e strufno
che quanno ch' la sera ci l'affanno.
Poi c' er pranzo, le feste, er comprianno,
e allora me ce scappa er contentino
che m'ho da mette puro er zinalino
p'apr la porta a quelli che ce vanno!
E avressi da sent che pretenzione!
Co' 'na libbra de carne, hai da rifrette
che ci da fa' magn sette persone!
Sai che dice er portiere? Ch' un prodiggio!
Perch pe' contentalli tutti e sette
bisogna fa' li giochi de prestiggio!
 II
Pe' cacciaje un centesimo, so' guai!
Com' tirata lei, se tu la senti!
Dice: - Tre srdi un broccolo? Accidenti!
Dodici la vitella?  cara assai! -
Ma l'antro giorno che ce liticai
je l'ho cantata senza comprimenti;
dico: - Che ci in saccoccia? li serpenti?
Gente pi pirchia nu' l'ho vista mai! -
Lei, dico, m'arifila li quatrini
solo sur da magn, ma spenne e spanne
p'ann vestita in chicchere e piattini:
se mette le camice smerlettate,
s'infila li nastrini a le mutanne
e strilla pe' du' srdi de patate!
 III
Tu me dirai: - Va b', ma che t'importa?
Armeno magni, dormi e stai benone... -
Eh, fija! Si tu stassi in un cantone
diressi che sto bene quarche vorta!
Dormo in un sottoscala senza porta,
e, quanno ch' la sera, quer boccone
nemmanco me va gi! Me s'arimpone!
che voi magn! Me sento stracca morta!
Questo sarebbe gnente! Cianno un core
che, doppo che me strazzio tutto l'anno,
nun vonno che me metta a fa' l'amore!
Dice: - La serva la volemo onesta... -
Eh gi! Pe' cento lire che me dnno!
Povera me! Ce mancherebbe questa!
 ER FABBRO FERRARO
 I
Appena va a bottega scopre er foco,
d 'na tirata ar mantice e l'attizza;
er foco je sfavilla, scrocchia, schizza,
e er ferro s'ariscalla a poco a poco.
Quann' rosso lo caccia e, come un coco
ch'aggiusta 'na pietanza, taja, spizza,
l'intorcina, lo storce, lo riaddrizza,
je d la forma che je fa pi gioco.
A entr l drento, senti un'oppressione;
ma quello, s! ci preso l'abbitudine,
lavora sempre e canta le canzone.
E le canta co' tanto sentimento
ch'er martello, cr batte su l'incudine,
je fa 'na spece d'accompagnamento.
 II
Per aria ce sta un bucio, e lui da quello
vede 'na loggia che je sta de faccia,
e vede puro quanno ce s'affaccia
un grugno spizzichino e ciumachello.
Allora pare che je vadi in faccia
tutta quanta la fiara der fornello,
allora sente er peso der martello,
nu' ne p pi, je cascheno le braccia!
Lassa perde l'incudine e s'incanta
coll'occhi spalancati su quer bucio...
Poi se d pace, rilavora e canta:
- Dimme si me vi bene e si te piacio:
io sto vicino ar foco e nun m'abbrucio,
ma tu m'abbruceressi con un bacio!
 ER PRETE SPRETATO
 I
Fino a sei mesi fa, l'avressi detto?
Quanno diceva Messa, ogni parola
pareva che j'uscisse da la gola
piena de divozzione e de rispetto.
Me pare de vedello, in cotta e stola,
quanno cantava: - Dio sia benedetto -
cr collo storto e se sbatteva er petto
davanti a Sant'Ignazzio de Lojola.
Allora predicava come un santo,
pareva che dicesse per davero,
pareva che credesse a tutto quanto;
chi annava a immaggin che ne la mente
je ce covava er libbero pensiero,
o, pe' di' mejo, nun ciaveva gnente?
 II
Oggi che s' spretato, e che rinnega
quello ch'ha predicato insino a jeri,
dichiara de nun crede a li misteri
e che la Chiesa  tutta 'na bottega.
- Li preti - dice - nun so' mai sinceri
la maggior parte magna e se ne frega,
so' tutti d'una razza e d'una lega,
ignoranti, egoisti e puttanieri. -
E, come disse l'antra settimana,
bisogna diffid de le persone
che vanno cr treppizzi e la sottana:
defatti puro lui, ne li comizzi,
pe' faje cap mejo la questione,
ce va co' la sottana e cr treppizzi.
 A GIGGIA
 I
Io t'aspettavo sempre sur cancello
de Trinit de Monti: t'aricordi
che passeggimio come du' milordi
sotto a quell'arberoni fatti a ombrello?
Allora nun annavi cr cappello,
nun portavi la vesta co' li bordi,
lo so, eri guitta5, nun ciavevi sordi,
ma l'onore pi  povero pi  bello!
Era mejo la vesta de cambricche,
la polacca a righette d'una vorta,
che 'st'abbito de seta cos scicche!
Adesso vai pulita, se capisce:
ma puro la manija d'una porta
a furia d'addopralla se pulisce...
 II
E m, co' tutta 'st'aria che te dai,
sai che me pari? Er re sur francobbollo.
Ciai un conte? E quanto d? Rottadecollo!
Cinquanta lire ar giorno? E che ce fai?
Giusto jersera, quanno t'incontrai
co' tutte quele penne intorno ar collo,
io dissi: ha spennacchiato quarche pollo...
Er core nun se sbaja: ciazzeccai!
M me spiego la voja d'ann in legno,
l'idea de mette su l'appartamento...
Eh! lo dicevo ch'era un brutto segno!
Quanno una donna ci 'ste pretenzioni,
l'onore, la vergogna, er sentimento
rassegneno le propie dimissioni.
 A NINA
 I
Vi 'na cosa pi stupida e pi sciocca
de crede veramente che li baci
fra l'ommini e le donne so' capaci
d'attaccacce er bacillo ne la bocca?
Ma se me vi davanti 'na paciocca
eguale a te, che sai quanto me piaci,
se me va a ciccio, vi che nu' la baci?
Ci er bacillo? E va b'! Tocca a chi tocca.
No, Nina, nun p sta' che faccia male:
io credo, invece, che ridia la vita...
Dice: - Ma c' lo sputo... -  naturale:
qualunque donna baci, o bella o brutta,
la bocca resta sempre innummidita...
Solo co' te se resta a bocca asciutta!
 II
Un medico ha vorsuto fa' un'inchiesta,
e ha visto ar microscopio una signora
che, per av girato un quarto d'ora,
ciaveva sei bacilli ne la vesta.
Perch una donna, onesta o nun onesta,
scopa la strada co' la coda, e allora
er bacillo se smove, scappa fra,
s'intrufola nell'abbito e ce resta.
Dunque attenta, Ninetta; abbada bene:
se nun t'arzi la vesta te fa danno,
nun guard a l'onest, guarda a l'iggene.
Pensa che queli poveri imbecilli
che te vengheno appresso sospiranno
s'empieno li pormoni de bacilli!
 LA FATTUCCHIERA
 I
Abbita in Borgo, in un bucetto scuro,
pieno de ragni che te fa spavento:
c' 'na scanza, du' sedie, un letto a vento
e quarche santo appiccicato ar muro.
Tra le pile e le carte ce ti puro
un sacco de barattoli d'inguento,
erbe e noce pijate a Benevento,
bone pe' fa' qualunquesia scongiuro.
Benanche che 'sto sito  cos infame,
in certi giorni c' de le giornate
ch' sempre pieno zeppo de madame.
E ce ne vanno nun se sa se quante!
Tutte signore oneste, maritate,
che vonno le notizzie de l'amante.
 II
Appena ch'entrai drento, un gatto rosso,
che stava a sgnavol su la scanza,
invetri l'occhi drento a quelli mia,
arz er groppone e divent pi grosso.
- Parla, - fece la strega - tira via:
t'ha piantato l'amico? Sputa l'osso.
Vi scopr un ladro? Ah, questo qui nun posso:
io fo la strega, mica fo la spia! -
Perch 'sta fattucchiera  un po' curiosa:
se ce vai p'interessi o per amore
lei t'indovina subbito la cosa;
se invece, viceversa, tu ce vai
pe' scopr un ladro,  peggio der questore:
nun so perch, nun c'indovina mai!
 III
Io ce provai. Je dissi: - L'antra sera
hanno arubbato una catena d'oro
a 'na famija a vicolo der Moro,
la quale stava drento a 'na peschiera...
- Benone: - disse - e in cammera chi c'era? -
Dico: - Un commennatore amico loro...
Poi venne un capo-mastro a fa' un lavoro...
- E chiaro! - barbott la fattucchiera -
Senza che cerchi tanto, sposa mia,
la robba che te manca l'ha rubbata
er capo-mastro prima d'ann via. -
Defatti fu arestato er muratore...
e la catena d'oro fu trovata
ne le saccocce der commennatore.
 L'OSTESSA AMMOSCIATA
 I
M'hanno propio odorato, spsa mia!
Puro er pittore ch'abbita qua accosto,
invece de pagamme, m'ha proposto
de pitturamme tutta l'osteria.
Dice: - Far un lavoro a fantasia,
cr uno sfreggio che v'allarghi er posto:
una spece d'un angelo anniscosto
ner foco d'un Vessuvio che va via... -
L'ha fatto, s! ma guarda che lavoro!
Questo  un Vessuvio! Nun te fa l'effetto
che ciabbino tirato un pommidoro?
E questi qua? so' fiori o so' cetroli?
Guarda quant' puzzone 'st'angeletto!
L'ha fatto propio a sconto de facioli!
 II
Ortre a tutte 'ste buggere, m'amanca
la posta pi mijore der locale:
er cavajere:  annato a fin male,
sta drento pe' l'affare de la banca.
Puro quer vecchio co' la barba bianca,
che me pagava sempre puntuale,
un giorno m' cascato pe' le scale
e j' venuto un femore a la cianca.
E er deputato? Te ricorderai:
me speruccava tutta la bottega,
magnava bene e ce scajavo assai...
Ma puro in quello poco pi ce spero,
che, adesso ch' ministro, se ne frega!
Indove vi che magni? Ar ministero!
 VAR
 IN PIZZO AR TETTO
In cima in cima ar tetto, indove vanno
a facce er nido tante rondinelle,
ce so' du' finestrelle, tutto l'anno
incorniciate da le campanelle.
In mezzo a ognuna de 'ste finestrelle,
tra li vasi de fiori che ce stanno,
c' 'na furcina co' le cordicelle
dove c' sempre steso quarche panno.
Prima, da 'ste finestre sott'ar tetto,
Nina cantava: Me so' innammorata...
mentre stenneva quarche fazzoletto.
Ma m ha cambiato musica e parole;
adesso canta: Ah, tu che m'hai lassata!...
E stenne fasciatori e bavarole.
 A CHI TANTO E A CHI GNENTE!
Da quanno che d segni de pazzia,
povero Meo! fa pena!  diventato
pallido, secco secco, allampanato,
robba che se lo vedi scappi via!
Er dottore m'ha detto: -  'na mania
che nun se p guar: lui s' affissato
d'esse un poeta, d'esse un letterato,
ch' la cosa pi peggio che ce sia! -
Dice ch'er gran talento  stato quello
che j'ha scombussolato un po' la mente
pe' via de lo sviluppo der cervello...
Povero Meo! Se invece d'esse matto
fosse rimasto scemo solamente,
chi sa che nome se sarebbe fatto!
 LI BONI CONSIJI DE LA SERVETTA
Je v bene... eh, lo so, signora mia,
ma per lo meno sarvi l'apparenza
e aggisca co' un tantino de prudenza
per imped che faccino la spia.
Se v l'appuntamento, je lo dia,
se v scrive le lettere, pazzienza:
ma fasse vede assieme,  un'imprudenza!
La cammeretta ar Corso  'na pazzia!
Qua, a casa sua, sarebbe un antr'affare:
se chiude drento e, senza d' sospetto,
se p fa' spupazz quanto je pare.
In certi casi, la reputazzione
mica se perde quanno se va a letto:
se perde quanno s'entra in un portone.
 LA POLITICA
Ner modo de pensa c' un gran divario:
mi' padre  democratico cristiano,
e, siccome  impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;
de tre fratelli, Giggi ch' er pi anziano
 socialista rivoluzzionario;
io invece so' monarchico, ar contrario
de Ludovico ch' repubbricano.
Prima de cena liticamo spesso
pe' via de 'sti princip benedetti:
chi v qua, chi v l... Pare un congresso!
Famo l'ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so' cotti li spaghetti
semo tutti d'accordo ner programma.
1915
 LA SETTIMANA DER LAVORATORE
Er luned piantassimo er servizzio
perch ce venne l'ordine da fri,
er marted sospesi li lavori,
er mercord fu chiuso l'esercizzio.
Gioved scioperai co' li sartori
perch mi' moje sta ner sodalizzio,
e venerd che fecero er comizzio
fui solidale co' li scopatori.
Sabbato s'aspett la decisione
con una bicchierata socialista
a li compagni de la Commissione;
e intanto fu firmata una protesta
contro la borghesia capitalista
che ce fa lavor puro la festa!
1914
 LO SCIOPERO
Fu er presidente de la Lega mia,
ch'era avvocato de li scioperanti,
fu propio lui che disse: - Avanti! Avanti!
Scendemo in piazza! Evviva l'anarchia! -
A 'ste parole qui, per quanto sia,
ce s'infoc la testa a tutti quanti:
ma sur pi bello ce sbuc davanti
uno squadrone de cavalleria.
Se la sommossa rivoluzzionaria
quer giorno nun pij 'na brutta piega
fu per via che sparaveno per aria;
ma per un pelo un crpo de moschetto
ciammazza er presidente de la Lega
che s'era riparato in cima a un tetto!
 UNO SBAJO
Senteme questa se nun  carina:
Checco er portiere, ch'era condannato
a sette mesi per av rubbato,
pens de fa' un'istanza a la Reggina.
Doppo tre o quattro giorni, una matina
j'ariva un anveloppe siggillato:
l'apre, lo legge... e sai che ci trovato
scritto drento a la lettera?... Indovina!
O sia che c' 'no sbajo ner cognome,
o sia che pe' risponne troppo presto
j'hanno fatto un impiccio, o nun so come,
er fatto sta che er povero portiere,
invece de la grazzia che j'ha chiesto,
 stato nominato cavajere!
 LA STATISTICA
Sai ched' la statistica?  'na cosa
che serve pe' fa' un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spsa.
Ma pe' me la statistica curiosa
 dove c'entra la percentuale,
pe' via che, l, la media  sempre eguale
puro co' la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d'adesso
risurta che te tocca un pollo all'anno:
e, se nun entra ne le spese tue,
t'entra ne la statistica lo stesso
perch c' un antro che ne magna due.
 ER BATTESIMO CIVILE
Pe' nun faje er battesimo davero,
ho battezzato la pupetta mia
cr vino de Frascati all'osteria,
davanti a 'no stennardo rosso e nero.
Zi' Pippo, l'oste, come un prete vero,
pij la pupa, la chiam Anarchia,
e biastim la Vergine Maria
per un riguardo ar libbero pensiero;
doppo du' o tre bevute, er comparetto,
a cavallo a 'na botte de Frascati,
ce fece un... verso e recit un sonetto;
mentre la pupa, ner ved 'ste scene,
pareva che guardasse l'invitati
come pe' dije: - Cominciamo bene!
1912
 MOMENTI SCEMI
Le lettere ch'ha scritto Rosa mia
l'avrebbe d'abbrucia, ma nun ci core:
le tengo chiuse drento a un tiratore
framezzo a li mazzetti de gaggia.
Fa tanto bene a ripens a l'amore
ne li momenti de malinconia:
provi una spece de nun so che sia,
come un piacere de sent dolore.
Ched'? da che dipenne? Nun saprei:
ma so che 'st'impressione io me la sento
se rileggo le lettere de lei.
Se tu vedessi quante ce ne stanno!
Me n'avr scritte armeno un quattrocento...
perch m'ha cojonato pi d'un anno!
 LA SERVA SEDOTTA
Io, prima, je lo dissi co' le bone:
- Me compatisca, signorina mia,
ho scivolato:  stata una pazzia
ch'ho fatto in d'un momento de passione. -
Dice: - Nun vojo tante spiegazzione:
fate er vostro bavulle e annate via.
Questa nun  passione:  porcheria
dove nun c'entra gnente l'affezzione. -
Allora m'inquietai. Dico: - Ma lei
come le chiama... quelle... pe' capisse...
che fa ar Corso Vittorio, centosei? -
A 'ste parole mie fu un incantesimo;
me perdon, nun solo, ma me disse:
- S' femminuccia la terr a battesimo.
 L'ANTIQUARIO
Come, madama? Un puro quattrocento,
un ber cesello, un ermo d'un gueriero,
pe' trentacinque franchi? Ah, no davero!
Manco se fosse un cuccomo d'argento!
Se lei me se pijasse er paravento
potrebbe fa' lo scalo sur cimiero,
cos quer che guadambio ne l'Impero
ce lo rimetto sul Rinascimento.
E 'sto sof barocco je finisce?
Guardi che dorature! Che broccato!
C' quarche macchia? Emb, s'aripulisce.
Eppoi so' macchie antiche:  pi stimato!
So' patacche dell'epoca, capisce?
Puzzonate der secolo passato!
 LI SCRUPOLI DE LA CAMMERIERA
 carit pelosa e tant'abbasta:
ma in quela festa de beneficenza
ch'ha dato l'antra sera su' Eccellenza,
ner vede le signore, io so' rimasta!
Faceveno pag la confidenza:
una, presempio, mozzic una pasta
e el rimanente lo vendette all'asta
pe' quattordici lire. Eh? che schifenza?!
Madama Sambuc, che stava ar banco,
se 'metteva li sigheri qua drento
e doppo li vendeva per un franco!
La baronessa poi la fece grossa:
ann cr duca dietro ar paravento...
a beneficio de la Croce Rossa!
 L'INGIUSTIZZIE DER MONNO
Canalino che senti di' "cleptomania"
 segno ch' un signore ch'ha rubbato:
er ladro ricco  sempre un ammalato
e er furto che commette  una pazzia.
Ma se domani  un povero affamato
che rubba una pagnotta e scappa via
pe' lui nun c' nessuna malatia
che j'impedisca d'esse condannato!
Cos va er monno! L'antra settimana
che Teta se n'agnede cr sartore
tutta la gente disse: -  una puttana. -
Ma la duchessa, che scapp in America
cr cammeriere de l'ambasciatore,
- Povera donna! - dissero -  un'isterica!...
 LI BISOGNI DE LA GIUSTIZZIA
Ah, certo, l'avvocato difensore
me fece una difesa commovente!
- Voi - disse - condannate un innocente!
Pietro Palletti  un giovane d'onore! -
Ma s! Perdeva er tempo inutirmente:
quer possin'ammazzallo der pretore
seguitava a parl con un signore
che manco la vergogna de la gente!
E sapete chi era? Lo strozzino
che je sconta l'effetti: tant' vero
che je messe un pappi sur tavolino;
lui l'infil ner Codice Penale
eppoi me condann soprapensiero
propio a tre mesi come la cambiale!
 L'ONEST DE MI' NONNA
Quanno che nonna mia pij marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po' se troveno l'amante...
Lei, in cinquantanni, nu' l'ha mai tradito!
Dice che un giorno un vecchio impreciuttito
che je voleva fa' lo spasimante
je disse: - V'arigalo 'sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito. -
Un'antra, ar posto suo, come succede,
j'avrebbe detto subbito: - So' pronta. -
Ma nonna, ch'era onesta, nun ciagnede;
anzi je disse: - Stattene lontano... -
Tanto ch'adesso, quanno l'aricconta,
ancora ce se mozzica le mano!
 ER TEPPISTA
Credi ch'io sia monarchico? Pe' gnente:
che me ne frega? E manco socialista!
Repubbricano? Affatto! Io so' teppista
e, pe' de pi, teppista intransiggente!
Ciancico, sfrutto, faccio er propotente
cr proletario e cr capitalista,
caccio er cortello, meno a l'imprevista,
magno e nun pago e provoco la gente.
Se me capita, sfascio: e sputo in faccia
a le donne, a li preti, a li sordati...
Ma nun me crede poi tanto bojaccia:
che so' pi onesto, quanno semo ar dunque,
de tutti 'sti teppisti ariparati
de dietro a 'na politica qualunque!
 ONORE AR MERITO
Checchina ch'ha sposato er muratore,
co' tutto che sia giovene e sia bella,
seguita a fa' la serva e s'aranchella
piuttosto che casca ner disonore:
invece Mariettina, la sorella
che un anno fa ciaveva er senatore,
adesso sta a Pariggi e fa furore,
ci li quatrini e marcia in carettella.
Tu me dirai: - Va b', ma mentre questa
se mette assieme li pappi da mille,
povera Checca se conserva onesta... -
In fonno nun hai torto: ma la gente
seguita a di' che Checca  un'imbecille
e che Marietta  stata inteliggente.
 II
Invece de chiamasse Mariettina
se fa chiama Musetta, e j'hanno fatto
puro le cartoline cr ritratto
ch'avressi da ved quant' carina!
L'istessa madre sua, che doppo er fatto
la tratt da puzzona e d'assassina,
ner rivedella su la cartolina
se la guard coll'occhio soddisfatto.
Anzi, dice che disse a la sartora:
- Nun me sta bene a me ch je so' madre,
ma adesso fa fichetto a una signora!
Eh! sposa mia! Se stasse in un cantone
quela benedett'anima der padre!
Povero vecchio! Che soddisfazzione!...

 L'ASSASSINO MODERNO
 I
Eccome qua da lei, sor delegato:
vengo per l'omicidio ch' successo.
Io so' Pasquale Teppi: lo confesso,
so' stato propio io che l'ho ammazzato.
Me so' costituito solo adesso
pe' via che jeri m'hanno intervistato,
e avevo da parl co' l'avvocato
pe' famme la difesa ner processo.
Ho scritto la rettifica ar giornale:
m sto tranquillo... Eppoi legga l'articolo
quarantasei der Codice Penale:
lo vede?  chiaro! Data la questione,
me posso mette, se nun c' pericolo,
completamente a sua disposizzione.
 II
Qual' stato er movente der delitto?
Come sarebbe a di'? quale movente?
Io, pe' me tanto, nun movevo gnente
se l'ammazzato fosse stato zitto.
Domani, ne la lettera ch'ho scritto,
je spiego l'omicidio chiaramente,
e lei ch' una persona inteliggente
dir se stavo o no ner mio diritto.
Perfino l'avvocato me consija
de confess sinceramente er fatto
perch me sarva un vizzio de famija:
nonno beveva, nonna pi de lui,
mi' padre, poveretto,  morto matto,
mi' madre era epilettica: per cui...
 III
Co' questo sto a cavallo,  indubbitabbile;
pi c' un perito de frenologgia
ch'ha gi trovato su la faccia mia
li segni d'un carattere eccitabbile.
Perch ci l'osso in fra, l'occhio stabbile,
la fronte bassa che me scappa via...
Tutto un assieme de fisonomia
che c' nell'omo semi-responsabbile.
cr una prova in mano come questa
dimostro che so' nato delinquente
pe' la conformazzione de la testa:
e s'ho mannato un omo all'antro monno
la corpa  tutta quanta dipennente
da quele sborgne che pijava nonno.
1909
 LI BONI POSTI
 I
Era un ber pezzo che je stava appresso,
poi, furbo, ci mannato la sorella:
subbito su' Eccellenza, ner vedella,
ha firmato er decreto e ce l'ha messo.
Se tu vi av l'impiego fa' lo stesso,
Checco, da' retta a me, mannece a quella
senza er canale d'una donna bella
resterai sempre a spasso come adesso.
Nun c' decoro? Che minchioneria!
Ma, scusa, quanno dichi l'orazzione
co' che cominci? Co' l'Avemmaria;
a chi t'ariccommanni? A la Madonna:
dunque perfino ne la religgione
bisogna av l'appoggio de la donna!
 II
Quanno c' la donnetta che lavora
va tutto a vele gonfie ch' un piacere:
er sor Angelo, infatti,  cavajere,
ma a chi lo deve? Tutto a la signora.
Perch er ministro che ce stava allora
annava a casa sua tutte le sere...
Eh, se lui nun cascava dar potere,
che sarebbe er sor Angelo a quest'ora!
Ma lei nun se scoraggia e j'ha promesso
de faje cresce l'onorificenza
sotto ar ministro ch'hanno fatto adesso:
defatti gi comincia a strofinasse...
Per resta a ved se a su' Eccellenza
je vanno a genio le signore grasse.
 LA NOMINA DER CAVAJERE
 I
Prima
Me faccia d' 'sta croce!  da l'antr'anno
che ci provato in tutte le maniere:
invece l'hanno data ar pasticcere,
e a me, nun so perch, nun me la dnno!
Se n'incarichi lei, faccia er piacere;
nun ci benemerenze? Eh, va cercanno!
Oggiggiorno li meriti che fanno
per uno che dev'esse cavajere?
Quarche benemerenza nazzionale
ce l'ho, pe' via, ch'assieme a mi' fratello,
venno le caciottelle ar Quirinale.
E pe' de pi ci puro mi' cuggina
ch' fija de la socera de quello
ch'accommoda le scarpe a la Reggina.
 II
Doppo
Che cavajere e che cavajerato!
Ma chiameme Giggetto, tira via!
Me cianno fatto, ma pe' parte mia
io nun ce n'ho n corpa n peccato.
Fra l'antre cose, m'hanno nominato
de moto-propio der sovrano: ossia
 quanno ar Re je vi la fantasia
senza che l'antri ciabbino pensato.
Parlanno cr ministro j'avr chiesto:
- Conosce Giggi Trappola er caciaro?
 un bravo negozziante,  un omo onesto...
E forse, ripensanno a le caciotte,
ha preso carta, penna e callamaro,
m'ha fatto cavajere e bona notte.
 LI FRAMMASSONI DE JERI
 I
Che credi tu? Ch'a le rivoluzzioni
fussero carbonari per davero,
cr sacco su le spalle e er grugno nero?
Ma che!  lo stesso de li frammassoni.
So' muratori, s, ma mica  vero
che te vengheno a mette li mattoni!
Loro so' muratori d'opinioni,
cianno la puzzolana ner pensiero.
Tutta la mano d'opera se basa
ner demol li preti, cr proggetto
de fabbricaje sopra un'antra casa.
Pe' questo so' chiamati muratori
e er loro Dio lo chiameno Architetto...
Ma poco pi j'assiste a li lavori!
 II
E siccome er Dio loro  libberale,
ma gira gira  sempre er Padreterno,
ne vi ch'er frammassone va ar governo,
ce trova er prete e ce rimane eguale.
Se sa, l'ambizzioncella personale
je strozza spesso er sentimento interno:
 un modo de pens tutto moderno
e in questo nun ce trovo 'sto gran male.
Se er frammassone ci li tre puntini,
er prete ci er treppizzi, e m'hai da ammette
che armeno in questo qui je s'avvicini;
vedrai che troveranno la maniera
de sarv capra e cavoli cr mette
un puntino per pizzo e... bona sera!
1912
 LI BURATTINI
 I
Guarda li burattini su la scena
co' che importanza pijeno la cosa:
guarda er gueriero ch'aria contegnosa,
come se sbatte bene, come mena!
Vince tutti!  terribbile! Ma appena
la mano che lo mve se riposa,
l'eroe s'incanta e resta in una posa
che spesso te fa ride o te fa pena.
Lo stesso  l'omo. L'omo  un burattino
che fa la parte sua fino ar momento
ch' mosso da la mano der destino;
ma ammalappena ch'er burattinaro
se stufa de tenello in movimento,
bona notte, Ges, ch l'ojo  caro!
 II
Li burattini, doppo lavorato,
finischeno ammucchiati in un cantone,
tutti in un mazzo, senza fa' questione
sopra la parte ch'hanno recitato.
Cos ritrovi er boja abbracciato
ar prete che je d l'assoluzzione,
mentre l'eroe rimane a pennolone
vicino a li nemmichi ch'ha ammazzato.
 solo l ch'esiste un'uguaglianza
che t'avvicina er povero pupazzo
ar burattino che se d importanza:
e, unito ner medesimo pensiero,
pare che puro er Re, framezzo ar mazzo,
diventi democratico davero!
 LE FAVOLE
1922
 FAVOLE RIMODERNATE
 LA CECALA D'OGGI
Una Cecala, che pijava er fresco
all'ombra der grispigno e de l'ortica,
pe' da' la cojonella a 'na Formica
cant 'sto ritornello romanesco:
- Fiore de pane,
io me la godo, canto e sto benone,
e invece tu fatichi come un cane.
- Eh! da qui ar bel ved ce corre poco:
- rispose la Formica -
nun t'hai da crede mica
ch'er sole scotti sempre come er foco!
Amomenti verr la tramontana:
commare, stacce attenta... -
Quanno venne l'inverno
la Formica se chiuse ne la tana;
ma, ner sent che la Cecala amica
seguitava a cant tutta contenta,
usc fra e je disse: - Ancora canti?
ancora nu' la pianti?
- Io? - fece la Cecala - manco a dillo:
quer che facevo prima faccio adesso;
m ci l'amante: me manti quer Grillo
che 'sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? l'onest? Quanto sei cicia!
M'aricordo mi' nonna che diceva:
Chi lavora ci appena una camicia,
e sai chi ce n'ha due? Chi se la leva.
 L'ACQUA, ER FOCO E L'ONORE
L'Acqua, er Foco e l'Onore
fecero er patto d'esse sempre amichi,
vicini ne la gioja e ner dolore
come s'usava ne li tempi antichi.
- Io ce sto: - disse l'Acqua - ma che famo
se quarchiduno de noi tre se perde?
Ce vonno li segnali de richiamo.
A me, me troverete ne li prati
pieni de verde e in pi d'un'osteria
che vende er "vero vino de Frascati".
- Correte dove vanno li pompieri.
- je disse er Foco - Quella  casa mia. -
L'Onore chiese: - E a me chi m'aripija?
In societ ce capito de rado;
pe' li caff, lo stesso. Ormai nun vado
nemmanco ne le feste de famija.
 passata quell'epoca! D'altronne
me so' invecchiato e poco pi m'impiccio
d'affari, de politica e de donne.
Ho inteso a di' che spesso
li mariti d'adesso
ammazzeno la moje a nome mio;
nun ve fate confonne: nun so' io!
E state attent'a quelli
che fanno li duelli...
- Oh! sai che nova c'? - je disse er Foco -
Ner caso che te perdi, fa' un segnale:
se poi nun te trovamo  tale e quale,
ch in fin de conti servi a tanto poco!
 ER PORCO E ER SOMARO
Una matina un povero Somaro,
ner vede un Porco amico ann ar macello,
sbott in un pianto e disse: - Addio, fratello:
nun se vedremo pi, nun c' riparo!
- Bisogna esse filosofo, bisogna:
- je disse er Porco - via, nun fa' lo scemo,
che forse un giorno se ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna!
 ER SORCIO LOMBETTO
Un Sorcio bianco, pieno de coraggio,
stava studianno er modo
d'entr ne la bottega d'un caciaro
pe' fasse una magnata de formaggio;
e siccome era secco come un chiodo
nu' j'ariusc dificile er passaggio.
Smerlett lo stracchino,
fece 'na grotta ar cacio pecorino,
allarg li bucetti a la groviera...
De tutto quer che c'era
vorse sent er sapore:
s'ingozz come un lupo, come un porco,
insomma fece un pranzo da signore.
cchete che la sera,
doppo d'av magnato e rimagnato,
er Sorcio pens bene de squajasse
da l'istessa fessura ch'era entrato.
Ma aveva voja a spigne e a intrufolasse:
ce capeva la testa, ammalappena.
- M sconterai la pena
d'av fatto un'azzione disonesta
- je disse un Sorcio, antico der locale -
Se voi riusc de qui, caro collega,
bisogna che diventi come jeri,
secco, affamato, debbole com'eri
quanno ch'entrassi drento 'sta bottega...
- E allora - disse er Sorcio - nun me mvo:
mica so' scemo! Gi che me ce trovo
seguito a magn qui: chi se ne frega?
 ER SOLE E ER VENTO
Un giorno er Sole e er Vento
fecero la scommessa
a chi arzava la vesta a 'na regazza
che, propio in quer momento,
traversava 'na piazza.
- Io - disse er Sole - posso sta' tranquillo:
se per arz la vesta
puro a 'na donna onesta
basta 'na purce o un grillo,  affare mio:
me la lavoro io! -
Ce prov du' o tre vorte: inutirmente;
la regazza faceva quarche strillo,
zompava un po', ma nun s'arzava gnente.
Tutto contento, er Vento,
prima de fa' la prova,
entr in un Banco e fece vol via
una carta da cento.
Poi cominci cr fischio da lontano,
e piano piano je se fece addosso;
ma la regazza, arinnicchiata ar muro,
s'areggeva la vesta co' le mano
e strigneva le gambe a pi nun posso.
Per, quanno s'accorse der bjietto
che je volava propio su la testa,
agnede p'acchiappallo, arz le braccia...
Allora er Vento la pij de faccia,
se fece sotto e j'arz su la vesta.
- Vedi? - dice - nun  che a noi ciamanchi
la forza a fa' li fochi o a fa' li venti:
 ch'oggiggiorno, in cert'esperimenti,
ce vonno li pappi da cento franchi!
 ER SORCIO DE CITT E ER SORCIO DE CAMPAGNA
Un Sorcio ricco de la capitale
invit a pranzo un Sorcio de campagna.
- Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna...
- je disse er Sorcio ricco - Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! -
L'istessa sera, er Sorcio de campagna,
ner travers le sale
intravidde 'na trappola anniscosta;
- Collega, - disse - cominciamo male:
nun ce sar pericolo che poi...?
- Macch, nun c' paura:
- j'arispose l'amico - qui da noi
ce l'hanno messe pe' cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ch se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so' fatte pe' li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!
 ER FUMO E LA NUVOLA
Un Fumo nero nero e fitto fitto,
ch'esciva da la cappa d'un cammino,
annava dritto, a sbuffi, verso er celo.
Tanto che per un pelo
sbatteva in una Nuvola abbottata;
una Nuvola bianca ch'era stata
assieme a le compagne
a fa' 'na pioggia de beneficenza
pe' tutte le campagne.
- Perch te metti su la strada mia?
- je disse er Fumo - Levete davanti!
Io so' fijo der Foco! Passa via!
- Sai, nun m'incanti! - j'arispose lei -
Fai male a di' 'ste cose propio a noi:
nun te fa' der paese che nun sei!
Conosco tanta gente
che se d 'st'arie e poi
l'acchiappi, strigni, guardi, e nun c' gnente...
Datte puro 'sto fumo, ma fai male
a racconta che venghi su dar foco:
perch tu sai benissimo ch' un coco
che cce una braciola de majale.
 L'ELEZZIONE DER PRESIDENTE
Un giorno tutti quanti l'animali
sottomessi ar lavoro
decisero d'elegge un Presidente
che je guardasse l'interessi loro.
C'era la Societ de li Majali,
la Societ der Toro,
er Circolo der Basto e de la Soma,
la Lega indipennente
fra li Somari residenti a Roma;
eppoi la Fratellanza
de li Gatti soriani, de li Cani,
de li Cavalli senza vetturini,
la Lega fra le Vacche, Bovi e affini...
Tutti pijorno parte a l'adunanza.
Un Somarello, che pe' l'ambizzione
de fasse elegge s'era messo addosso
la pelle d'un leone,
disse: - Bestie elettore, io so' commosso:
la civirt, la libbert, er progresso...
ecco er vero programma che ci io,
ch' l'istesso der popolo! Per cui
voterete compatti er nome mio. -
Defatti venne eletto propio lui.
Er Somaro, contento, fece un rajo,
e allora solo er popolo bestione
s'accorse de lo sbajo
d'av pijato un ciuccio p'un leone!
- Miffarolo! - Imbrojone! - Buvattaro!
- Ho pijato possesso:
- disse allora er Somaro - e nu' la pianto
nemmanco se morite d'accidente.
Peggio pe' voi che me ciavete messo!
Silenzio! e rispettate er Presidente!
 FAVOLE MODERNE
 LA RANOCCHIA AMBIZZIOSA
Una Ranocchia aveva visto un Bove.
- Oh! - dice - quant' grosso! quant' bello!
S'io potesse gonfiamme come quello
me farebbe un bel largo in societ...
Je la far? Chiss?
Basta... ce prover. -
Sort dar fosso e, a furia de fatica,
s'emp de vento come 'na vescica,
finch nun s'abbott discretamente;
ma, ammalappena je rivenne in mente
quela ranocchia antica
che volle fa' lo stesso e ce schiatt,
disse: - Nun  possibbile ch'io possa
divent come lui: ma che me frega?
A me m'abbasta d'esse la pi grossa
fra tutte le ranocchie de la Lega...
 EL LEONE RICONOSCENTE
Ner deserto dell'Africa, un Leone
che j'era entrato un ago drento ar piede,
chiam un Tenente pe' l'operazzione.
- Bravo! - je disse doppo - Io t'aringrazzio:
vedrai che te sar riconoscente
d'avemme libberato da 'sto strazzio;
qual' er pensiere tuo? d'esse promosso?
Emb, s'io posso te dar 'na mano... -
E in quela notte istessa
mantenne la promessa
pi mejo d'un cristiano;
ritorn dar Tenente e disse: - Amico,
la promozzione  certa, e te lo dico
perch me so' magnato er Capitano.
 ER PORCO
Un vecchio Porco disse a certe Vacche:
- La vojo fa' finita
de fa' 'sta porca vita.
Me vojo mette er fracche,
le scarpe co' lo scrocchio,
un fiore, un vetro all'occhio,
e annammene in citt,
indove c' la gente pi pulita
che bazzica la bona societ. -
Fu un detto e un fatto, e quela sera istessa
agnede a pij er t da 'na contessa:
s'intrufol framezzo a le signore,
disse quarche parola de francese,
son, cant, ball, fece l'amore.
Ma doppo du' o tre giorni
er vecchio Porco ritorn ar paese.
- Che? - fecero le Vacche - gi ritorni?
Dunque la societ poco te piace...
- No, - disse er Porco - so' minchionerie!
Io ce starebbe bene, me dispiace
che ce se fanno troppe porcherie...
 ER BUFFONE
Anticamente, quanno li regnanti
ciaveveno er Buffone incaricato
de falli ride - come adesso cianno
li ministri de Stato,
che li fanno sta' seri, che li fanno -
puro el Leone, Re de la Foresta,
se msse in testa de vol er Buffone.
Tutte le bestie agnedero ar concorso:
l'Orso je fece un ballo,
er Pappagallo spifer un discorso,
e la Scimmia, la Pecora, er Cavallo...
Ogni animale, insomma, je faceva
tutto quer che poteva
pe' fallo ride e guadambiasse er posto;
per el Leone, tosto,
restava indiferente: nu' rideva.
Finch, scocciato, disse chiaramente:
- Lassamo ann: nun  pe' cattiveria,
ma l'omo solo  bono a fa' er buffone:
nojantri nun ciavemo vocazzione,
nojantri semo gente troppo seria!
 LA CACCIA A LA VORPE
- Ma perch scappi via?
- disse un Toro a la Vorpe - Indove vai? -
La Vorpe j'arispose: - Nu' lo sai
che ci de dietro l'aristocrazzia?
Nun sai che 'sta canaja,
ch'ogni tanto se d l'appuntamento,
me vi appresso, m'acchiappa e poi me taja
la capoccia e la coda?
Guarda che bella moda!
che ber divertimento!
- Ma - fece er Toro - avressi da capilla
che a quelli je diverti perch scappi.
Se nun vi che 'sta gente
propotente t'acchiappi,
nun te move, nun corre, sta' tranquilla. -
Ner mejo che parlaveno fra loro,
viddero un cavajere in fracche rosso
che invece de sart 'na staccionata
fece un capolitombolo in un fosso.
La Vorpe disse piano:
- Accidenti! che straccio de cascata!
Dev'esse quarche principe romano!
 LA VIOLETTA E LA FARFALLA
Una vorta, 'na Farfalla
mezza nera e mezza gialla,
se pos su la Viola
senza manco salutalla,
senza dije 'na parola.
La Viola, dispiacente
d'esse tanto trascurata,
je lo disse chiaramente:
- Quanto sei maleducata!
M'hai pijato gnente gnente
per un piede d'insalata?
Io so' er fiore pi grazzioso,
pi odoroso de 'sto monno,
so' ciumaca e nun ce poso,
so' carina e m'annisconno.
Nun m'importa de 'sta accanto
a l'ortica e a la cicoria:
nun me preme, io nun ci boria:
so' modesta e me ne vanto!
Se so' fresca, per un srdo
vado in mano a le signore;
appassita, so' un ricordo;
secca, curo er raffreddore...
Prima o poi so' sempre quella,
sempre bella, sempre bona:
piacio all'ommini e a le donne,
a qualunque sia persona.
Tu, d'artronne, sei 'na bestia,
nun capischi certe cose... -
La Farfalla j'arispose:
- Accidenti, che modestia!
 ER BIJETTO DA CENTO LIRE
Un Bijetto da Cento
diceva: -  pi d'un mese
che giro 'sto paese,
sempre in funzione, sempre in movimento!
Comincianno da un vecchio, che una notte
me diede a 'na coccotte,
so' capitato in mano a un farmacista,
a un avvocato, a un giudice, a un fornaro,
a un prete e a un socialista.
Capisco ch' 'na gran soddisfazione
d'ann in saccoccia a tutti: ommini e donne,
onesti e farabbutti; ma d'artronne
trovo curioso che l'istesso fojo,
che j'ha servito a fa' 'na bona azzione,
poi serva a fa' un imbrojo!
M, da quattr'ora, sto ner portafojo
d'una signora onesta:
ma indove finir doppo de questa?
Chi lo sa? chi lo sa? Chi me possiede
me conserva, me stima,
me ti da conto assai, ma nun me chiede
quer che facevo co' chi stavo prima.
E questo  naturale, capirai:
quanno se tratta de pij quatrini
la provenienza nun se guarda mai!
 ER PIPISTRELLO
La Lodola e er Fringuello,
ner vede un Pipistrello
pi nero de l'inchiostro,
dissero: - Uh Dio che mostro!
Nun pare manco vero
che sia fratello nostro!
 brutto, sbrozzoloso,
ci l'ale come er diavolo...
- Nun me n'importa un cavolo!
- rispose er Pipistrello -
Lo so che so' cattivo,
lo so che nun so' bello:
ma, manco a dillo, vivo
libbero e pi tranquillo
de qualunqu'artro ucello.
Io, come le coccotte,
nun srto che la notte:
fo er solito giretto
verso l'avemmaria,
m'acchiappo quarche grillo,
m'intrufolo ner tetto,
magno, risrto e via:
ecco la vita mia!
 mejo che nun ciabbia
er canto der Fringuello
che poi finisce in gabbia.
Dite: che ce guadagna
la Lodola minchiona
d'av la carne bona?
Che l'omo se la magna.
Guardate un po' l'Ucello
de Paradiso? Quello
s' fatto un certo nome:
ma voi sapete come
finisce malamente
cucito sur cappello!
Dunque co' che coraggio
volete ch'io sia bello?
Li preggi spesso fanno
pi danno che vantaggio.
No, no: nun me ne curo...
 mejo a sta' anniscosto!
 mejo a sta' a l'oscuro!
 LI CAPPELLI
Doppo una lontananza de quattr'anni,
li du' Cappelli s'ereno incontrati
vicino su lo stesso attaccapanni.
Come succede, vennero in discorso
de quanno figuraveno in vetrina
d'un cappellaro ar Corso.
- Eh! - dice - er caso, quante ne combina!
Chi avrebbe immagginato, doppo tanto,
de ritrovasse accanto?
Tu co' chi stai? - Co' Giggi er mozzorecchio.
E te? - Co' Totarello lo spezziale.
Come me trovi? - Sempre tale e quale:
fresco, pulito, bello... Un vero specchio.
Invece guarda a me, come so' vecchio:
brutto, sciupato... So' ridotto male!
Forse dipenner ch'er mi' padrone
conosce tutti e, senza fa' eccezzione,
nun sta un minuto cr cappello in testa...
- Apposta io me conservo, grazziaddio:
perch conosce tanti pur'er mio,
ma nun saluta che la gente onesta.
 L'OMO E ER SERPENTE
Un Omo che dormiva in mezzo a un prato
s'insogn che una donna tanto bella
l'aveva abbraccicato.
Naturarmente, l'Omo, ner vedella,
fece un gran sarto e se svej: ma, invece
de trov a quella, vidde ch'un Serpente
je s'era intorcinato intorno ar collo
a rischio de strozzallo come un pollo.
- Ah, sei tu? Meno male!
Me credevo de peggio! - disse l'Omo
mentre se storcinava l'animale.
Ma ciarimase tanto impressionato
che da quer giorno cominci a confonne
li serpenti e le donne. Tant' vero
che un'antra notte, mentre s'insognava
d'av ar collo 'na vipera davero,
trov la moje che l'abbraccicava.
 LA PURCE
Una Purce sbafatora,
che ciaveva l'anemia,
pe' guar 'sta malatia
succhi er sangue a una Signora,
ch'a quer pizzico fu lesta
d'arz subbito la vesta.
Dice: - Bella impertinenza
de venimme su le gamme!
Chi t'impara a pizzicamme?
Chi te d 'sta confidenza?
Bada a te, brutta carogna,
se me capiti fra l'ogna... -
Ma la Purce impertinente,
che per esse pi sicura
s'era messa a fa' la cura
da la parte de ponente,
ner sentisse di' 'ste cose
fece un zompo e j'arispose:
- Com' mai che a un certo tale,
che te pizzica l'istesso
tanto forte e tanto spesso,
nun je strilli tale e quale?
Puro quello, a modo suo,
nun te succhia er sangue tuo?
Sai perch? Perch a 'sto monno,
speciarmente a le signore,
j'aritintica l'onore
solamente co' chi vnno... -
La Madama, a sent questa,
cal subbito la vesta.
 ER ROSPO E LA GALLINA
Un Rospo, ner sent che 'na Gallina
cantava come un'anima addannata,
je domann: - Ched' che strilli tanto?
- Ho fatto un ovo fresco de giornata:
- rispose la Gallina - apposta canto.
- Fai male, - disse er Rospo - male assai!
Tu lavori pe' l'ommini, ma loro
come t'aricompenseno el lavoro?
Te tireranno er collo
com'hanno fatto ar pollo, lo vedrai.
Nun te fid de 'sta canaja infame
che t'ha cotto er marito ne la pila
e un fijo ner tegame!
Nun te fid de 'sta gentaccia ingrata
che te se pija l'ova che je di
pe' facce la frittata!
Pianta 'sti sfruttatori e impara a vive!
Se loro vonno l'ova de giornata
nu' je da' retta: fajele stantive!
 LA CARRIERA DER PORCO
Una vorta un Maiale d'ingegno,
che veniva da un sito lontano,
chiese aiuto a un Somaro italiano
de trovaje un impiego in citt.
Er Somaro je disse: - M'impegno
volentieri de datte 'na mano
se me dichi per filo e per segno
qual' l'arte che mejo sai fa'.
Vendi er vino? - Nun posso soffrillo,
me fa male sortanto a odorallo.
- Sei droghiere? - Nemmanco a pensallo!
So' nervoso e nun pijo caff.
- Sei tenore? - Pe' gnente! Se strillo
me vi fra la voce der gallo...
- Se  cos torna a casa tranquillo
ch 'sti posti nun fanno pe' te.
- Io, per, - disse allora er Maiale -
faccio er porco, e de pi ci pe' moje
la pi bella fra tutte le troje,
co' cert'occhi che fanno incant.
L'ho sposata, ma  un nodo legale
ch'ogni tanto se lega e se scioje...
- S' cos - disse er Ciuccio nostrale -
resta qui, ch l'affare se fa.
 L'OMO E LA SCIMMIA
L'Omo disse a la Scimmia:
- Sei brutta, dispettosa:
ma come sei ridicola!
ma quanto sei curiosa!
Quann'io te vedo, rido:
rido nun se sa quanto!...
La Scimmia disse: - Sfido!
T'arissomijo tanto!
 L'ORTOLANO E ER DIAVOLO
C'era 'na vorta un povero Ortolano
che, se j'annava un pelo a l'incontrario,
dava de piccio a tutto er calennario,
metteva in ballo er paradiso sano;
Dio guardi! cominciava a biastim:
- Corpo de...! sangue de...! mannaggia la...! -
Un giorno, mentre stava a taj un cavolo
e che pe' sbajo taj invece un broccolo,
come faceva sempre attacc un moccolo:
per, 'sta vorta, scapp fra er Diavolo
che l'agguant da dove l'impiegati
cianno li pantaloni pi lograti.
Ner sentisse per aria, straportato,
l'Ortolano diceva l'orazzione,
pregava le medesime persone
che poco prima aveva biastimato:
- Dio! Cristo santo! Vergine Maria!
M'ariccommanno a voi! Madonna mia! -
Er Diavolo, a sti' nomi,  naturale
che apr la mano e lo lass de botto:
l'Ortolano casc, come un fagotto,
sopra un pajone senza fasse male.
- L'ho avuta bona! - disse ner casc -
Corpo de...! sangue de...! mannaggia la...!
 ER CANE E LA CAGNA
- Sei cambiata, Fif mia:
- disse un Cane a 'na Cagnola -
prima annavi sempre sola,
m vai sempre in compagnia.
Da che stai co' la Duchessa
che te porta in carettella.
Fif mia, nun sei pi quella,
te sei troppo compromessa!
Tenghi un cane pe' cantone
che te manca de rispetto:
m un burdocche, m un lupetto,
m un bassotto, m un barbone...
Prima, invece, eri pi bona,
nun ciavevi tanta smagna...
- Eh, lo so! - disse la Cagna -
M'ha guastato la padrona!
 ER GALLO E ER CANE
Prima che spunti er sole
la matina abbonora, quanno er celo
arissomija un tantinello ar mare,
quanno che l'aria pare
ch'odori de viole,
er Gallo arza la testa,
sgrulla la cresta e fa: chicchirich.
Una matina, un Cane, ner sent
l'aritornello solito, je disse:
- Zitto! che se er padrone te sentisse
te tirerebbe er collo! Nu' lo sai
ch'er mi' padrone  un omo ricco assai?
Nun ha bisogno mica
d'arzasse accus presto, capirai:
 tanto stracco!  stato co' l'amica...
- Io - fece er Gallo - canto solamente
pe' svej chi lavora, chi fatica,
chi se guadagna er pane onestamente.
Lo vedi er campagnolo,
er vignarolo, l'ortolano? Stanno
gi in piedi e se ne vanno
tutti contenti a lavor in campagna;
se questi qui nun s'arzeno, er padrone
co' tutti li quatrini mica magna!
Io canto espressamente, e Dio ne guardi
se 'sta povera gente
se svejasse pi tardi!
- Ah? nun me fa' tanto er socialista,
- je disse er Cane - intanto nun m'incanti:
nun m'hai da di' che canti cr pretesto
de svej chi fatica e chi lavora;
piuttosto di' cos: - Canto abbonora
perch la sera vado a letto presto!
 LA MARGHERITA
Una bella Margherita
che fioriva in mezzo a un prato
fu acciaccata da un serpente,
da un serpente avvelenato.
- Se sapessi - disse er fiore -
tutto er male che me fai!
E er dolore che me dai
quanta gente lo risente!
Certamente nu' lo sai!
Ogni donna innammorata,
che v legge la fortuna,
ner vedemme m'ariccoje
pe' decide da le foje,
che me strappa una per una,
s' infelice o fortunata:
e v vede se l'amore
se conserva sempre eguale,
e me chiede se l'amante
je v bene o je v male...
Io, pe' falla pi felice,
pe' levalla da le pene,
fo der tutto che la foja
che je dice "Me v bene"
sia quell'urtima che sfoja.
Dove c' la Margherita
c' er bon core e la speranza,
c' la fede, c' l'amore
ch' er pi bello de la vita... -
Ogni fiore a 'ste parole
rispettoso la guard,
e perfino er Girasole
piant er sole e s'inchin.
agosto 1900
 L'OMO
Prima che Adamo se magnasse er pomo,
er Cane, che sapeva er dietroscena
gi preparato pe' freg er prim'omo,
pens: - Povero Adamo, me fa pena:
giacch purtroppo j'ho da fa' l'amico,
adesso je lo dico. -
E je lo disse: - Abbada a quer che fai!
Se magni er pomo perdi l'innocenza,
diventi un birbaccione e servirai
a fa' li studi su la delinquenza;
sta' attent'a li consiji der Serpente
che te vorebbe mette ne li guai... -
Adamo chiese: - E come vi che faccia
a conservamme l'anima innocente
se Dio me fabbric co' la mollaccia?
Eppoi, che ce guadambio? Nun c' gusto
de camp tanto senza cap gnente,
con un cervello che nun vede giusto.
Io, ne convengo, faccio una pazzia
a commette er peccato origginale:
ma er giorno che conosco er bene e er male
me formo una coscenza tutta mia.
Sar padrone e schiavo de me stesso,
bono e cattivo, giudice e accusato
e, a l'occasione, inteliggente o fesso.
 ER PAVONE
Sur pi bello che un'Aquila romana
tornava vittoriosa da 'na guerra,
je venne sete e s'accost a la terra
pe' rinfrescasse er becco a 'na fontana.
Appena scese, un Gatto,
che faceva er fotografo, je chiese
se voleva pos per un ritratto:
e, manc'a dillo, l'Aquila accett.
Saputo er fatto, er solito Pavone
disse fra s: - Potrei,
giacch me se presenta l'occasione,
famme fotograf vicino a lei.
Cos, se me chiedessero una prova
che so' stato pur'io fra la mitraja
sur campo de battaja,
 sempre un documento che me giova:
chiss che nun ce scappi la medaja... -
E, risoluto, je se fece avanti
a testa dritta e a coda spalancata,
gonfio, impettito, come tanti e tanti...
- No! - disse allora l'Aquila - Un momento!
Io nun ci nessunissima arbaggia,
ma nun permetto che la gloria mia
vada a fin dedietro a un paravento.
 ER BACILLO
Un Bacillo affamato,
pe' fa' conosce li malanni sui,
entr drento la panza a un impiegato
pi affamato de lui.
- Qua nun ce so' risorse:
- disse tra s er Bacillo -  un brutto sito
pe' fa' la propaganda ner partito;
nun ci core a ammazzallo! ah, no davero! -
E stava p'ann via, quanno s'accorse
che l'impiegato s'innestava un siero
inventato da un celebre dottore
che faceva furore.
-  'na pietanza un po' pericolosa!
- fece er Bacillo - Forse  un po' imprudente:
ma armeno magneremo quarche cosa;
mejo questo che gnente! -
Doppo tre mesi, er povero impiegato,
pallido, secco secco, allampanato,
seguitanno a sta' male,
pij 'na btte e agnede a l'ospedale.
- Nun c' gnente da fa'! - disse er dottore -
 tardi! Questo more! Nu' la scampa! -
Defatti l'ammalato, manco a dillo,
mor doppo mezz'ora; ma er Bacillo
s'ingrass come un porco, e ancora campa!
 LA CORTE DEL LEONE
El Leone, ch' Re de la Foresta,
disse un giorno a la moje: - Come mai,
tu che sei tanto onesta,
hai fatto entr 'na Vacca ne la Corte?
Belle scorte d'onore che te fai!
- Lo so, nun c' decoro:
- je fece la Lionessa -
ma nun so' mica io che ce l'ho messa;
quela Vacca  la moje de quer Toro
ch'hai chiamato a guard l'affari tui:
sopporto lei per un riguardo a lui;
ma si sapessi er danno
che ce fanno 'ste bestie, che ce fanno!
- Hai raggione, hai raggione, nun ce torna -
j'arispose er Leone; e er giorno istesso
fece 'na legge e proibb l'ingresso
a tutti l'animali co' le corna.
Cos, per esse certo
d'av 'na Corte onesta,
er Re de la Foresta
lo sai che divent? Re der Deserto.
 LA PURCETTA ANARCHICA
Una Purcetta anarchica era entrata
drento ar castello d'un orloggio d'oro:
- Che ber lavoro! Quante belle cose!
E come fanno tutte 'ste rotelle
a ann cos d'accordo fra de loro? -
La Rota pi lograta j'arispose:
- Noi famo 'sto mestiere solamente
pe' fa' belle le sfere
che ce gireno intorno:
loro nun fanno un corno
e cianno li brillanti, mentre noi,
che faticamo, nun ciavemo gnente.
Voi che ste una bestia de coraggio,
voi che ciavete er sangue ne le vene,
buttateve framezzo a l'ingranaggio,
levatece un momento da 'ste pene... -
La Purce, ner sentisse fa' 'st'eloggio,
disse: - Va bene! Se la vita mia
p cambi l'annamento de l'orloggio
moro acciaccata! Evviva l'anarchia! -
Ner dije 'ste parole, con un sarto
s'incastr fra le rote e ce rest.
E fece male assai: ch er giorno appresso
la sfera granne annava addietro un quarto
ma le rote giraveno lo stesso!
 ER MAESTRO DE MUSICA E LA MOSCA
Un celebre Maestro
era rimasto nun se sa si quanti
giorni dell'anno co' la penna in mano
e la carta de musica davanti
per aspett che je venisse l'estro:
ma, spreme spreme, nun j'usciva gnente.
cchete che un ber giorno
una Mosca zozzona e impertinente
agnede franca franca
sopra la carta bianca,
e je ce fece tanti punti neri
come quelli che spesso avrete visto
ne le vetrine de li pasticceri.
- Chi s - disse er Maestro - che 'sta Mosca,
che m'ha messo 'sti segni, nun conosca
le note de la musica? Chiss
che lei, senza volello, m'abbia fatto
er pezzo der prim'atto?
Questo  un do, questo  un re, si, si, la, fa... -
E du' o tre vorte lo prov ar pianforte.
Er motivo era bello, e da quer giorno,
quanno la Mosca je volava intorno,
nu' je faceva sci, nu' la cacciava:
anzi, er pi de le vorte, se ciaveva
er zucchero o er candito, je lo dava
pe' fasse fa' pi punti che poteva.
Ma una matina, invece
de falli su la carta, je li fece
sopra a certe camice innammidate
portate allora da la stiratrice.
Che vi sent er Maestro! Era un ossesso!
- Brutta porca che sei! Brutta vassalla!
Chi t'ha imparato a fa' 'ste zozzerie
su le camice mie? -
E je coreva appresso p'acchiappalla.
La Mosca allora j'arispose male;
dice: - Vojantri ste tutti eguale:
ammazza ammazza, tutti d'una razza.
Nun fate caso a certe puzzonate
finch ve fanno commodo, ma quanno
capite che ve possino fa' danno,
diventate puliti, diventate!...
Io, invece de chiamalla pulizzia,
la chiamerebbe con un antro nome... -
Per la Mosca nu' je disse come:
fece quattro puntini e scapp via.
 ER PORCO E ER BOVE
Un Porco se lagnava der padrone;
dice: - Per che raggione
me mette sempre in ballo er nome mio
pe' di' l'impertinenze a le persone;
Quanno ch'un omo  sporco
o fa 'na brutta azzione,
je dice: Brutto porco!
E a certe donne matte je d er nome
de mi' madre, mi' moje, mi' sorella...
Ma come?  crpa nostra
se le donne so' alegre? Oh questa  bella!
Per, quanno me magna, cambia tutto:
nun so' pi porco, nun so' pi majale,
ma salame, preciutto, e mortadella.
- E pe' me - disse er Bove -  tale e quale:
io puro, a sent l'omo, rappresento
er marito contento. Eppoi me loda
p'er brodo che je faccio,
p'er sugo che je caccio,
me cucina a la moda...
Puro mi' madre, ch' 'na Vacca onesta,
serve pe' paragone
a quele donne matte e sporcaccione:
ma, a l'occasione, je se succhia er latte;
peggio! je leva er sangue e se l'innesta!
Le corna, a sent lui, so' un disonore:
per, siccome crede in bona fede
che portino fortuna, le ti in mostra;
er discorso nu' regge, ma dimostra
che in fonno ce protegge!
- Ma allora - disse er Porco - perch addopra
li nomi nostri in tante brutte cose? -
Er Bove, ch' un filosofo, rispose:
- Forse sar perch ce magna sopra!
 ER CONGRESSO DE LI CAVALLI
Un giorno li Cavalli,
stufi de fa' er servizzio,
tennero un gran comizzio de protesta.
Prima parl er Cavallo d'un caretto:
- Compagni! Si ve ste messi in testa
de mijor la classe,
bisogna arivortasse a li padroni.
Finora semo stati troppo boni
sotto le stanghe de la borghesia!
Famo un complotto! Questo qui  er momento
d'arubbaje la mano e fasse sotto!
Morte ar cocchiere! Evviva l'anarchia!
- Colleghi, annate piano,
- strill un Polledro giovene
d'un principe romano -
ch si scoppiasse la rivoluzzione
io resterebbe in mezzo a un vicoletto
perch m'ammazzerebbero er padrone.
Io direbbe piuttosto
de presenta un proggetto ne la quale...
- Odia micchi, gras tibbi,  naturale!
- disse un Morello che da ventun'anno
stracinava er land d'un cardinale -
Ma si ce fusse un po' de religgione
e Sant'Antonio nostro c'esaudisse... -
Antonio abate, protettore delle bestie.
L'Omo, che intese, disse: - Va benone!
Fintanto che 'sti poveri Cavalli
vanno cos d'accordo
io faccio er sordo e seguito a frustalli!
 ER GATTO E ER CANE
Un Gatto soriano
diceva a un Barbone:
- Nun porto rispetto
nemmanco ar padrone,
perch a l'occasione
je sgraffio la mano;
ma tu che lo lecchi
te becchi le btte:
te mena, te sfotte,
te mette in catena
cr muso rinchiuso
e un cerchio cr bollo
sull'osso der collo.
Seconno la moda
te taja li ricci,
te spunta la coda...
Che belli capricci!
Io, guarda: so' un Gatto,
so' un ladro, lo dico:
ma a me nun s'azzarda
de famme 'ste cose... -
Er Cane rispose:
- Ma io... je so' amico!
 CORE DE TIGRE
'Na Tigre der serajo de Nummava,
come vidde tra er pubbrico 'na donna
che la guardava tanto, la guardava,
disse ar Leone: - S'io incontrassi quella
in mezzo d'un deserto, e avessi fame,
mica la magnerebbe:  troppo bella!
Io, invece, bona bona,
j'annerebbe vicino
come fa er cagnolino
quanno va a spasseggi co' la padrona. -
La bella donna, intanto,
pensanno che cr manto
ce sarebbe venuto un ber tappeto,
disse ar marito che ciaveva accanto:
- Io me la magno a furia de guardalla:
che pelo! che colori! com' bella!
Quanto me piacerebbe a scorticalla!
 L'AMORI DER GATTO
Un povero Miciotto,
innammorato cotto
d'una Gattina nera,
je disse: - Verso sera
venite in pizzo ar tetto,
v'ho da parl: v'aspetto. -
La Gatta, che ciaveva
'na certa simpatia,
disse: - Verr da voi
doppo l'avemmaria:
ma... resti fra de noi!
Bisogner sta' attenta
che l'omo nun ce veda,
che l'omo nun ce senta!
- S! Fate presto a dillo!
- je disse allora er Gatto -
Io quanno fo l'amore
nun posso sta' tranquillo.
Piagno, me lagno, strillo:
sgnavolo come un matto,
soffio, divento un diavolo!
Nel lamentamme pare
che soffro... e invece godo.
Voi me direte: -  un modo
tutto particolare... -
Ma er fiotto der piacere
che ce vi su dar core
nun  forse compagno
a quello der dolore?
Tutta la vita  un lagno!
In quanto a le persone
che ce vedranno assieme
nun me ne preme gnente;
io ci 'na posizzione
libbera, indipennente...
Se incontro quarche gatta
eguale a voi, carina,
simpatica, ben fatta,
la fermo e se combina.
L'omo, naturarmente,
lo fa nascostamente;
ma no pe' la morale:
p'er Codice Penale!
 LA PANTERA
Una vorta la Pantera
stracin drento la tana
una bella forastiera.
- Me la vojo magn viva,
sana sana, in un boccone...
- Ma perch? - disse er Leone -
L'omo istesso dice spesso
che la femmina  cattiva:
si la magni, poi te lagni,
te verr l'indiggestione...
- Io - rispose la Pantera -
me la pappo espressamente
perch' troppo propotente.
Per ann cos vestita
lei sagrifica la vita
de tant'anime innocente.
Guarda un po' la guarnizzione
che s' messa sur cappello?
So' le penne de l'ucello,
la capoccia d'un piccione.
E quer coso che ci ar collo
lo so io co' che l'ha fatto!
Lo sa er gatto! Lo sa er pollo!
Nu' j'abbasta solamente
de spel le pecorelle:
fa li guanti co' la pelle
de li poveri capretti,
e se fa li stivaletti
scorticanno le vitelle!
C' de peggio! Pe' quer gusto
cos barbero der busto
leva l'ossa a le balene...
Nun sta bene! Nun  giusto!
Che direbbe se pur'io
me facessi strigne er petto
co' l'ossaccia de su' zio?
Nun ci core, e pe' l'appunto
me la vojo magn viva... -
Detto fatto, la Pantera
cominci la colazzione;
ma arivata a un certo punto
se ferm pe' di' ar Leone:
- Nun capisco come mai
l'omo dice ch' cattiva...
Nun  vero:  bona assai!
 LA SOLIDARIET DER GATTO
Er Cane disse ar Gatto:
- Se famo er patto d'esse solidali
potremo ten testa a li padroni
e a tutte l'antre spece d'animali.
- Dice - Ce stai? - Ce sto. -
Ecco che 'na matina
er Cane ann in cucina
e ritorn con un piccione in bocca.
- Me devi da' la parte che me tocca:
- je disse er Gatto - armeno la met:
senn, compagno, in che consisterebbe
la solidariet?
-  giusto! - fece quello,
e je spart l'ucello.
Ma in quer momento er coco,
che s'incaj der gioco,
acchiapp er Cane e lo copr de btte
finch nu' lo lasci coll'ossa rotte.
Appena vidde quel'acciaccapisto
er Gatto trov subbito la porta,
scapp in soffitta e disse: - Pe' 'sta vorta
so' solidale, s, ma nun insisto!
 LE PENNE D'OCA
Un Oca, dispiacente
perch la gente la trattava male,
se lagn con un Ciuccio: un Somarello
piuttosto attempatello.
- A sent l'omo, l'Oca  l'animale
pi stupido, pi scemo, pi imbecille;
nun s'aricorda che le poesie
de Dante, Ariosto, Tasso e d'antri mille
so' uscite tutte da le penne mie?
- Percui - disse er Somaro -  'na fortuna
d'av in mano un ucello accus raro!
Famme er piacere, impresteme 'na penna,
perch, pe' quanto poco me n'intenna,
chi lo sa che pur'io nun ciarieschi
a fanne quarchiduna? -
E je le strapp tutte, una per una,
pe' scrive li sonetti romaneschi!
 LA BANDIERA E LA BANDEROLA
Una Bandiera bianca rossa e verde
disse a la Banderola: - Abbi pazzienza,
ma co' te nun ce pijo confidenza:
ce se perde er prestiggio, ce se perde!
La bandiera italiana  troppo bella
per annasse a mischi co' 'na girella!
Tu, ch'ogni tanto cambi posizzione,
nun se capisce da che parte guardi:
m t'arivorti verso Garibbardi,
m t'arivorti verso er Cuppolone,
m t'affissi a levante, m a ponente;
no, questo nun  serio, francamente... -
La Banderola j'arispose: -  vero
ma puro tu, che dai 'sti sentimenti,
te pieghi a li capricci de li venti
ch'ogni tantino cambieno pensiero.
Ch'avressimo da fa'? L'aria che tira
 quella che ce sventola e ce gira...
 ER BACO DA SETA
Un povero Ragno
parlanno cr Baco
je disse: - Compagno,
sei matto o imbriaco?
Perch, scusa er termine,
sei tanto minchione
da crede a un padrone
che vive sur vermine?
Nun sai che li fiocchi
che fai te li cambia
co' tanti bajocchi?
che mentre tu sudi
magnanno la foja
quer boja guadambia
mijara de scudi?
Bisogna apr l'occhi
ch ormai la questione
se basa sur detto
"N Dio, n padrone!"
- Sta' in guardia, fratello!
Sta' in guardia da quello!
- strill un Bagarozzo
che usciva da un pozzo -
Ch quela carogna
t'imbroja e nun vede
che invece bisogna
ridatte la fede!
Sortanto cr crede
che c' un Padreterno,
che c' un Paradiso,
ch'esiste un Inferno,
sortanto co' questo
io credo che presto
ciavremo un governo
pi bono e pi onesto!
- Va' via! - disse er Ragno -
senn me te magno!
- Va' via, che te strozzo! -
strill er Bagarozzo.
Er Baco, scocciato,
ner vede in pericolo
la casa e la seta
ch'aveva filato,
- Qua, - disse - l'affare
comincia a imbrojasse:
 mejo a fa' sciopero,
 mejo a squajasse;
fintanto che sento
che tira 'sto vento,
star co' la lega
der "chi se ne frega". -
E chiuse bottega.
1906
 ER COCCODRILLO
Ner mejo che un signore e 'na signora,
marito e moje, staveno sdrajati
su la riva der mare, scapp fra
un Coccodrillo co' la bocca aperta
e l'occhi spaventati.
La moje, ch'era sverta,
s'aggiust li riccetti e scapp via:
mentre ch'er Coccodrillo, inviperito,
se masticava er povero marito
come magnasse un pollo a l'osteria.
Siccome er Coccodrillo, per natura,
magna l'omo eppoi piagne, puro quello
se msse a piagne come 'na cratura.
Ogni cinque minuti
ciaripensava come li cornuti
e risbottava un antro piantarello.
Tanto ch'er giorno appresso, a l'istess'ora,
ner rivede la povera signora
riprincipi le lagrime e li lagni;
sperava forse che s'intenerisse:
ma invece, s! La vedova je disse:
- Dio mio, quanto sei scemo! Ancora piagni?
 L'INCARICO A LA VORPE
La Vorpe, ner compone un ministero,
chiam tutte le bestie, meno er Porco:
- Un portafojo a quello? Ah, no davero!
- dice - Nun ce lo vojo.  troppo sporco.
- E defatti pur'io lo stimo poco
- je disse er Cane - e nu' je do importanza:
ma un Majale ar Governo p fa' gioco
p'av l'appoggio de la maggioranza...
 LA GUERRA
Ner mejo che un Sordato annava in guerra
er Cavallo je disse chiaramente:
- Io nun ce vengo! - e lo butt per terra
precipitosamente.
- No, nun ce vengo, - disse - e me ribbello
all'omo che t'ha messo l'odio in core
e te commanna de scann un fratello
in nome der Signore!
Io - dice - so' 'na bestia troppo nobbile
p'associamme a l'infamie che fai tu:
se vi la guerra vacce in automobbile,
n'ammazzerai de pi!
 L'EDITTO
Dicheno che una vorta
un Prete nun entr ner Paradiso
perch trov 'st'avviso su la porta:
"D'ordine de Dio Padre onnipotente
 permesso l'ingresso solamente
a queli preti ch'hanno messo in pratica
la castit, la carit, l'amore
che predic Ges nostro Signore.
Se quarchiduno ha fatto a l'incontrario
sar mannato subbito a l'inferno.
Firmato: Er Padre Eterno.
San Pietro, segretario."
- Povero me! So' fritto!
- disse er Prete fra s - Tra tanti mali
ciamancava l'affare de 'st'editto!
Chi diavolo sar che je l'ha scritto?
Naturarmente, l'anticlericali...
 LA TARLA E LA COCOTTE
- Vivo sur pelo e magno
tutto quer che guadagno...
- disse un giorno la Tarla a 'na Cocotte
che sparpajava un sacco
de pepe e de tabbacco
framezzo a 'na pelliccia d'ermellino;
- S'io vedo un pezzo bono me ciattacco,
lo rosico, lo sbucio, lo rovino:
e pi je levo er pelo e pi m'intigno,
fintanto che un ber giorno metto l'ale,
divento una farfalla e me la svigno.
Tu, che me vi fa' male
pe' via che jeri t'ho lograto un panno,
devi cap che in questo semo uguale
perch campamo a furia de fa' danno.
Io vivo a spese tue
come tu vivi a spese de l'amanti:
prima li speli bene e poi li pianti...
Va' l, che semo tarle tutt'e due!
 ER PAPPAGALLO
Er Pappagallo d'un repubbricano,
ch'era una bestia tanto inteliggente
perch parlava mejo d'un cristiano,
da quattro o cinque giorni stava strano,
s'era abbacchiato e nun diceva gnente.
- Che t' venuta? la nevrastenia?
- je chiese un Gatto - Hai perso la parola?
Su! Coraggio! Sta' alegro! Tira via!
- Eh! - fece lui - la crpa nun  mia,
 tutta der padrone che cirila!
Prima, defatti me diceva spesso
che dovevo strill: Viva Mazzini!
Evviva la repubbrica! Ma adesso
se lo dico me mena, e gi  successo
ch'ha mannato a chiam li questurini!
Capisco: l'interessi personali
j'avranno rotto li convincimenti,
j'avranno buggerato l'ideali;
ma lassi armeno in pace l'animali
che so' contrari a certi cambiamenti!
Fra tutte l'antre cose che m'ha imposto,
jeri m'ha detto: - Strilla: Evviva er Re!
- Ah, m pretenni troppo! - j'ho risposto -
Riparto pe' l'America, piuttosto!
Nun faccio er burattino come te!
 LA TARTARUGA
Una vecchia Tartaruga,
che passava la giornata
tra le foje de lattuga,
se ne stava in un cantone
recitanno 'st'orazzione:
- Benedetto chi m'ha fatta
'sta casetta cos dura
dove, armeno, so' sicura
ch'er padrone nun me sfratta;
io nun vedo pi lontano
de la casa che stracino;
dormo sempre e se cammino
vado piano piano piano...
So' prudente, e quanno passa
l'automobbile assassino
che sfraggella e che sfracassa,
tiro drento la capoccia,
m'annisconno ne la coccia,
me rannicchio e sto cos... -
E la vecchia Tartaruga,
ciancicanno la lattuga,
chiuse l'occhi e s'addorm.
 ER SOVRANO PRATICO
C'era una vorta un celebre Buffone
che se beccava cento scudi ar mese
pe' ten alegro er Re d'una nazzione:
er Re rideva, e er popolo minchione
piagneva su li conti de le spese.
Un ber giorno, per, fu licenziato.
- Come sarebbe a di'? Me cacci via?
- chiese er Buffone - E quanno m'hai cacciato
chi far divert la monarchia?
chi far ride er capo de lo Stato? -
Er Sovrano rispose: - Per adesso
me basta quer partito intransiggente
che me combatte cr venimme appresso
e me s'alliscia rispettosamente...
Tu nun me servi pi: rido lo stesso!
 LA VORPE ANTIMILITARISTA
Un Cappone diceva: - Stammatina
ch'ho veduto pass li bersajeri
m' venuta la pelle de gallina!
Quanti fiji de madre
ciaveveno cuciti sur cappello!
V'abbasti a di' che in testa a un colonnello
ci rivisto le penne de mi' padre,
ci rivisto la coda d'un fratello!
-  una vera barbaria!
- strill la Vorpe rivoluzzionaria -
Bisogna comincia l'aggitazzione
per abbol l'esercito, in maniera
de butta gi qualunque sia bariera
fra nazzione e nazzione.
Arza la voce tu, che ciai coraggio!
Se te decidi a demol er riparo
che t'hanno messo intorno ar gallinaro,
a l'occasione te protegger. -
Appena trov libbero er passaggio
la Vorpe c'entr subbito, e s'intenne
ch'er povero Cappone organizzato
mor ammazzato, ma sarv le penne.
 LA CARIT
Er Presidente d'una Societ
che protegge le Bestie martrattate
s'intese domann la carit:
- Ho fame, ho fame, signorino mio,
m'ariccommanno, nun m'abbandonate,
dateme un srdo pe' l'amor de Dio!
- Nun te posso da' gnente:
- je fece er Presidente -
io nun proteggo che le bestie sole...
- E allora - je rispose er poverello
cacciannose er cappello -
fatelo pe' 'ste povere bestiole...
 LA FINE DEL LEONE
Quanno mor el Leone
un Sorcio letterato,
per esse rimarcato
dar pubbrico bestione,
mont sur cataletto
e improvvis un sonetto
ch'aveva ricopiato.
A tutti l'animali
je venne la mania
de rppe li stivali
co' quarche poesia.
Perfino la Formica
rilesse 'na canzone
su l'amicizzia antica
che c'ebbe cr Leone;
la Purcia... puro quella,
pe' fasse crede amica,
cant la tarantella!
Er Ciuccio solamente
guardava 'ste bestiole
coll'occhio innummidito
che luccicava ar sole,
senza pot di' gnente...
- Perch - je chiese un Grillo -
resti cos tranquillo?
Nemmanco sei capace
de faje un ritornello...
- Va' via! Lasciame in pace!
- rispose er Somarello -
Io, grazziaddio, nun bazzico
quer monno letterario
che piagne co' le lagrime
spremute da un rimario;
io no: so' pi modesto:
senza cerc la rima,
piagno de core e resto
somaro come prima.
 MUSICA
Un Somaro monarchico italiano
disse a un Ciuccio francese:
- Felice te, che sei repubbricano!
Io, invece, devo sta' sotto a un padrone
che me se succhia er sangue e che me carica
la groppa co' le palle der cannone!
Propio nu' je la fo, caro compagno!
Er peso  troppo forte in proporzione
de li torzi de broccolo che magno!
Spessissimo succede che me lagno,
ma quello se ne buggera e me sona
l'Inno reale mentre me bastona...
- Tutto er monno  paese:
- disse er Ciuccio francese -
defatti puro er mio fa tale e quale,
ma invece de son l'Inno reale
canta la Marsijese...
 LA CAMPANA DE LA CHIESA
- Che sno a fa'? - diceva una Campana -
Da un po' de tempo in qua, c' tanta gente
che invece d'entr drento s'allontana.
Anticamente, appena davo un tocco
la Chiesa era gi piena;
ma adesso ho voja a fa' la canoffiena
pe' chiam li cristiani cr patocco!
Se l'omo che me sente nun me crede
che diavolo dir Dommineddio?
Dir ch'er sno mio
nun  pi bono a risvej la fede.
- No, la raggione te la spiego io:
- je disse un Angeletto
che stava in pizzo ar tetto -
nun dipenne da te che nun sei bona,
ma dipenne dall'anima cristiana
che nun se fida pi de la Campana
perch conosce quello che la sona.
 ER RE E ER GOBBO
Un Re che commannava anticamente
chiese a un Gobbetto: - E tu che fai de bello?
- Che vi che faccia? - je rispose quello -
M'ingegno a da' li nummeri a la gente,
cos je levo quarche sordarello,
sfrutto la gobba e campo allegramente.
T'ho copiato ner metodo, perch
me so' voluta combin pur'io
una lista civile a modo mio
pe' vive a sbafo come vivi te:
io nacqui gobbo e tu sei nato Re...
Tiramo avanti e ringrazziamo Iddio!
1906
 LA CECALA RIVOLUZZIONARIA
Una Cecala rivoluzzionaria
diceva a la Formica:
- Povera proletaria!
Schiatti da la fatica
senza pens che un giorno finirai
sott'a le zampe de la borghesia
che a le formiche nun ce guarda mai!
Ma che lavori a fa', compagna mia?
Pianta er padrone e sciopera
prima ch'arivi un piede propotente
che te voja freg la mano d'opera!
Tu guarda a me: d'inverno nun fo gnente,
e ammalappena sento li calori
me sdrajo in faccia ar sole e canto l'Inno
de li Lavoratori!
 LA LIBBERT DE PENSIERO
Un Gatto bianco, ch'era presidente
der circolo der Libbero Pensiero,
sent che un Gatto nero,
libbero pensatore come lui,
je faceva la critica
riguardo a la politica
ch'era contraria a li princip sui.
- Giacch nun badi a li fattacci tui,
- je disse er Gatto bianco inviperito -
rassegnerai le propie dimissione
e uscirai da le file der partito:
ch qui la pi pens liberamente
come te pare a te, ma a condizzione
che t'associ a l'idee der presidente
e a le proposte de la commissione!
-  vero, ho torto, ho aggito malamente... -
rispose er Gatto nero.
E pe' rest ner Libbero Pensiero
da quela vorta nun pens pi gnente.
 L'UNIT DER PARTITO
Ner congresso socialista
de li Gatti intransiggenti
parl un Micio communista:
- Qua 'gni tanto c' un miciotto
che se squaja sotto sotto:
chi s'alliscia a li padroni
pe' raggioni de politica,
chi  cacciato perch critica
li compagni chiacchieroni,
questo d le dimissioni,
quello scappa, l'antro litica...
Ma se annamo de 'sto passo
famo broccoli, scusate!
Troveremo er proletario
che ce tira le sassate!
No, compagni!  necessario
ch'ogni membro der partito,
favorevole o contrario,
nun se squaji e resti unito.
P'evit l'inconveniente
c' un rimedio solamente:
se legamo tutti assieme
pe' la coda, e famo in modo
che se un gatto v ann avanti
 obbrigato de sta' ar chiodo,
ch, se tira, strigne er nodo
e stracina tutti quanti.
Er compagno, che se sente
trattenuto, certamente
strilla, sgnavola, s'arruffa,
smania, sgraffia, soffia, sbuffa;
ma cr freno a parteddietro
chi lo libbera? San Pietro?
 LA CORNACCHIA LIBBERALE
Una Cornacchia nera come un tizzo,
nata e cresciuta drento 'na chiesola,
siccome je pij lo schiribbizzo
de fa' la libberale e d'usc sola,
s'infarin le penne e scapp via
dar finestrino de la sacrestia.
Ammalappena se trov per aria
coll'ale aperte in faccia a la natura,
sent quant'era bella e necessaria
la vera libbert senza tintura:
l'intese cos bene che je venne
come un rimorso e se sgrull le penne.
Naturarmente, doppo la sgrullata,
met de la farina se n'agnede,
ma la met rimase appiccicata
come una prova de la malafede.
- Oh! - disse allora - mo' l'ho fatta bella!
So' bianca e nera come un purcinella...
- E se resti cos farai furore:
- je disse un Merlo - forse te diranno
che sei l'ucello d'un conservatore,
ma nun te crede che te faccia danno:
la mezza tinta adesso va de moda
puro fra l'animali senza coda.
Oggi che la coscenza nazzionale
s'adatta a le finzioni de la vita,
oggi ch'er prete  mezzo libberale
e er libberale  mezzo gesuita,
se resti mezza bianca e mezza nera
vedrai che t'assicuri la cariera.
 LE BESTIE E ER CRUMIRO
Una vorta un Cavallo straccinone
ch'ogni tanto cascava pe' strada
scioper pe' costringe er Padrone
a passaje pi fieno e pi biada:
ma er Padrone s'accorse der tiro
e pens de pijasse un crumiro.
Chiam er Mulo, ma er Mulo rispose:
- Me dispiace, ma propio nun posso:
se Dio guardi je faccio 'ste cose
li cavalli me sarteno addosso... -
Er Padrone, pe' mette un riparo,
fu costretto a ricorre ar Somaro.
- Nun p sta' che tradisca un compagno:
- disse er Ciuccio - so' amico der Mulo,
e pur'io, come lui, se nun magno,
tiro carci, m'impunto e rinculo...
Come vi che nun sia solidale
se ciavemo l'istesso ideale?
Chiama l'Omo, e sta' certo che quello
fa er crumiro co' vera passione:
per un srdo se venne er fratello,
pe' du' srdi va dietro ar padrone,
finch un giorno tradisce e rinnega
er fratello, er padrone e la Lega.
 LO SCIMMIOTTO
C'era una vorta un Omo indipennente
che s'era ritirato in un deserto
lontano da le cose e da la gente,
ar punto tale che per esse certo
de nun ved la faccia der cristiano,
invece de tenesse un servitore,
ciaveva 'no Scimmiotto ranguttano,
secco, spelato, brutto,
che je faceva tutto.
- Questo nun far sciopero sicuro,
- pensava l'Omo - e nun ciavr la Lega
che me v mette co' le spalle ar muro;
indove nun ce stanno socialisti
er padrone commanna, e nun se frega!
Er servitore serve, e nun c' cristi! -
La cosa, sur principio, ann benone;
ma un giorno lo Scimmiotto, impaturgnato
per un sopruso fatto dar padrone,
piant er lavoro e in segno de protesta
pij 'na pigna e je spacc la testa.
Immagginate l'Omo, poveraccio!
cr naso rotto e er grugno insanguinato,
scapp strillanno: - E adesso come faccio?
Povero me! Me l'hanno organizzato!
 LA RELIGGIONE
Siccome era d'inverno, e un Ciavattino
ciaveva un finestrino senza un vetro,
c'imbollett de dietro un cartoncino
dove c'era dipinto er Padre Eterno
che consegnava l'anime a San Pietro.
'Sta copertura j'era necessaria
p'annisconne la vista der cortile
e riparaje le corrente d'aria.
Per er padron de casa, un miscredente
che ce l'aveva co' li baciapile,
ner vede un Dio dipinto sopra ar fojo
disse: - Levelo subbito! Nun vojo
famme da' der bizzoco da la gente!
- T'obbedir: - rispose er Ciavattino -
ma tira un brutto vento e, francamente,
nun me pare er momento da levallo
se prima nun ce metti un vetro novo
o una cosa che possa rimpiazzallo...
A te te seccher la copertura
pe' via de la figura che c' sopra:
ma bada! chi nun crede ar Padre Eterno,
e nun ci fede ne la religgione,
o presto o tardi finir a l'inferno!
- Nun te ne incaric: - disse er padrone -
 quasi preferibile chi nega
l'esistenza de Dio che chi l'addopra
per attur li buci de bottega...
 ER BRINDISI DE RE BAJOCCO
Re Bajocco aveva chiesto
er parere der Buffone
pe' fa' un brindisi in maniera
che piacesse a la nazzione,
ma per ner tempo stesso
nu' l'avesse compromesso.
Er Buffone, immassimato
d'esse un membro der Governo,
j'arispose serio serio:
- Faje un brindisi moderno
e vedrai che l'invitati
so' contenti e minchionati.
Bevi ar libbero pensiero,
da' una botta ar crericale,
ma ner mentre che lo dichi
fa' l'occhietto ar Cardinale
e vedrai che l'occhiatina
piace puro a la Reggina.
Bevi e di' che vi la pace
co' li Stati de la terra,
ma ner dillo tocca er piede
der Ministro de la Guerra
p'avvisallo che prepari
l'antre spese militari.
Quanno bevi ar Re alleato
devi aggi co' furberia
senza dije che je compri
li segreti da 'na spia,
tanto pi che, puro lui,
gi ha comprato quelli tui.
Fa' cos che va benone:
e se avanza la sciampagna
bevi ar popolo... Capisco
che tu bevi e lui nun magna,
ma schiaffallo in un banchetto
je fa sempre un certo effetto!
 ER COMPAGNO SCOMPAGNO
Un Gatto, che faceva er socialista
solo a lo scopo d'ariv in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.
Quanno da un finestrino su per aria
s'affacci un antro Gatto: - Amico mio,
pensa - je disse - che ce so' pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!
Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo gi, sar diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!
- No, no: - rispose er Gatto senza core -
io nun divido gnente co' nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!
 TENDENZE
Un vecchio Lupo de la borghesia
disse a la Pecorella: - Io so' parente
de quella ch'allatt la monarchia:
per cui posso magnatte impunemente. -
E senza faje di' mezza parola
je zomp addosso e l'agguant a la gola.
- Srveme tu! - strill la Pecorella
ar Cane socialista der fattore -
Senn 'sto brutto boja me sbudella!
me fa a pezzetti! me se magna er core!
Sbrighete che me scanna, amico mio!
Nun perde tempo!... Pe' l'amor de Dio!...
- Nun so - rispose er Cane socialista -
se pe' la Pecorella proletaria
sia mejo la tendenza riformista
o la tendenza rivoluzzionaria...
Finch nun m'entra bene 'sta tendenza
nun te posso fa' gnente: abbi pazzienza... -
Quanno er Cane pij la decisione
er Lupo stava all'urtimo boccone.
1910
 L'AUTOMOBBILE E ER SOMARO
- Rottadecollo! - disse un Somarello
ner vede un Automobbile a benzina -
Indove passi tu nasce un macello!
Hai sbudellato un cane, una gallina,
un porco, un'oca, un pollo...
Povere bestie! Che carneficina!
Che sfraggello che fai! Rottadecollo!
- Nun fiott tanto, faccia d'impunito!
- rispose inviperito l'Automobbile -
Se vede che la porvere e lo sbuffo
de lo stantuffo t'hanno intontonito!
Nun sai che quann'io corro ci la forza
de cento e pi cavalli? E che te credi
che chi v fa' cariera se fa scupolo
de quelli che se trova fra li piedi?
Io corro e me n'infischio, e nun permetto
che 'na bestiaccia ignobbile
s'azzardi de mancamme de rispetto! -
E ner di' 'ste parole l'Automobbile
ce msse drento tanto mai calore
che er motore, infocato, je scoppi.
Allora cambi tono. Dice: - E m?
Chi me rimorchier fino ar deposito?
Amico mio, tu capiti a proposito,
tu solo pi sarv la situazzione...
- Vengo, - je disse er Ciuccio - e me consolo
che cento e pi cavalli a l'occasione
hanno bisogno d'un Somaro solo!
 UN CAPOLAVORO
Mentre un Pittore dipigneva un bosco,
dove nessuno c'era entrato mai,
un Ranguttano je strill: - Che fai?
Dimme: che bestia sei? Nun te conosco...
- Ma io so' un omo, mica so' una bestia!
- spieg er Pittore - e per de pi cristiano.
- Ne sei convinto? - chiese er Ranguttano -
oppuro me lo dichi per modestia? -
Poi guard la pittura. - Nun c' male:
ma che robb' 'sta fetta de polenta?
- No, - dice - quello  er sole e rappresenta
er vero stato d'animo locale.
C' er sapore dell'ummido, per,
co' l'odore dell'arberi servaggi...
Emb? te piace? - Aspetta che l'assaggi... -
rispose er Ranguttano. E lo lecc.
Da 'sta leccata venne una fusione
de luce e d'aria tanto mai d'effetto
che, jeri, un vecchio critico m'ha detto
ch' er pi ber quadro de l'Esposizzione.
 LA LIBBERT DER GATTO
- Uscite, uscite, o Sorci! - disse un Micio
che da un pezzetto stava a denti asciutti -
A costo de qualunque sacrificio
combatteremo pe' la libbert!
Cacio e lavoro! Libbert pe' tutti!
E in quanto ar resto... Dio proveder!
- Giacch  sonata l'ora der riscatto,
- pens un Sorcetto - quasi quasi srto... -
Defatti sort subbito; ma er Gatto
je disse: - Tutti libberi!... Per
voi ciavete er codino troppo corto:
questo nu' lo permetto! - E l'ammazz.
 LA SPADA E ER CORTELLO
Un vecchio Cortello
diceva a la Spada:
- Ferisco e sbudello
la gente de strada,
e er sangue che caccio
da quele ferite
diventa un fattaccio,
diventa 'na lite... -
La Spada rispose:
- Io puro sbudello,
ma faccio 'ste cose
sortanto in duello,
e quanno la lama
l'addopra er signore
la lite se chiama
partita d'onore!
 CARIT CRISTIANA
Er Chirichetto d'una sacrestia
sfasci l'ombrello su la groppa a un gatto
pe' castigallo d'una porcheria.
- Che fai? - je strill er Prete ner vedello -
Ce v un coraccio nero come er tuo
pe' menaje in quer modo... Poverello!... -
- Che? - fece er Chirichetto - er gatto  suo? -
Er Prete disse: - No... ma  mio l'ombrello!
 L'AQUILA
- L'ommini so' le bestie pi ambizziose,
- disse l'Aquila all'Olmo - e tu lo sai;
ma vittene per aria e poi vedrai
come s'impiccolischeno le cose.
Le ville, li palazzi, e li castelli
da lass sai che so'? So' giocarelli.
L'ommini stessi, o principi o scopini,
da lass sai che so'? Tanti puntini!
Da quel'artezza nun distingui mica
er pezzo grosso che se d importanza:
puro un Sovrano, visto in lontananza,
diventa ciuco come una formica.
Vedi quela gran folla aridunata
davanti a quer tribbuno che se sfiata?
 un comizzio, lo so, ma da lontano
so' quattro gatti intorno a un ciarlatano.
 LA GALLINA LAVORATORA
Una Gallina disse ar Pappagallo:
- Tu forse parlerai senza rifrette,
ma oggiggiorno la bestia che sa mette
quattro parole assieme sta a cavallo;
t'abbasta d'apr bocca e daje fiato
pe' mette sottosopra er vicinato.
Io, invece, che je caccio un ovo ar giorno
e Dio sa co' che sforzo personale,
io che tengo de dietro un capitale
nun ci nessuno che me venga intorno,
nessuno che m'apprezza e che me loda
la mercanzia che m'esce da la coda!
Fra poco, gi lo sento, far un ovo:
ma visto che 'sto popolo de matti
preferisce le chiacchiere a li fatti,
je lo vojo scocci mentre lo covo...
Anzi, pe' fa' le cose co' giudizzio,
lo tengo in corpo e chiudo l'esercizzio!
 L'ARISTOCRAZZIA
A mezzanotte in punto, un vecchio ladro
agnede ner castello abbandonato
d'un principe romano decaduto:
prov a rubb, ma nun trov che un quadro
dove c'era dipinto un antenato
vestito de velluto.
E, sia pe' la paura
o sia che je tremasse la cannela,
je parse de ved che la figura
cercava de staccasse da la tela,
e ar tempo stesso intese
la voce der pupazzo che je chiese:
- Che fa de bello l'aristocrazzia?
Dimme la verit, come se porta?
Ci sempre li quatrini d'una vorta?
Ci sempre la medesima arbaggia?
- Gran migragna, eccellenza!
- rispose er ladro co' 'na riverenza -
L'ommini stanno ar verde, e le signore
incroceno la razza ch' un piacere!
La duchessa  scappata cr tenore,
la marchesa ha sposato un brigadiere...
Per, in compenso, un principe romano,
che v' nipote, pijer la fija
d'un ricco salumaro americano
che je paga li buffi de famija.
Cos je schiaffer
tanto de stemma e tanto de corona
su le saraghe e su li baccal...
- Lo chiameranno er principe der pesce!
Che disonore! - disse l'antenato -
Doppo che Dio lo sa come ho rubbato
pe' faje un nome!... Quanto me rincresce!
 LA MASCHERA
"Vent'anni fa m'ammascherai pur'io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che serv p'annisconne quello mio.
Sta da vent'anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch' restata
sempre co' la medesima espressione,
sempre co' la medesima risata.
Una vorta je chiesi: - E come fai
a conserv lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! -
La Maschera rispose: - E tu che piagni
che ce guadagni? Gnente! Ce guadagni
che la gente dir: Povero diavolo,
te compatisco... me dispiace assai...
Ma, in fonno, credi, nun j'importa un cavolo!
Fa' invece come me, ch'ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co' la faccia mia
cos la gente nun se scoccer... -
D'allora in poi nascnno li dolori
de dietro a un'allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l'umanit!
 NOVE POESIE
1922
 SPIRITISMO
Ched'  lo spiritismo?  un tavolino
dove c' drento un'anima innocente
che te sorte de fra solamente
se vede er grugno de la Paladino
o de Politi l'orloggiaro, quello
che fa lo spiritismo cr pennello.
Cos va er monno: se t'ariccommanni
che vi rivede l'anima de zio,
pe' quanto fiotti, piagni e preghi Iddio,
tu' zio nun torna manco se lo scanni;
perch lui penser: - Giacch so' morto,
fussi matto a tornacce!... - E nun ha torto.
Viceversa, per, ritorna in vita
quanno lo chiama er medio; dunque  chiaro:
p pi la volont d'un orloggiaro
o quella d'una serva ripulita,
che le preghiere fatte in bona fede
da un povero cristiano che ce crede.
Io stesso che te parlo ci le prove:
pe' quanto ho fatto che tornasse ar monno
quela benedett'anima de nonno,
nun m' riuscito mai! Pe' fallo smove,
lo sai che me ce vollero? L'appoggi
de quello che riaccommoda l'orloggi.
Co' la cosa che accanto a casa mia
ci abbita er sor Politi, una matina
j'agnedi a riport la cappuccina
pe' faje accommod la soneria;
vado e lo trovo in mezzo ar salottino,
che stava a chiacchier cr tavolino.
- Oh! - dice - scusa: aspetteme un momento,
ch m ci Federico Barbarossa,
Petrarca, Macchiavelli e Pietro Cossa...
- Chi Pietro Cossa? - dico - er monumento?
- Ma che! - dice - lo spirito ch' uscito... -
Io pensai: - Poveraccio! S' ammattito!
- Eh, te capisco! - seguit a di' lui -
tu nun ce credi e trovi ch' impossibbile
che un omo possa vede l'invisibbile;
ma se parlassi co' li morti tui?
co' tu' nonno, presempio?... - In de 'sto caso
- je feci - resterebbe persuaso.
- Allora - dice - aspetta... - E me pij
la mano, come adesso faccio a te,
me msse a sede intorno ar diggiun,
chiuse tutte a lo scuro e incominci:
doppo cinque minuti se sent
er legno che faceva cri-cri-cri.
Dico: - Ce so' li sorci? - Ma va' via!
- barbott l'orloggiaro - Questo  segno
che s' infilata l'anima ner legno
doppo l'invito de la guida mia;
questo  er sistema de li richiamati... -
(Li pijava addrittura pe' sordati!)
E nun aveva torto. Er tavolino
incominci a ball la tarantella,
poi s'intese son la tamburella,
pizzic la chitara e er mandolino
e ar tempo istesso, pe' tre o quattro vorte,
stuzzic la tastiera der pianforte.
-  l'anima che vi dar purgatorio,
- dice - Ce semo! nun av paura... -
E, come un delegato de questura,
cominci a faje l'interogatorio:
- Chi sei? come te chiami? indove stai?
dove sei nato? che mestiere fai? -
Er tavolino fece quattro scrocchi
e ce rispose ch'era propio nonno.
- Giacch ritorni su 'sto porco monno,
- je chiesi co' le lagrime nell'occhi -
lassa ann de son! Nun so' momenti
de stasse a divert co' li strumenti!
Che vi che c'interessino li soni
o li cerini strofinati ar muro?
Dicce piuttosto er mezzo pi sicuro
per esse sempre onesti e sempre boni:
questo dovressi fa', no la commedia
de fa' ball la tavola e la sedia! -
Nonno nun m'arispose, ma se vede
che rest offeso de l'osservazzione,
perch m'intesi mette sur groppone
come una mano che pareva un piede
e, mentre me strigneva fra le braccia,
me venne a strofin la barba in faccia.
- Ma mi' nonno faceva er cammeriere,
nun portava la barba... - dissi ar medio.
- Eh, in questo - fece lui - nun c' rimedio,
che all'antro monno mica c' er barbiere!
Vi che un omo che scegne gi dar celo
pensi pure de dasse er contropelo? -
Stavo pe' di': - Macch... - quanno me sento
un'artra mano che me sfiora er viso
pe' damme du' cazzotti a l'improviso
e un pugno su la schina a tradimento.
- E questa  gente che riposa in pace?
- dico - Sar... ma a me poco me piace!
Se li morti ripijeno er servizzio
pe' fa' solo 'ste cose che ce fanno,
 mejo de lassalli indove stanno
e rivedelli er giorno der giudizzio;
pe' fa' 'sti scherzi stupidi e cattivi
me pare che ciabbastino li vivi!
1905
 LA CHIESETTA DE CAMPAGNA
Bench er curato riabbia la pretesa
de chiamalla addrittura la Rotonna,
 'na chiesetta piccola, 'na chiesa
senza nemmanco un marmo o 'na colonna;
nun c' che un Ges Cristo e 'na Madonna,
co' la lampena rossa sempre accesa.
Quanno ch'er sole sbatte sur cristallo
der finestrone, ariva dritto ar segno
con un gran razzo imporverato e giallo
addosso a un San Domenico de legno,
intajato in un modo accus indegno
che fa pass la voja de pregallo.
Per 'sto San Domenico, siccome
ogni tantino sfodera 'na grazzia,
ner paese s' fatto un certo nome:
e la gente devota lo ringrazzia
co' l'attaccaje ar muro la disgrazzia
in un quadro dipinto Dio sa come!
Ho visto, tra un incendio e un ferimento,
una donna che scivola in cornice;
c' scritto: "L'otto aprile novecento,
a Francesca Pomponi stiratrice
je pass sopra tutto un reggimento...".
Ma come sia finita nu' lo dice.
- Nun p crede li voti che maneggio:
- me diceva er curato - Nun p crede
come tutta 'sta gente ci pi fede
in lui che ar deputato der colleggio...
Perch 'sto San Domenico ci er preggio
de fa' qualunque grazzia je se chiede.
Guardi quanti miracoli, perbacco!
Guardi quanti fattacci!  sorprendente!
Er muro  pieno, nun ce sta pi gnente...
Se ne fa un antro, dove je l'attacco? -
E, ricercanno er posto co' la mente,
se pijava una presa de tabbacco.
Allora, io puro, indegnamente ho chiesta
una grazzia e j'ho detto: - Se so' degno,
fate che Nina mia sia sempre onesta! -
Ma ho visto er San Domenico de legno
che ha fatto un movimento co' la testa
come pe' dimme: - S... ma senza impegno!
 DAR CONFESSORE
Don Pietro Patta  un bravo confessore
che serve tutta l'aristocrazzia:
 de manica larga e tira via
pe' fasse benvol da le signore,
massimamente da le maritate
ch'hanno bisogno d'esse perdonate.
La contessa, defatti, va da lui
tutte le feste a dije quer ch'ha fatto
e a presentaje er resoconto esatto
sur movimento de l'amanti sui:
ch la contessa, in fatto de passioni,
 er bollettino de le promozzioni.
Appena la signora s'inginocchia,
don Pietro imbocca ner confessionale,
ma, siccome  un po' grosso e c'entra male,
sospira, soffia, sbuffa, e er legno scrocchia,
finch s'aggiusta e co' 'na certa fiacca
caccia fra la scatola e stabbacca.
Stabbacca e, pe' l'effetto de la presa,
se soffia er peperone cos forte
che l'eco s'arisente du' o tre vorte
come facesse er giro de la chiesa,
e ar tatanai che fa quanno rimbomba
nun capite s' un naso o s' 'na tromba.
- Dite, figliola... - E la signora, pronta,
principia a ciancic quarche peccato
cr solito cicc... sentite er fiato...
er fiato solamente che racconta
o, ar pi, quarche pezzetto de parola
che j'esce a tradimento da la gola.
- Padre, s... quarche sera... jeri solo...
perch... non lo sapevo... l'ho promesso...
Tre volte... quello no... piuttosto spesso... -
E da 'ste cose aricchiappate a volo
potete figuravve a la lontana
quello ch'ha fatto ne la settimana.
Quanto ce mette? Assai! Ch la signora,
pe' riccontaje certe scappatelle
che su per gi saranno sempre quelle
certe matine nu' j'abbasta un'ora!...
Un'ora e pi! Purtroppo 'ste vassalle
ce metteno pi a dille che a rifalle!

 LA DUCHESSA
Framezzo ar montarozzo de le case
arampicate in cima a la montagna,
che guardeno curiose la campagna
come tante donnette ficcanase,
c' un gran castello antico ch'assomija
a la faccia d'un omo che sbadija.
In quer castello l c' 'na duchessa:
una vecchietta incartapecorita
che da quattr'anni in qua nun  sortita
antro che du' o tre vorte p'ann a messa:
e m sta a casa tutt'er santo giorno
a guarda l'antenati che ci intorno.
Eppuro, 'sta vecchietta, che a vedella
pare l'illustrazzione d'un disastro,
se avesse conservato er libbro mastro
de quer ch'ha fatto ar tempo ch'era bella,
vedrebbe, da l'entrata e da l'uscita,
che in fin de conti poi s' divertita.
Vedrebbe che, ner tempo ch'era forte,
era forse pi debbole d'adesso,
pe' via che scivolava troppo spesso
quanno che je faceveno la corte;
tutti: - Duchessa qua, duchessa l... -
Quant'era bella cinquant'anni fa!
Ma m, Vergine santa, che divario!
 grinza, arinnicchiata, nun ci denti,
le labbra, stufe de sbaciucchiamenti,
je se so' ripiegate a l'incontrario,
quasi pentite d'av avuto er vizzio
d'esse rimaste troppo in esercizzio.
Puro l'orecchie se so' date pace:
doppo d'av sentite tante cose,
tante parole belle e affettuose,
m cianno du' toppacci de bambace:
bambace che ve dice chiaramente
che la duchessa  sorda e nun ce sente.
Ma a lei poco j'importa d'esse sorda,
ch cos p rimane l'ore e l'ore,
senza er disturbo de gnissun rumore,
a ricord le cose che ricorda...
Massimamente un certo giovenotto
che fu l'amico suo ner cinquantotto.
E nun c' gnente che l'accori tanto
come er ricordo de 'st'amore antico:
s'intenerisce a ripens a l'amico...
Ma, appena che una lagrima de pianto
scivola ner canale d'una ruga,
la ferma co' la mano e se l'asciuga.
La ferma e se l'asciuga piano piano,
rassegnata, tranquilla; poi sospira
come pe' di': -  finita!... - E se riggira
la corona d'avorio che ci in mano
per affogasse le malinconie
tra le pallette de l'avemmarie.
E dice fra de s: - Lo rivedr? -
Ma la testa je seguita a trem
come a 'na paralitica e je fa
er movimento de chi dice no...
Pare che Dio la voja fa' pent
d'av risposto troppe vorte s!
 A VILLA MEDICI
Te l'aricordi pi le passeggiate
in queli vicoletti de verdura,
in quele grotticelle sprofumate
che pareveno fatte su misura
pe' fa' pass le coppie innammorate?
Te l'aricordi pi, ciumaca bella,
la testa de quer satiro che stava
anniscosta framezzo a la mortella,
che rideva e faceva capoccella
pe' minchion la gente che passava?
Sortanto quer pupazzo avr sentito
tutti quanti li baci che m'hai dato!
Sortanto quer pupazzo avr capito
fino a che punto m'ero innammorato
o, pe' di' mejo, m'ero arimbambito!
Pareva quasi che ner vede a noi
ridesse e barbottasse fra de lui:
- N'ho visti tanti e tanti come voi,
innammorati fracichi, ma poi
ognuno  annato pe' li fatti sui! -
Defatti, fu cos! L'amore eterno
che me giurassi er dodici d'aprile
fin su li princip de l'inverno!
Che lite! t'aricordi? - Infame! - Vile!
- Ciovetta! - Birbaccione! - Va' a l'inferno! -
E Dio solo lo sa tutte le pene
ch'ho sofferto in quer brutto quarto d'ora,
quanno m'hai fatto tutte quele scene;
ma la lezzione che m'hai data allora,
pe' di' la verit, m'ha fatto bene!
Ch m, quanno ritorno in quela villa
co' quarch'antra regazza che me piace,
gi penso che un ber giorno ho da finilla:
cos me sento l'anima pi in pace
e passo la giornata pi tranquilla.
E certe vorte  er core che me dice:
- Bada! nun ce fa' tanto assegnamento;
perch vi crede a questa, dar momento
che puro co' Ninetta eri felice,
che puro co' Ninetta eri contento? -
Eh, Nina! Che lezzione che fu quella!
Perfino adesso, prima de decide
de vol bene a quarche donna bella,
ripenso sempre ar satiro che ride
anniscosto framezzo a la mortella!
 LA TRADITA
Sabbato a notte che l'ho veduta
sotto ar lampione d'un marciapiede
manco l'avevo riconosciuta;
che s' ridotta! Nun ce se crede!
Pallida, grinza, rinsecchita,
povera Rosa, com' finita!
- Sei tu? - je dissi - Me pare jeri
quanno facevi la stiratrice;
rivedo sempre quell'occhi neri
frammezzo ar bianco de le camice,
quanno cantavi tutta contenta:
fiorin de lilla, fiorin de menta...
Fiorin de menta, fiorin de lilla,
de queli tempi parevi un fiore:
giovane, bella, bona, tranquilla,
piena de vita, piena d'onore,
eri felice nun se sa quanto,
ridevi sempre, ridevi tanto...
Chi se pensava ch'annavi in giro?
Dimme, chi  stato? racconta... come?... -
Lei me rispose con un sospiro
e nun volenno je scapp er nome
de quel'infame che l'ha piantata
doppo d'avella disonorata!
Poi, tutta rossa da la vergogna,
con una mano se cerc in petto,
cacci un brelocco, l'apr co' l'ogna:
- Guarda! - me fece - L'avressi detto?
Lo porto sempre, lo terr addosso
fino a che vivo, fino a che posso!
Vojo che resti cr disonore
qui, su la carne, perch risenta
tutte le spine che ci ner core,
tutto lo strazzio che me tormenta
quanno la gente me butta in faccia
tutta la fanga de 'sta vitaccia! -
Dar vicoletto dietro ar cantone
spunt la striscia d'un'ombra nera
che s'allungava sotto ar lampione;
Rosa me disse: - Felice sera... -
E intesi un fischio, corto, deciso,
come un commanno, come un avviso...
Povera Rosa! Me pare jeri
quanno faceva la stiratrice;
rivedo sempre quell'occhi neri
framezzo ar bianco de le camice,
quanno cantava tutta contenta:
fiorin de lilla, fiorin de menta!

 ER VENDITORE DE PIANETI
 un poverello co' la barba bianca,
che va con una manica in saccoccia
pe' fa' distingue er braccio che je manca.
Gira con una scatola e una boccia
dove c' drento un diavolo de vetro
co' du' cornette in cima a la capoccia.
Succede che la gente
passa senza fa' caso ar poverello,
ma, a vede er giocarello, torna addietro,
se ferma, s'avvicina, s'ariduna,
e tenta la fortuna.
- Signori! - dice er vecchio -
Venghino ad osservare il mio apparecchio
che agisce sotto il flusso della luna;
con il su e gi che fa nella bottiglia,
il diavolo ci legge nella vita
entrando ne l'affari di famiglia:
la zitella sapr se si marita,
la vedovella chi se la ripiglia...
Avanti, avanti, ch col mio pianeta,
oltre d'averci in mano l'avvenire,
guadagneranno cento mila lire
con una piccolissima moneta! -
Impedito com', mezzo sciancato,
com'ha da fa'? S'ingegna, poveraccio!
Una vorta je chiesi: - E com' stato
ch'avete perso er braccio?
- Fu ner cinquantanove, a Solferino.
- me rispose er vecchietto - Fu in quell'anno!
Me bugger un tedesco. Era destino.
Che belli tempi! - disse sospiranno -
Eh! queli tempi, caro signorino,
nun torneranno pi, nun torneranno!
Pe' via ch'allora la bandiera nostra
nun era carcolata come adesso
a una pezza attaccata in un bastone,
ch' car'e grazzia se je vanno appresso
ne la dimostrazzione!
Pe' nojantri era tutto: era la fede,
era l'amore, l'anima, la vita,
co' la speranza de potella vede
sventol ar sole su l'Italia unita!
L'Italia! Solamente a 'sta parola
er sangue ce bolliva ne le vene,
er core ce zompava ne la gola!
E che strazzi, che tribboli, che pene
che sapmio soffr pe' 'st'ideale,
senza fa' tante scene
co' le sottoscrizzioni sur giornale!
Ch puro allora se viveva male,
ma, per lo meno, se moriva bene!
E in questo qui nun ci rimorsi: ho fatto
tutto quer ch'ho potuto e so' contento;
ma le battaje der Risorgimento
pe' conto mio nun so' finite affatto!
Ci una guerra pi seria
da combatte: la fame!
Ci un nemmico pi infame: la miseria!
Pe' questo so' obbligato a fa' 'sto gioco,
buggiaranno la gente tutto er giorno...
Che ce guadagno? Poco. Troppo poco!
Senza cont che quarche pizzardone,
quanno me vede troppa gente intorno,
me fa contravenzione.
Dice: - Sei un ciarlatano!... -  indubbitabbile:
ma m' rimasto un braccio solamente;
data la ricompensa,  perdonabbile
se me ne servo pe' freg la gente!
1905
 LA PORCHETTA BIANCA
C'era una vorta un Re, ch'annava a caccia.
Un giorno, invece d'ammazz un cignale,
spacc la testa a un povero Majale
che se stava a sciacqu ne la mollaccia;
- Accidenti! - strill - Me so' sbajato!
Nun  mica un cignale ch'ho ammazzato!
- Ma che sbajato! un Re nun sbaja mai!
- je disse er Maggiordomo un po' confuso -
Questo  un cignale puro sangue, e er muso
dimostra ch' de razza bella assai!
Come p sta' che l'occhio d'un Sovrano
nun distingua le bestie da lontano?
- E che decide? - je rispose lui -
Puro jeri, parlanno der Governo,
ho confuso er ministro de l'Interno
cr ministro dell'Esteri: per cui
p succede benissimo che faccia
li stessi sbaji quanno vado a caccia.
- E defatti so' un Porco e je lo giuro!
- disse allora er Majale - E so purtroppo
che la palla ch' uscita da lo schioppo
me deve av fregato de sicuro.
Nun me pensavo mai de fa' 'sta morte
pe' l'antipasto de li pranzi a Corte!
Ma giacch ho avuto ne la mi' disgrazzia
er privileggio d'esse fucilato
da un Re e, s'intenne, a spese de lo Stato,
me permetto de chideje 'na grazzia...
- Parla! - je fece er Re - Ti sia concesso!
Procurer de fattela oggi stesso. -
Dice: - L in fonno, ne la fattoria,
sotto la grotta, drento a la montagna,
ci lassato una povera compagna,
l'unica gioja de la vita mia!
Una Porchetta bianca, una bellezza
sacrificata in mezzo a la monnezza.
Annate l, cercate d'acchiappalla...
- S, - fece er Re - ma in mezzo a tante troje
come faremo a ritrov tu' moje?
Se nun c'insegni er modo de trovalla
ce fai gironzol pe' tutto er Regno...
- S: - disse er Porco - adesso ve l'insegno.
Annate appresso ar sangue che me sorte
da le ferite che m'avete fatte,
sartate cinque fossi e cinque fratte,
sfonnate cinque muri e cinque porte,
entrate ne la grotta a mano manca
e troverete la Porchetta bianca.
Se conosce lontano cento mija
perch ci ar collo un medajone antico,
dove, er giorno ch' nata, un mago amico
je ce scrisse un segreto de famija,
un gran segreto che nun so che io...
Ce conto? Certo? Grazzie tante! Addio! -
E er Majale, co' l'occhi mezzi chiusi,
fece un sospiro tanto mai profonno
che se nun fusse annato all'antro monno
j'avrebbe detto certamente: Scusi...
Ma j'amanc la forza, e la parola
je fece un gioco d'aria ne la gola.
- M - disse er Maggiordomo - annamo via,
perch nun  prudente che un Sovrano,
pe' quanto democratico e a la mano,
se comprometta in una porcheria.
Dice: "Je l'ho promesso!..." E che significa?
La parola, in 'sti casi, se sacrifica!
Quante e quante ne d ne li discorsi
de la Corona senza fanne gnente?
e, adesso, pe' 'na bestia puzzolente,
se deve fa' pij tanti rimorsi?
No, creda: in circostanze come questa
se d un sussidio e se fa apr un'inchiesta.
- No, - disse er Re - nun me convinci! Io sento
quarche cosa ner core che me dice:
Vattela a pija che sarai felice,
vattela a pija che sarai contento...
Dunque nun vojo tante osservazzioni,
cammina e nun me rompe l'illusioni. -
Era gi notte. Gi da la montagna,
inargentata da la luna piena,
veniva er lagno d'una cantilena
che se spargeva in tutta la campagna:
era una voce piena de dolore
ch'entrava ne l'orecchie e annava ar core.
Succede che 'sti canti de lamento
vengheno da 'na voce immagginaria,
ma fanno male e metteno nell'aria
come 'na spece de presentimento...
Cos successe a quelli e bast questo
pe' rinfrancalli a cammin pi presto.
E l, cammina che t'aricammina,
er Re era stracco e er Maggiordomo peggio,
pe' via che er Re ciaveva un callo reggio
e er Maggiordomo un male ne la schina,
male ch'attacca all'ommini che fanno
inchini e riverenze a un tanto all'anno.
Ma c'ereno arivati, finarmente!
Ammalappena je se fece giorno
viddero er sito e subbito imboccorno
drento a la grotta coraggiosamente:
era 'na grotta bassa, scura scura,
pi sporca d'una sala de pretura.
La Porchetta dormiva in un cantone,
sdrajata tra la fanga e la monnezza.
- Eccola! - disse er Re co' sicurezza -
 lei! S, certo! Porta er medajone...
Ce dev'esse er segreto, ce dev'esse...
Leggi! Fa' presto!... - E er Maggiordomo lesse:
"Doppo un mese che un Re m'avr baciato
diventer 'na donna tanto bella,
arta, bionda, benfatta e uguale a quella
che l'omo istesso se sar ideato.
S'intenne che er Sovrano che me bacia
bisogna che sia bello e che me piacia."
Er Re, ch'aveva visto tante donne
senza d'av mai trovo l'ideale,
pens: - Chiss che femmina geniale,
chiss che bella donna s'annisconne
sotto 'ste belle setole! Chiss
che bocconcino che diventer!
Guarda che ber grugnetto! T'innamora!
Che belle mosse! Faccio la scommessa
che qua c' sotto quarche arciduchessa:
hai voja a di', ce vedi la signora!
Abbasta, o sia signora o sia cocotte,
m j'appiccico un bacio e bona notte!
Per j'anner a genio? Chi lo sa? -
Er Maggiordomo je rispose: - Ah, s!
- E indove je lo do? - Je lo dia l...
- E se nun fusse l? - Je lo dia l... -
Detto fatto er Sovrano s'inchin,
se lev la corona e la baci.
- E adesso, - disse doppo - se passasse
un Re alleato a fa' l'istesso gioco?
A quel'amichi l ce credo poco:
eh, li conosco!  mejo a nun fidasse...
Portamola a Palazzo:  pi prudente;
tanto una pi una meno nun fa gnente. -
E fu cos che quela stessa sera
la Porchetta entr a Corte e fu anniscosta
in un salone preparato apposta,
che nun ve dico er lusso che nun c'era,
sotto la sorvejanza d'un gendarme
che doveva, ner caso, da' l'allarme.
Defatti, doppo un mese, er cambiamento
successe sotto l'occhi der Sovrano,
co' la svertezza d'un repubbricano
che diventa monarchico! un momento!
Se vidde un fumo rosso e scapp fra
da l'istessa Porchetta una signora.
Quanno che er Re la vidde, per un pelo
se ne veniva meno, immagginate!
Cominci a dije: - E dove l'hai rubbate
tante bellezze? l'hai rubbate in celo
a quarche cherubbino che dormiva
e sei scappata co' la refurtiva?
C' un viso uguale ar tuo? no, nun me pare:
Venere sola ce l'avr compagno;
chi t'ha filato li capelli? un ragno?
Dov'hai preso li denti? in fonno ar mare?
Certo l'hai presi l, perch a guardalli
pareno perle in mezzo a li coralli.
La bocca rossa e fresca te riluce
come una rosa quanno la matina,
s'imperla de la guazza brillantina
sotto a li razzi de la prima luce,
e la risata  un frccico de sole
ch'illumina li baci e le parole!
Da 'sto momento in poi sarai chiamata
la Principessa Ali de la Gagga,
diventerai la favorita mia
per esse riverita e rispettata,
perch la favorita der Sovrano
 'na reggina de seconna mano.
- Ah s? me pijerebbe come amante? -
je fece lei cambianno de colore;
poi s'ariprese e disse: -  un bell'onore
d'esse disonorata da un regnante!
Nun m'aspettavo tanto, Maest:
nun m'aspettavo tanto, ma c' un ma...
Nun s'aricorda pi der medajone?
C'era scritto: "Er Sovrano che me bacia
bisogna che sia bello e che me piacia..."
Invece, lei, me scusi l'espressione,
ci certi baffi che me pare un gatto,
 vecchio,  brutto e nun me piace affatto.
E l'affezzione nun se mette mica
per decreto reale! Abbia pazzienza!
Ciavesse per lo meno l'apparenza...
Ma ti 'na panza, Dio lo benedica,
ch'a abbraccic un Sovrano come lei
de favorite ce ne vonno sei!
- S, - fece lui guardannose la panza
come se annasse in cerca d'un pensiero -
so' brutto, grasso e vecchio, questo  vero,
per finch c' fiato c' speranza:
a la pi buggiarona m'arimane
la vecchia Strega de le palatane. -
'Sta Strega, ch'abbitava in un castello,
ciaveva un'erba ch'era bona a tutto:
se la magnava un omo vecchio e brutto
poteva divent giovene e bello,
a condizzione che je procurasse
quattro cose difficile a trovasse.
- Nun m'arimane che d'ann da quella -
pens er Sovrano; e doppo av chiamato
Marcuccio, er servitore pi fidato,
perch je sorvejasse la su' bella,
pij la spada, caric lo schioppo,
mont a cavallo e via de gran galoppo!
Fece cinquanta mija a brija sciorta,
dritto come una palla, e verso sera
buss ar castello de la Fattucchiera
che fu lei stessa che j'apr la porta;
quanno se vidde avanti er Re in persona
disse: - Che vi da me, Sacra Corona?
Er Sovrano je fece: - Io vojo l'erba,
perch me va a faciolo una picchietta
che pi la guardo e meno me d retta,
che pi l'alliscio e pi diventa acerba;
tu sola pi levamme da le pene
facenno in modo che me voja bene. -
Saputo come staveno le cose,
la Fattucchiera fece la boccaccia,
guard per aria, spalanc le braccia,
sospir, chiuse l'occhi e je rispose:
- L'affare butta male, ma se fai
quer che te dico je la sfangherai.
Per av l'erba che rinforzi l'omo
prima de tutto devi fa' in maniera
de procuramme pe' domani sera
la pelle d'un ministro galantomo,
una camicia d'una donna onesta,
un gatto verde e un gallo senza cresta.
Per se perdi tempo sei perduto:
occhio a la penna! ch la Principessa
che t'interessa tanto, t'interessa,
ci l'onore attaccato co' lo sputo,
e se Dio guardi fai 'na cosa storta
ridiventa Porchetta un'antra vorta.
- Domani stesso - fece er Re - ciavrai
la pelle, la camicia, er gatto e er gallo. -
Ner dije questo rimont a cavallo,
vol a la Reggia e, sverto pi che mai,
senza da' tempo ar tempo ridun
li ministri de Stato e je parl:
- L'eccellenza pi onesta e intemerata
arzi la mano e faccia un passo avanti. -
Li dodici ministri, tutti quanti,
fecero er passo co' la mano arzata,
cr braccio teso come fanno spesso
li scolari che chiedono un permesso.
- Bravi! - disse er Sovrano - A quanto pare
voi ste galantommini e ce credo,
ma avete da sap che ve lo chiedo
per un piacere mio particolare:
ch er pi onesto bisogna che me dia
la pelle pe' sarv la monarchia. -
Davanti a la proposta de la pelle
ogni ministro ritir la mano,
ridivent sincero, e piano piano
vennero fra tante marachelle,
ch'ognuno confess d'av rubbato
li srdi da le casse de lo Stato.
Che fece allora er Re? Fece corregge
l'articoli der Codice Penale
e stabbil ch'er furto nazzionale
fusse approvato a termini de legge.
Dato un provedimento come questo,
c'ebbe la pelle der ministro onesto.
Poi cerc la camicia. Nun ve dico
quante donne chiam. La chiese a tante,
ma le bionde ciaveveno l'amante
e le more ciaveveno l'amico;
vojantri me direte: E le castagne?
Eh! puro quele l... Tutte compagne!
Ma ner sent che c'era 'na zitella
ch'era rimasta sempre su la sua,
lo disse ar Maggiordomo e tutt'e dua
la sera stessa agnedero a vedella;
se chiamava Santina e fra la gente
passava pe' 'na santa veramente.
Er Re je chiese: - Ste propio voi
la donna pi onorata?... - Eh, crederei!
Ma che ve serve? - je rispose lei.
Dice: - Venite subbito co' noi
perch er Governo deve fa' un'inchiesta
su la camicia d'una donna onesta... -
Ma quella, invece, se butt in ginocchio;
dice: - Per carit! M'ariccommanno!
Nun me spojate, nun me fate danno,
ch'io lo facevo pe' nun da' nell'occhio...
- Come? che facevate? - chiese er Re -
Che? gnente puro voi?... Povero me! -
Santina allora je spieg l'affare;
dice: - Vedete 'st'abbito?  de nonna;
da un pezzo in qua m'ammaschero da donna
pe' sfugg dar servizzio militare:
per so' un omo e ve lo dico io,
me chiamo Pippo, quant' vero Dio!
- Avemo fatto fiasco un'antra vorta!
Ma chi pensava - disse er Maggiordomo -
che la donna pi onesta fusse un omo?
Der resto, - dice - a noi che ce ne importa?
Se er popolo ce crede, faccia er tonto;
in certi casi torna sempre conto.
Lei, poi, che come Re manna per aria
qualunque cosa abbasta ch'arzi un deto,
lo sa che deve fa'? firmi un decreto
pe' fallo nomina donna onoraria:
aggiustate le cose in 'sta maniera,
je sfila la camicia e bona sera! -
L'idea fu bona: er Re tutto felice
je lev la camicia e se n'agnede.
- E adesso - disse doppo - vojo vede
la Principessa pe' sent che dice.
Chiss che nun s' fatta persuasa... -
E lesto e presto se n'agnede a casa.
Prima d'entraje in cammera chiam:
nessuno je rispose; ebbe paura:
guard dar bucio della serratura,
nun vidde gnente': apr la porta... entr...
Ma s! Chiama de su, cerca de gi,
la Principessa Al nun c'era pi!
J'aveva fatta un'azzionaccia indegna
pe' via che s'era messa a fa' l'amore...
azzeccate co' chi?... cr servitore!
E lui j'aveva rotta la consegna:
j'aveva rotta la consegna e poi
er resto... immagginatevelo voi!
Er Re, piagnenno, se butt sul letto
maledicenno er barbero destino,
quanno vidde sort dar commodino
una spece de spirito folletto,
che pi d'esse uno spirito era un coso
piccolo, secco, moscio e scivoloso.
Er Sovrano je chiese: - E tu chi sei?
- Io? so' l'Istinto de la Porcheria:
- je fece quello - e la Porchetta  mia
perch so' nato e morir co' lei;
co' tutto che l'hai fatta Principessa
pe' conto mio rimane quella stessa.
E potrai scozzonalla infin che vi,
la potrai ripul quanto te pare,
la potrai mette puro su un artare
come se fusse un idolo, ma poi
vi sempre er giorno che ritorna a galla
la bestia, la Porchetta e la vassalla!
Pe' copr certi istinti e certe cose
nun basta mica un abbito de raso... -
E ner di' questo se ficc in un vaso
indove nun se tengheno le rose,
e svapor per aria come fila
er fum quanno sorte da una pila.
1906
 ER SERRAJO
 ER COMIZZIO
Un Leone rinchiuso in una gabbia,
in der ved da un finestrino aperto
er celo e er mare, aripens ar deserto
e ar tempo che sdrajato su la sabbia
liberamente, senza tante noje,
passava le giornate co' la moje.
E ripens ar tramonto: quanno pare
che er sole, rosso rosso come er foco,
scivoli gi dar celo e a poco a poco
finisce che se smorza drento ar mare.
Pe' chi patisce de malinconia
questa  l'ora pi peggio che ce sia!
- Ero libbero, allora! Ero felice!
- barbottava scocciato. - E m bisogna
che stia rinchiuso e faccia la carogna
sotto le granfie d'una Domatrice,
che specula su tutto e che se serve
puro de la ferocia de le berve!
Se me volesse veramente bene
nun me farebbe fa' tante sciocchezze
a furia de bacetti, de carezze,
d'allisciamenti e de tant'artre scene!
La solita politica! D'artronne
questo  er vecchio sistema de le donne.
Er Domatore?  peggio! Io solamente
conosco la ferocia der cristiano
quanno m'insegna co' la frusta in mano
a sfonn er cerchio e a salut la gente:
"Opl! Nerone! Un altro salto! Al!..."
Bella maniera de tratt li Re!
Ho detto Re, purtroppo! ma oramai
m'accorgo che divento piano piano
sovrano come er popolo sovrano
che viceversa nun commanna mai.
Guai se nun faccio quer che vonno loro!
Guai se m'impunto! Guai se nun lavoro!
Tra l'antre cose ha scritto sur programma
che un giorno ho divorato un domatore!
No, nun  vero affatto!  un impostore!
Lo possino ammazzallo in braccio a mamma!
 'na reclame che se fa 'sto micco
pe' venne pi bijetti e fasse ricco.
E in questo nun ce sta la convenienza!
Fintanto che le fiere serviranno
a fa' guadagn l'ommini, saranno
come le fiere... de beneficenza.
 un'infamia! un sopruso! una vergogna!
Bisogna fa' 'no sciopero, bisogna! -
Una Scimmia che intese 'sto discorso
je disse: - Ma perch nun fai in maniera
de fa' un complotto assieme a la Pantera,
a la Jena, a la Tigre, ar Lupo e all'Orso?
Perch nun cerchi de riav la stima,
l'indipennenza che ciavevi prima?
Tu che sei Re, padrone d'un deserto,
co' quer nome che ciai, nun t'hai da mette
a fa' li giochi e a fa' le pirolette
come un artista de caff-concerto,
come un vecchio pajaccio de mestiere...
Che speri? d'esse fatto cavajere?
No, amico, qui  questione d'amor propio;
finch 'ste buffonate le fo io
che so' una Scimmia,  er naturale mio:
vedo un omo, lo studio e lo ricopio;
lo ricopio e pe' questo so' sicura
de facce 'na bruttissima figura.
E lo stesso succede ar Pappagallo,
che ammalappena sente 'na parola
che dice un omo, je s'incastra in gola
e se spreme e se sforza pe' rifallo...
Discorre come lui, ma nun c' ucello
pi scocciante e pi stupido de quello! -
E siccome la Scimmia, da la rabbia,
aveva arzato un po' de pi la voce,
tutte quell'antre bestie pi feroce
fecero capoccella da la gabbia:
- Bene! Brava! - strillaveno - Ha raggione!
Viva la libbert! Morte ar padrone!
- Zitti! - disse er Leone che capiva
che quello era er momento pi propizzio
pe' pij la parola e fa' er comizzio -
 inutile che dite abbasso o evviva:
le ribbejone fatte co' li strilli
se rimetteno ar posto co' tre squilli.
Bisogna fa' sur serio e arivortasse
contro 'sto sfruttatore propotente!
E questo l'otterremo solamente
co' l'organizzazzione de la Classe:
ammalappena se saremo uniti
co' le bestie de tutti li partiti!
Ma prima ch'incominci la battaja,
se fra de voi ce fusse un animale
che pe' quarche raggione personale
v rest sottomesso a 'sta canaja,
che se faccia esc er fiato, parli avanti,
senza che poi cirili come tanti. -
Un Ciuccio, che ciaveva l'incombenza
de porta la carnaccia ner Serrajo,
cap er latino, e disse con un rajo
che aveva gi perduta la pazzienza:
- Io - fece - sar er primo a daje addosso!
Lo possino scannallo a mare rosso!
Io, doppo tutto, so' lavoratore,
fatico, soffro assai, ma quer bojaccia
come m'aricompensa? A carci in faccia!
In che modo me paga? cr tortore!
Poi m'ammazza e me scortica, pe' via
che fa er tamburo co' la pelle mia!
Defatti, certe sere, quanno sento
er rataplan che fanno li sordati,
ripenso a li somari scorticati
che so' serviti a tutto er reggimento...
Sar pazziente, s: ma nun sopporto
che me la soni puro doppo morto!
Per cui m'associo ne la ribbejone:
ma prima vojo av la sicurezza
che me levate er basto e la capezza:
se qui se tratta de trov un padrone
che me la crocchia come quelo vecchio,
resto co' questo e bona notte ar secchio! -
La Lupa disse: - E io ch'ho dato er latte
ar primo Re de Roma?  pe' via mia
se bene o male c' la monarchia:
ma l'Omo, invece, quante me n'ha fatte?!
M'ha chiuso in gabbia e ha messo fra er detto
che magno come un lupo! Ber rispetto!
Doveva av un riguardo pe' la balia
der primo Re che fece Roma! E invece...
- Ma questo - disse l'Orso - nun fa spece!
Puro quelli che fecero l'Italia
m campeno sonanno l'orghenetto
co' le ferite e le medaje in petto!
- Io, - disse allora er Cane - nu' lo nego,
je so' fedele, affezzionato... e come!
je so' amico davero! Ma siccome
me tratta come un cane, me ne frego
de pijamme li carci da 'st'ingrato!
M'arivorto pur'io! Mor'ammazzato!
- E farai bene! - j'arispose er Gatto -
Io che so' 'n animale indipennente
m'affezziono a la casa solamente,
ma no ar padrone che nu' stimo affatto;
o monarchico o prete o socialista,
l'Omo  stato e sar sempre egoista.
- E io - disse la Tigre - ci er dolore
che lui me paragoni e me confonna
er core mio cr core de la donna
ch'ammazza er fijo pe' sarv l'onore!
So' una tigre,  verissimo, ma io
nun assassino mica er sangue mio!
- Nun posso fa' la rivoluzzionaria
perch so' la reggina de l'ucelli;
- strill l'Aquila nera - io, come quelli
che stanno in arto e viveno per aria,
vedo le cose sempre tale e quale...
- Purtroppo! - disse l'Orso - Questo  er male!
In arto nun se sentono li lagni,
in arto nun se vedeno le pene,
da quel'artezza l, tutto va bene!
Poveri e ricchi, tutti so' compagni!
Bisogna scegne pe' conosce a fonno
tutte le birbonate de 'sto monno!
- Che diavolo volete che m'importi
- barbottava la Jena clericale -
dell'Omo e der benessere sociale?
Io vivo solamente su li morti
e a chi me dice: io soffro, j'arisponno
che la felicit sta all'antro monno. -
Un povero Majale ammaestrato,
che spesso entrava in gabbia cr Leone
pe' fa' convince er pubbrico cojone
ch'er Re de la Foresta era domato,
se fece esc un rumore da la gola,
domann scusa e prese la parola:
- L'idea de 'st'uguajanza nun p regge.
Voi direte ch'io pijo le difese
de la moderna societ borghese
che me stima, m'ingrassa e me protegge,
e che, co' la scusante der preciutto,
permette che me ficchi da per tutto.
Nun  pe' questo. Io dico: se domani
vi ammessa l'uguajanza, diventate
tutti compagni, s: ma nun pensate
ch'er cane vorr vede tutti cani,
er sorcio vorr vede tutti sorci,
e io, questo s'intenne, tutti porci!
- Io benedico l'Antenato mio
- fischi er Serpente - che minchion l'Omo
quanno je disse che magnanno er pomo
sarebbe diventato eguale a Dio.
L'Omo, sempre ambizzioso e interessato,
lo prese e ciarimase buggerato.
Ma lui che ci le scuse sempre pronte,
quanno Iddio, pe' punillo der peccato,
je disse che se fusse guadagnato
er pane cr sudore de la fronte,
fece l'occhietto e disse a la compagna:
"Se nun trovi chi suda nun se magna!"
Apposta c' chi resta a bocca asciutta
e chi magna pe' quattro: ar proletario,
che suda assai, j'amanca er necessario,
mentre, invece, er padrone che lo sfrutta
senza svers una goccia de sudore,
magna, fuma, s'intoppa e fa er signore.
- Questo  er vero peccato origginale!
- strillava er Coccodrillo socialista -
Morte a la borghesia capitalista!
Evviva la repubbrica sociale!
Evviva... - E chi lo sa ch'avrebbe detto
se nun se fusse inteso un orghenetto.
Era l'avvisatore che sonava
una marcia qualunque, solamente
pe' ridun pi pubbrico, e la gente,
chiamata dar motivo, c'imboccava.
- Zitti e a stasera! - disse la Pantera.
E tutti j'arisposero: - A stasera!
1901
 LA RIBBEJONE
E la sera, defatti, ammalappena
ch'er Domatore esciva co' la Moje,
er Pappagallo, libbero, ann a scioje
la Scimmia che ciaveva la catena:
la Scimmia, sverta, apr le gabbie e allora
tutte le bestie vennero de fra.
- Ah! finarmente semo tutti uguali!
- strill la Scimmia - Adesso, finarmente,
potremo mette a posto un propotente
che crede d'esse er Re de l'animali!
Gi, lui se d 'sto titolo perch
 er pi animale e crede d'esse er Re!
Dovrebbe ricordasselo che Dio
lo fece co' la fanga e doppo noi:
doppo le bestie! E c' chi dice poi
che sia venuto da un abborto mio...
Comunque sia, la cosa ve dimostra
la precedenza de la classe nostra!
Ma m toccher a loro a stacce sotto:
tutte l'infamie, tutti li soprusi
che cianno fatto cr tenecce chiusi
pe' tanto tempo drento a un bussolotto,
l'hanno da scont tutti! E la vendetta
sar feroce! Chi la fa l'aspetta!
Le bojerie che cianno fatto a noi
le rifaremo tanto a lei che a lui,
perch odia micchi... eccetera: per cui
io ve far la spiegazzione, e voi
ve metterete tutti quanti a sede
come la gente che ce stava a vede. -
Fu accus ch'er Serrajo cambi scena;
ossia successe questo: ch'er Padrone
fu messo ne la gabbia der Leone,
la Moje ne la gabbia de la Jena:
mentre la Scimmia - sempre lei! - faceva
la spiegazzione ar pubbrico e diceva:
- Questo vero fenomeno vivente
che vado a presentarglie  un Omo umano;
nun so se sia cattolico o cristiano,
protestante o giudo, ma nun fa gnente:
ch, de qualunque religgione  nato,
biastima sempre er Dio che l'ha creato.
Si cibba d'ogni sorta d'animali,
ma a preferenza v le carne tenere:
ucelli, polli, pesci d'ogni genere,
e vacche, e bovi, e pecore, e majali;
l'antre bestie le lascia: o so' cattive
o je fanno pi commodo da vive.
Spece co' le galline  pi feroce:
le strozza, poi le scanna cr cortello,
je strappa er core, er fegheto, er cervello,
le budella, er grecile e se li coce;
questa, che pe' nojantri  una barbaria,
a sent lui diventa culinaria!
Ma nun ve faccia spece: l'Omo umano
dice ch' un animale raggionevole,
ma nun raggiona mai; de rimarchevole
nun ci che la parola:  un ciarlatano;
ti quarche vizzio, in quanto ar resto poi
gira e riggira  tale e quale a noi.
Ci,  vero, una coscenza internamente
ch' 'na spece de voce misteriosa
che lo consija o no de fa' una cosa,
ma certe vorte nun je serve a gnente:
tanto che pe' distingue er bene o er male
ha bisogno der Codice Penale.
Puro l'onore  un sentimento interno
che se ne serve spesso quanno giura:
l'addopra per principio o per paura
d'ann in galera o de fin a l'inferno.
Senza che parli de quell'antro onore
ch' 'na specialit de le signore.
Vive co' li quatrini: lui, che pare
er padrone der monno e che s' imposto
co' la raggione e ha preso er primo posto
sopra le bestie de terra e de mare,
senza sordi in saccoccia  un omo morto,
co' tutta la raggione ha sempre torto!
Li quatrini so' come li dolori,
chi ce l'ha se li ti: pe' questi l'ommini
se so' divisi in ladri e in galantommini,
se so' divisi in poveri e signori,
schiavi e padroni, vittime e strozzini...
sempre pe' 'st'ammazzati de quatrini!
Comincia a fa' lo scemo co' la Donna
quann'entra ne l'et de la raggione;
ognuna che ne vede  una passione:
o sia magra o sia grassa, o bruna o bionna,
nu' je n'importa: abbasta che ce sia
la cosiddetta certa simpatia.
L'Omo, ner fa' l'amore,  pi ideale:
lo scopo  quello nostro, se capisce:
ma lui ci pi maniera e lo condisce
co' quarche porcheria sentimentale
e co' 'na mucchia de parole belle
che per, su per gi, so' sempre quelle.
La Femmina per solito lo fa
per vizzio, per ripicca, per prudenza,
per ambizzione, per riconoscenza,
per interesse, per curiosit,
per un momento de cattivo umore
e, quarche vorta, puro per amore...
Se  pe' vizzio, se butta a corpo morto,
s'attacca all'omo e je ne fa fa' tante;
pe' ripicca lo fa quanno l'amante
o er marito che sia j'ha fatto un torto;
- Giacch lui va co' lei, - dice - pur'io
lo vojo fa' co' quarche amico mio. -
Se un amico de casa l'ha veduta
entr co' quarchiduno in quarche sito,
lei pensa: "E se lo dice a mi' marito?
se facesse la spia? Sarei perduta!
Dunque... bisogner... Ce v pazzienza..."
E in de 'sto caso aggisce pe' prudenza.
Cede per ambizzione se ci intorno
quarchiduno che sta sur cannejere,
perch la donna prova un gran piacere
de pot di' che ci l'omo der giorno;
per badate:  un genere d'amore
che dura su per gi, ventiquattr'ore.
Lo fa per gratitudine la donna
che se deve lev 'n'obbrigazzione:
e in de 'sto caso pija la passione
come facesse un voto a la Madonna;
- Nun me va, - dice lei - ma come faccio?
 stato tanto bono, poveraccio! -
Se c' de mezzo l'interesse... eh, allora
nun sta a guard se l'omo  bello o brutto,
giovene o vecchio... passa sopra a tutto,
basta che a l'occasione cacci fra
er portafojo... E su 'sto tasto adesso
ve dir un fattarello ch' successo.
'Na sera 'no Scimmiotto ammaestrato,
che lavorava in un caff-concerto,
aveva visto er cammerino aperto
der buffo macchiettista e c'era entrato
cr pensiero de fa' 'na bojeria
a una cantante de la compagnia.
E sapete che fece? S'incarc
la bomba in testa, s'infil un vestiario,
rubb ducento lire a l'impresario,
usc dar parcoscenico e aspett.
Ammalappena vidde una cantante
j'agnede incontro e je ne fece tante.
L'invit d'ann a cena, ma la Stella
lo riconobbe e disse: - Nun sia mai!
Va' via! Fai schifo! Fai ribbrezzo, fai!
Ven a cena co' te? Sarebbe bella!
Me pare de pecc contro natura
con una bestia simile! Ho paura! -
Ma quanno lo Scimmiotto, ch'era pratico,
je fece vede er pacco de bajocchi,
lei cambi tono, lo guard nell'occhi
e disse: - Doppo tutto sei simpatico...
Nun so... ma ciai un profilo interessante... -
E agnede diflata al ristorante!
Questo pe' l'interesse; poi succede
che, spesso, una regazza se marita
sortanto co' l'idea de cambia vita,
e se ne va cr primo che la chiede.
- Che sar 'sto marito? Che far? -
E se lo pija pe' curiosit.
In un momento de cattivo umore
lo fa la donna quanno che s'annoja;
ma  'na cosa slavata, contro voja,
dove c' tutto fri che l'amore.
 un genere d'amante che s'appiccica
spece ne le giornate che pioviccica.
Ma quanno  innammorata per davero
de quarchiduno che je va a faciolo,
nun ci davanti all'occhi che lui solo,
lui solamente  l'unico pensiero:
lui sa, lui fa, lui dice, lui commanna...
E allora... panza mia, fatte capanna!
 LA FINE DE LO SCIOPERO
Vojantri osserverete giustamente:
- Ma come?! Ner sent 'ste cattiverie,
tutte 'st'infamie, tutte 'st'improperie,
er Domatore nun diceva gnente?
arimaneva l come un cacchiaccio? -
E ch'aveva da fa' quer poveraccio?
Lui capiva ch'aveveno raggione,
je toccava abbozz... Ma cr pensiero
cercava de fregalli. Tant' vero
che, a un certo punto de la spiegazzione,
disse piano a la Moje: - Amica mia,
qui bisogna gioc de furberia.
Gi me tengo un discorso preparato
dove ci messo tutto: l'affarismo,
li sfruttatori der capitalismo,
co' la conquista der proletariato,
benessere sociale, Fratellanza,
Giustizzia, Libbert, Fede, Uguajanza...
Co' un popolo de bestie come questo,
pe' minchionallo bene,  necessario
prima de tutto un bon vocabbolario,
un ber vocione e relativo gesto.
Basteno 'ste tre cose e so' sicuro
de rimettlli co' le spalle ar muro.
E appena avr ripreso er sopravvento
pe' sottomette 'sta canaja infame,
la prima bestia che me dice: "ho fame",
je do 'na schioppettata a tradimento.
Questo  er mezzo pi semplice e pi pratico
pe' conserv un governo democratico! -
Certo de la riuscita, er Domatore
son tre o quattro vorte la grancassa
pe' pot fa' pi effetto su la massa,
se soffi er naso e principi a discore:
- No, cos nun p ann, popolo mio:
lo capisco benissimo pur'io!
Er cammino che fa la civilt
s'impone a Papi, Imperatori e Re!
La borghesia precipita da s,
spinta dar soffio de la Libbert,
e se trova a combatte a tu per tu
co' l'ideale de la schiavit!
- Compagni! - Bene! Bravo! - strill l'Orso.
- M dichi bene! - fece er Coccodrillo.
- Ah! meno male! M sto pi tranquillo... -
barbott l'Omo, e seguit er discorso:
- Compagni! D'ora in poi ce v un governo
pi bono, pi civile, pi moderno.
Faremo una politica un po' mista
uguale a la politica italiana,
con una monarchia repubbricana
clerico-moderata-socialista:
cos contento tutti e ar tempo istesso
rester Re com'ero fino adesso.
In quanto poi ar benessere, ho studiato
er modo d'arisorve la questione:
pe' pot mijor la condizzione
de la classe pi povera, ho pensato
de faje un'ignezzione ogni matina:
e sapete co' che? co' la morfina.
La morfina  una cosa che fa bene
e intontonisce provisoriamente:
chi la pija va in estasi e se sente
come una cosa drce ne le vene,
perch se scorda, tra la veja e er sonno,
le noje e le miserie de' sto monno.
Solo co' 'sto rimedio rivedremo
tutto color de rosa, tutto bello...
- Ma questo - strill er Cane -  un macchiavello
pe' pijacce pe' 'r collo a quanti semo!
Tu cerchi d'imbrojacce, e te lo dico
pe' via che te conosco e te so' amico.
Pe' li mali ce v la medicina,
ne convengo e la cosa  naturale;
ma propone un benessere sociale
a furia d'ignezzioni de morfina
significa provede a li bisogni
co' quello che se vede ne li sogni!
 un ber pezzetto ormai che ce riempi
la testa co' le solite parole!
 un ber pezzetto che prometti er Sole
ch'annunzia l'arba de li novi tempi...
Ma intanto annamo a letto senza cena:
antro che sole novo e luna piena!
Tu che sei furbo appoggi er socialismo
perch, fra transiggenti e intransiggenti,
noi se trovamo in mezzo a du' corenti
cr rischio d'abbuscasse un rumatismo.
Cos tra 'no sbadijo e 'no stranuto
restamo buggerati senza sputo! -
Allora l'Omo disse: - Ma perch,
invece de discore tutti quanti,
nun nominate du' rappresentanti
de fiducia che parlino co' me?
Questa me pare l'unica maniera...
- S, s, ha raggione, - disse la Pantera -
Nominamo du' membri fra de noi
che vadino a port la condizzione:
io darebbe l'incarico ar Leone...
- Oh, in questo, - disse l'Omo - fate voi.
Co' l'uguajanza che ciavete adesso
o un Leone o un Majale fa l'istesso.
Perch sceje un Leone e no un Majale?
Se cominciate a fa' le preferenze
voi riammettete certe diferenze
e fate un'uguajanza disuguale;
anzi, per esse giusti, incaricate
le du' bestie pi povere e affamate. -
E furono defatti er Porco e er Gatto
l'animali che c'ebbero l'onore
d'ann a discute assieme ar Domatore,
che fra de lui rideva come un matto
pe' via che tanto er Gatto ch'er Majale
lo chiamaveno amico personale.
- Colleghi, - poi je disse sottovoce -
io so' disposto a tutto, so' disposto,
basta che nun me fate perde er posto
e obbrigate le bestie pi feroce
a rientra ne le gabbie... - E, caso mai,
- je domann er Majale - che ce di?
- Ecco: a te te prometto in segretezza
un bon impiego in una fattoria.
L potrai fa' qualunque porcheria
e ingrassatte framezzo a la monnezza.
Magnerai, beverai, farai l'amore...
Insomma, via! starai come un signore.
Riguardo ar Gatto je dar ogni giorno
una libbra de trippa e de pormone,
lo terr a casa mia com'un padrone
che magna e beve e nun concrude un corno.
Cos, ste contenti. - Er Porco e er Gatto
risposero: - Va bene! Sar fatto! -
E ritornorno in mezzo a li compagni
strillanno: - Alegri, amichi! Avemo vinto!
Finarmente er Padrone s' convinto
ch' necessario che la bestia magni!
Avemo vinto! D'ora in poi ciavrete
qualunque concessione chiederete.
Per badate: perch l'Omo ciabbia
tutta la carma pe' studi l'affare,
ve prega che finite le cagnare
e rientrate tranquilli ne la gabbia,
speranno sur bon senso speciarmente
de quelli der partito intransiggente. -
Le bestie ne convennero. Quarcuna
pi sfiduciata nun voleva cede;
ma poi, credenno a quelli in bona fede,
rientrorno ne le gabbie una per una:
mentre ch'er Domatore soddisfatto
baciava er Porco e abbracciava er Gatto.
 LE STORIE
1923
 ER DISCORSO DE LA CORONA
C'era una vorta un Re cos a la mano
ch'annava sempre a piedi come un omo,
senza fanfare, senza maggiordomo,
senza ajutante...; insomma era un Sovrano
che quanno se mischiava fra la gente
pareva quasi che nun fosse gnente.
A la Reggia era uguale: immagginate
che nun dava mai feste, e certe vorte
ch'era obbrigato a d' li pranzi a Corte
je faceva li gnocchi de patate,
perch - pensava - la democrazzia
se basa tutta su l'economia.
- Lei me pare ch' un Re troppo a la bona:
- je diceva spessissimo er Ministro -
e cos nun p ann, cambi reggistro,
se ricordi che porta la Corona,
e er popolo je passa li bajocchi
perch je dia la porvere nell'occhi. -
Ma lui nun ce badava: era sincero,
diceva pane ar pane e vino ar vino;
scocciato d'esse er primo cittadino
finiva pe' regn soprappensiero,
e in certi casi succedeva spesso
che se strillava "abbasso" da lui stesso.
Un giorno che s'apriva er Parlamento
dovette fa' un discorso, ma nun lesse
la solita filara de promesse
che se ne vanno come fumo ar vento:
- 'Sta vorta tanto - disse - nun so' io
se nu' je la spiattello a modo mio! -
E cominci: - Signori deputati!
Credo che su per gi sarete tutti
mezzi somari e mezzi farabbutti
come quell'antri che ce so' gi stati,
ma ormai ce ste e basta la parola,
la volont der popolo  una sola!
Conosco bene le vijaccherie
ch'avete fatto per av 'sto posto,
e tutte quel'idee che v'hanno imposto
le banche, le parrocchie e l'osterie...
Ma ormai ce ste, ho detto, e bene o male
rispecchiate er pensiero nazzionale.
Dunque forza a la machina! Er Governo
 pronto a fa' qualunque umijazzione
purch je date la soddisfazzione
de fallo rest su tutto l'inverno;
poi verr chi vorr: tanto er Paese
se ne strafotte e vive su le spese.
Pe' conto mio nun vojo che un piacere:
che me lassate in pace; in quanto ar resto
fate quer che ve pare: nun protesto,
conosco troppo bene er mi' mestiere;
io regno e nun governo e co' 'sta scusa
fo li decreti e resto a bocca chiusa.
Io servo a inaugur li monumenti
e a corre su li loghi der disastro;
ma nun me vojo mette ne l'incastro
fra tutti 'sti partiti intransiggenti:
anzi j'ho detto: Chiacchierate puro,
ch pi ve fo parl pi sto sicuro.
Defatti la Repubbrica s'addorme
davanti a li ritratti de Mazzini,
er Socialismo cerca li quatrini,
sconta cambiali e studia le riforme,
e quello de la barca de San Pietro
nun sa se rema avanti o rema addietro. -
A 'sto punto er Sovrano arz la testa
e vidde che nun c'era pi nessuno
perch li deputati, uno per uno,
reno usciti in segno de protesta.
- Benone! - disse - Vedo finarmente
un Parlamento onesto e inteliggente!
novembre 1910
 ROCCASCIUTTA
A Roccasciutta c' 'na fontanella
co' tre conchije indove c'esce fra
un pupazzo che regge una cannella:
per nun butta, e ar popolo je tocca
d'annasse a pij l'acqua co' la brocca
in fonno ar bosco che ce v mezz'ora.
cchete che un ber giorno
un signorone pieno de quatrini,
che ciaveva er castello de l intorno,
pens: - Quest' er momento pi adattato
de famme un largo in mezzo a 'sti burini
per esse deputato... -
E li chiam pe' dije: - Cittadini!
Avete da sap ch'anticamente
sotto la vecchia piazza der paese
ce stava una sorgente:
dunque scavate, ricercate er fonno,
ch'io penser a le spese
e a tutte l'antre cose che ce vonno. -
S'incominci a scav; ma una matina
un muratore intese fa' uno scrocchio
sotto la punta de la caravina.
Se ferm spaventato! S'era accorto
che l'aveva infilata drent'all'occhio
d'una testa de morto!
Tutta la gente corse pe' vedella:
- Madonna bella! E de chi mai sar?
- D'un vecchio ladro? - Forse.
- D'un galantomo? - Mah! -
Un prete disse: - Immaggino che sia
de Santa Pupa vergine, la quale
fu scorticata dietro a l'Abbazzia. -
E detto fatto se la port via
incartata in un pezzo de giornale.
- Questo  un sopruso der partito nero! -
fece arabbiato un anticlericale:
e propose un comizzio de protesta
pe' sosten che quella era la testa
d'un martire del libbero pensiero.
-  propio lui! - strill - Lo prova er fatto
che er cranio s' votato in un momento
perch er pensiero che ce stava drento,
quanno s'intese libbero, scapp.
- Invece 'sta capoccia tocca a noi!
- dissero allora li repubbricani
ch'oggiggiorno scarseggeno d'eroi -
Ch questo  Pietro Bschera che stette
co' Garibaldi ner sessantasette,
ner sessantotto e l'anno che vi poi... -
E cos s'ann avanti du' o tre mesi:
dimostrazzioni, fischi, assembramenti,
comizzi, squilli, scioperi, accidenti...
E li lavori furono sospesi.
.............................................
L'antro giorno so' stato a Roccasciutta:
ho visto quattro o cinque monumenti,
ma c' la fontanella che nun butta.
1911
 ER PUNTO D'ONORE
Una lettera anonima, fra tante,
fu quella ch'apr l'occhi ar Professore;
diceva: "Preggiatissimo Signore,
ci avviso che sua moglie ci l'amante.
Se volesse la prova ch' un cornuto
torni a casa a le sette. La saluto".
- E qua bisogna agg - disse er Marito. -
Stasera no, perch me sento male,
domani  marted, ci 'na cambiale,
doppo domani a sera ci un invito...
Giovedd sarei libbero, e cos
vendicher l'onore giovedd. -
Defatti, er giovedd, tutto in un botto
ritorn a casa verso una cert'ora,
guard dar bucio e vidde la Signora
abbracciata assieme a un giovenotto.
- Benone! - dice - E adesso che ce semo
com'ho da fa' pe' nun pass da scemo?
Pe' conto mio li lasserei tranquilli
pe' falli spupazza quanto je pare;
ma pell'occhio der monno? Ecco l'affare!
E p'er punto d'onore? Ecco er busilli!
Per esse gentilomo  necessario
che metta tutto in mano ar commissario.
Per, nun  una cosa troppo bella
de port l'amor propio in polizzia...
La caccio? Peggio! Se la caccio via,
me toccherebbe pure a mantenella...
Gira e riggira, er mezzo pi mijore
 forse quello de spaccaje er core.
 provato, defatti, che la gente
nun v er divorzio e dice ch' immorale:
ma appena legge un dramma coniugale
s'associa cr marito delinquente,
che in fonno fa er divorzio a l'improviso
perch manna la moje in Paradiso.
Tutto sommato me potr succede
d'ann davanti a dodici giurati:
ma quanno li periti e l'avvocati
diranno ch'ho ammazzato in bona fede,
sar assoluto, e co' l'assoluzzione
chiss che nun ce scappi l'ovazzione.
Dunque... coraggio! - E prese la pistola:
entr, spar la botta... Ma la palla,
invece d'acchiapp quela vassalla,
entr sotto a la coda a la Gagnola
che per esse fedele a tutt'e tre
s'era accucciata sotto a un canap.
- Te la piji co' me, brutt'assassino!
- strill la Cagna - Ma se lo ris
er Presidente de la Societ
che protegge le Bestie, caschi fino!
Vedrai che te condanneno... e ci gusto!
Un'antra vorta mirerai pi giusto!
1910
 ER COCO DER RE
Doppo li primi scoppi de le bombe
sur tetto der palazzo, appena intese
l'aria sgaggiante de la Marsijese
ch'esciva finarmente da le trombe,
er Re divent pallido e scapp.
Addio lista civile! Addio bandiera!
De tanti magnapane a tradimento
nun ce fu un cane che je disse: "spera!",
nun ce fu un cane che l'incoraggi!
Scapporno tutti. Nun rest ch'er Coco,
fermo, davanti ar foco der fornello:
nun ce rest che quello! Troppo poco!
Anzi, la sera, er Presidente stesso
de la nova Repubbrica je fece:
- E tu nun sei scappato? Me fa spece!
Io me pensavo che j'annavi appresso...
- Ah, mai! - rispose er Coco - Nun potrei!
Io resto ar posto de combattimento
convinto che, levato er condimento,
come magnava er Re magner lei.
Sotto ar tiranno ch' scappato via
facevo er pollo co' la pasta frolla,
e adesso lo far co' la cipolla
pe' fa' contenta la democrazzia.
Ma, in fonno, la sostanza  tale e quale.
Presempio, lei, da bon repubbricano
ha gi levato er grugno der Sovrano
dar vecchio francobbollo nazzionale,
e n'ha stampato un antro co' la stella
co' tanto de Repubbrica su in cima...
Ma la gomma de dietro  sempre quella
e er popolo lo lecca come prima.
1910
 LI CONVINCIMENTI DER GATTO
Un vecchio Gatto mezzo insonnolito,
giranno pe' lo studio d'un pittore,
je parse de sent come un rumore
d'un Sorcio che raspava in quarche sito:
cri-cri, cri-cri... Cerc per tutta casa,
e guarda, e smiccia, e annasa,
finch scoperse che ce n'era uno
de dietro a un quadro de Giordano Bruno.
Prov d'avvicinasse piano piano,
ma er Sorcio se n'accorse; tant' vero
che disse: - Amico! Stattene lontano.
Porta rispetto ar libbero pensiero!
Abbi riguardo ar martire che un giorno
fece la fine de l'abbacchio ar forno...
- Va b', - je fece er Micio -
far 'sto sacrificio... -
Per la sera appresso risent
lo stesso raspo e ritrov l'amico
de dietro a un quadro antico
d'un San Lorenzo Martire: cri-cri...
Er Sorcio nun se mosse. Dice: - E adesso
rispetta er sentimento religgioso:
nun sai che questo  un santo
tanto miracoloso?
Nun sai che puro lui
fin su la gratticola? Per cui...
- Rispetto un par de ciufoli!
- rispose er Gatto - Tu, cr sentimento,
t'arampichi, t'intrufoli,
rosichi, magni e poi
metti in ballo li martiri e l'eroi
che t'hanno da serv da paravento...
Che speri? che rispetti l'ideali
de certe facce toste
compagne a te, che tengheno riposte
le convinzioni come li stivali?
No, caro: in de 'sti casi sfascio er quadro,
strappo la tela, sfonno la figura,
finch nun ci fra l'ogna er Sorcio ladro
che me vorebbe da' la fregatura.
 TUTTI CONTENTI!
Sdrajato ne la tana, er Re Leone
riceveva le bestie d'ogni spece;
pe' prima entr la Pecora e je fece:
- Noi stamo in una brutta posizzione:
er Lupo ce perseguita, e tu sai
che pe' nojantre Pecore so' guai!
Finisce che ce scanna a quante semo!
- Va bene. - disse er Re - Provederemo! -
Appena che la Pecora usc fri
cchete ch'entr un Lupo. - Io - dice - aspetto
che li ministri faccino un proggetto
per abbol li cani a li pastori.
Noi che vivemo co' le Pecorelle
come potemo sta' senza de quelle?
Se er cane abbaja, capirai da te...
- Provederemo! - je rispose er Re.
L'Orso, ch'era ministro de l'Interno,
je parl d'un Somaro attempatello:
- Bisogna incoraggiallo, perch quello
 stato sempre amico der Governo.
Quann'era deputato c' servito
a caric le pigne der partito...
- Allora - disse er Re - che sia mannato
co' quelo stesso carico ar Senato.
- E er Pappagallo? - dice - che t'ha fatto?
Trovmoje un impiego, capirai:
quello  un ucello che figura assai,
je ce vorebbe un postarello adatto...
Che fa?! campa d'entrata e se distingue
perch sa di' "va bene" in cinque lingue,
pepoi s'inchina a tutte le signore...
- 'Be', - dice - lo faremo ambasciatore. -
E l'Orso seguit: - Jeri ho veduto
er capo de le Vespe socialiste,
che m'ha rotto le scatole e che insiste
pe' via che vorebb'esse ricevuto...
- Che venga pure! - disse er Re - Se vede
che adesso  socialista in bona fede... -
L'Orso rispose: - S; prova ne sia
ch'hanno deciso de cacciallo via.
 PER ARIA
Un Omo che volava in aroplano
diceva fra de s: - Pare impossibbile
fin dove p ariv l'ingegno umano! -
Quanno s'intese di': - Collega mio,
quanti mill'anni avete faticato
pe' fa' quer che fo io!
Ma m, bisogna che lo riconosca,
in fonno ve ce ste avvicinato... -
L'Omo guard er collega... Era una Mosca!
- Ma io, per, ci l'ale ner cervello,
- je fece l'Omo - e volo co' l'ingegno.
Defatti ho immagginato 'sto congegno
per av le risorse de l'ucello.
Deppi, se c' la guerra,
m'accosto ar celo e furmino la terra:
ogni bomba che butto  'no sfraggello.
Indove trovi un mezzo pi potente
per ammazz la gente?
- Su questo qui potete sta' tranquillo,
- je rispose la Mosca - ch pur'io
l'ammazzo a modo mio:
ma invece de la bomba ci er bacillo.
Quanno vojo freg quarche persona,
succhio la robba guasta
e je la sputo su la robba bona:
l'omo la magna e... basta.
Se sa ch'ognuno addopra l'arme sue
cr sistema pi pratico, se sa:
ma, in fonno, lavoramo tutt'e due
a beneficio de l'umanit.
 ER DIAVOLO DE STOPPA
Un Re se fece un Diavolo de stoppa:
- Cos, - pens - se er popolo scontento
un giorno o l'antro pija er sopravvento
perch se stufa de tenemme in groppa,
je faccio vede er Diavolo, e l'Inferno
rinforzer la base der Governo. -
Defatti, quanno c'era una sommossa,
er Re se presentava cr pupazzo
de dietro a le finestre der palazzo
illuminate da una luce rossa,
e er popolo scappava fra li strilli
come se avesse inteso li tre squilli.
Un giorno, un vecchio che sapeva er gioco,
volle apr l'occhi a quela folla scema:
- Badate: - disse - un popolo che trema
davanti a un burattino vale poco... -
Ma fu schiaffato subbito in priggione
perch nun rispett l'istituzzione.
1900
 L'AQUILA ROMANA
L'antra matina l'Aquila romana,
che ce ricorda, chiusa ne la gabbia,
le vittorie d'un'epoca lontana,
disse a la Lupa: - Scusa,
ma a te nun te fa rabbia
de sta' sempre rinchiusa?
Io, francamente, nu' ne posso pi!
Quanno volavo io! Vedevo er monno!
M'avvicinavo ar sole! Invece, adesso,
cos incastrata come m'hanno messo,
che voi che veda? l'ossa de tu' nonno?
Quanno provo a vol trovo un intoppo,
pi su d'un metro nun arivo mai... -
La Lupa disse: -  un volo basso assai,
ma pe' l'idee moderne  puro troppo!
 mejo che t'accucci e stai tranquilla:
nun c' che l'animale forastiere
che vi trattato come un cavajere
e se gode la pacchia d'una villa!
L'urtimo Pappagallo de la Mecca,
appena ariva qua, se mette in mostra,
arza le penne e dice: Roma nostra...
E quer che trova becca.
Viva dunque la Scimmia der Brasile!
Viva la Sorca isterica
che ariva da l'America!
Noj antri? Semo bestie da cortile.
Pur'io, va' l, ci fatto un ber guadagno
a fa' da balia a Romolo! Accicoria!
Se avessi da rif la stessa storia
invece d'allattallo me lo magno!
1911
 UN RE SENZA PENNACCHIO
Ecco come ann er fatto. Sur programma
der teatrino de li burattini
c'era stampato er titolo d'un dramma:
"Pistacchio quinto, Re de li Quatrini".
Ma, sur pi bello ch'er burattinaro
principiava la recita, s'accorse
ch'er pennacchio der Re nun c'era pi.
Cerca de qua e de l,
cerca de su e de gi
fintanto che ricorse a un macchiavello.
E er macchiavello fu
de fa' intravede un pezzo de vestiario
dietro le quinte, in fonno a lo scenario,
come se Re Pistacchio fusse quello.
E defatti la recita ann bene.
Er primo a compar fu Pantalone
che stava fra li tribboli e le pene;
er pubbrico se mosse a compassione,
ma er Re rimase sempre fra le scene.
Poi venne Stentarello tra du' Fate:
- Questa - disse -  la Scenza e questa  l'Arte
ch'hanno bisogno d'esse incoraggiate... -
Ma er Re rimase sempre da una parte.
Er seconn'atto pure piacque assai:
prima ce fu la guerra co' li Mori
e er Re nun usc mai,
ma poi ce fu la pace e er Re, contento,
rimase sempre drento.
Quanno l'eroi de le battaje vinte
fecero la sfilata trionfale,
er popolo strill: - Viva Pistacchio! -
Sperava forse de ved er pennacchio,
ma er Re rimase sempre fra le quinte.
Tanto che l'impresario
cal er sipario, e disse: - Un Re prudente
 sempre un personaggio necessario
puro ner caso che nun serva a gnente.
 LI PENSIERI DELL'ARBERI
Tutti li giorni, ammalappena er sole
cala de dietro a le montagne d'oro,
le piante se confideno fra loro
un sacco de pensieri e de parole.
L'Arbero de Castagne,
aripensanno ar tempo ch'era verde,
perde le foje e piagne;
e dice: - Addio, compagne!
V'aricordate pi quanno 'st'estate
riparavamo lo sbaciucchiamento
de tutte quele coppie innammorate?
A primavera, quanno rinverdisco,
ritorneranno a fa' le stesse scene...
Ma, per, se voranno ancora bene?
Nun ve lo garantisco... -
L'Alloro dice: - Poveretti noi!
Dove so' annati queli tempi belli
quanno servivo a incorona l'eroi?
Ormai lavoro pe' li fegatelli:
o ar pi per intrecci quarche corona
su la fronte sudata d'un podista
ch'ha vinto er premio de la Maratona!
Oggi tutta la stima
 per chi ariva prima...
- A me me butta bene! - pensa er Fico -
Io, co' le foje mie,
copro le porcherie de le persone...
Che lavoro che c'! Quanto fatico!
Nun faccio in tempo a fa' la spedizzione!
 LA VIPERA
Un povero Villano,
mentre tajava er grano,
s'accorse che una Vipera agguattata
stava pe' daje un mozzico a la mano.
- Ah - dice - t'annisconni, brutta boja!
Ma se t'abbasta l'anima esci fra:
te fo pass la voja
d'avvelena la gente che lavora!
- Eh s! - je fece lei - Se dice presto!
Io, da che monno  monno,
non ho fatto che questo:
ho sempre mozzicato
cr dente avvelenato.
Pretenneressi che buttassi via
tutta la tradizzione d'un passato
ch' er solo scopo de la vita mia?
Io so' tutta d'un pezzo, capirai,
e nun aggisco come la ciriola
che s'arimagna sempre la parola
e s' fatta la nomina che sai...
- Grazzie, ne faccio a meno:
- je disse l'Omo - l'opignoni tue
srveno solo a sparpaj er veleno;
sarai tutta d'un pezzo, lo capisco,
ma preferisco de spezzatte in due... -
E detto fatto la spacc a met.
E fu una botta propio necessaria,
che d'allora la Vipera fu vista
cr pezzo de la coda riformista
e la capoccia rivoluzzionaria.
1912
 L'INCONTRO DE LI SOVRANI
Bandiere e banderole,
penne e pennacchi ar vento,
un luccichio d'argento
de bajonette ar sole,
e in mezzo a le fanfare
spara er cannone e pare
che t'arimbombi drento.
Ched'? chi se festeggia?
 un Re che, in mezzo ar mare,
su la fregata reggia
riceve un antro Re.
Ecco che se l'abbraccica,
ecco che lo sbaciucchia;
zitto, che adesso parleno...
- Stai bene? - Grazzie. E te?
e la Reggina? - Allatta.
- E er Principino? - Succhia.
- E er popolo? - Se gratta.
- E er resto? - Va da s...
- Benissimo! - Benone!
La Patria sta tranquilla;
annamo a colazzione... -
E er popolo lontano,
rimasto su la riva,
magna le nocchie e strilla
- Evviva, evviva, evviva... -
E guarda la fregata
sur mare che sfavilla.
dicembre 1908
 ER PRANZO DE L'ALLEATI
Du' Sovrani alleati
fecero un pranzo a Corte
pe' festeggi l'unione fra du' popoli
che s'odiaveno a morte.
cchete che a l'arosto,
doppo av fatto er solito saluto,
er Re invitato se sent indisposto;
dice: - M'ha fatto male
quell'unico bicchiere ch'ho bevuto:
nun capisco perch, me s' rimposto...
- Eh, sfido che je gira la capoccia!
- je disse uno der seguito -  successo
ch'er Ministro dell'Esteri j'ha messo
la birra e er vino ne l'istessa boccia
per augur che puro li du' popoli
s'unschino lo stesso...
- Ma la birra de Vienna,
cr vino de Frascati,
c'entra come li cavoli a merenna!
- je rispose er Sovrano -  un'alleanza
che fa male a la panza!
Finch scherzamo co' li sentimenti
potemo ann d'accordo in tutto quanto:
ma scherza co' lo stommico... Accidenti!
Me ne buggero tanto! -
Er Re s'arz da tavola stranito,
poi, pe' fortuna, ritorn tranquillo:
e er pranzo, manco a dillo,
venne... restituito.
1909
 ER MONUMENTO
Un Cavallo, parlanno cr Leone,
je disse: - Quanno fanno un monumento
per onor l'Eroe d'una nazzione,
io sto per aria in cima ar basamento
e tu stai sempre gi pe' guarnizzione... -
Er Leone rispose: - E se domani
l'Eroe se scoccia e scegne da cavallo,
povero amico mio, come rimani?
chi te difenne da li ciarlatani
arampicati intorno ar piedistallo?
 LA MOSCA BIANCA
Una Mosca diceva: - Quanno l'omo
v fa' cap ch'er tale  un galantomo
lo chiama mosca bianca: e questo prova
ch'er galantomo vero nun esiste
perch la mosca bianca nun se trova.
Io, per, che ci avuto la fortuna
de nasce mosca nera, che me manca
per esse onesta? Che diventi bianca
come un razzo de luna... -
E co' 'st'idea fissata ne la mente
stette tutta la notte
framezzo a le ricotte,
fece un bagno de latte e divent
d'una bianchezza propio rilucente.
Usc, vol, ma subbito fu vista
da un Re, collezzionista de farfalle,
che la msse ar museo co' lo spillone
ficcato ner groppone.
La Mosca disse: -  questa la maniera
de premi l'onest de le persone?
Quant'era mejo se restavo nera!
 LO SCIMMIOTTO MALINCONICO
Ho visto lo Scimmiotto ranguttano:
ci 'na bocca accus, che pare un forno,
o magna o dorme, e resta tutt'er giorno
co' la testa appoggiata ne la mano
come pensasse a un sito pi lontano,
lontano da la gente che ci intorno.
Forse, chiss?, je passa pe' la testa
l'ora tranquilla d'un tramonto d'oro,
cr sole che j'entrava de straforo
framezzo a li bamb de la foresta
mentre spurciava quarche scimmia onesta
come succede da le parte loro.
Forse je seccher de fa' la mostra:
sar scocciato d'esse messo in piazza
come rappresentante d'una razza
che s'avvicina tanto a quela nostra:
'st'affare l'avvilisce, e lo dimostra
perch se vede l'ommini s'incazza.
Oppure in quela bestia pensierosa
nun ce sar che l'anima egoista
d'uno Scimmiotto che se mette in vista
co' la speranza d'ariv a una cosa...
C' infatti un deputato socialista
che quanno pensa ci la stessa posa.
ottobre 1907
 ER LIBBRO DER MAGO
Er vecchio Mago apr come un messale
indove da trent'anni ce scriveva
li fatti de la storia nazzionale.
- Guarda! - me fece - leggi! - E ner di' questo
s'innummid la punta de le deta
pe' rivort le paggine pi presto.
Capii ch'annava lesto
perch cercava de nun famme vede
la robba reggistrata su li foji:
sbruffi, ambizzioni, imbroji,
diffidenze, egoismi, malafede...
- Richiudi er libbro e piantela, - je dissi -
perch so' cose che ce fanno torto... -
Ma er Mago rise e me guard pe' storto
sotto li vetri de l'occhiali fissi,
come pe' dimme: - Aspetta!
che er bono ariva adesso
ne la facciata appresso... -
E m'insegn cr deto 'ste parole
scritte con un inchiostro rilucente
che pareva er riverbero der sole:
"Doppo tant'anni, l'Aquila romana,
che stava chiusa in fonno d'una tana
fra l'oche che cascaveno dar sonno,
libberata dar popolo, risrte,
spalanca l'ale, vola, e dice ar monno:
l'Italia sar granne e sar forte
a dispetto de quelli che nun vonno!"
- Granne e forte! Benissimo! - strillai -
Per, pe' fa' piacere
a quarche bon amico forastiere,
ce manca una parola... e tu la sai... -
Er Mago, ch'era un omo inteliggente,
magn la foja, ripij la penna
e scrisse: "...e strafottente!".
1911
 AUTUNNO
Indove ve n'annate,
povere foje gialle,
come tante farfalle spensierate?
Venite da lontano o da vicino?
da un bosco o da un giardino?
E nun sentite la malinconia
der vento stesso che ve porta via?
Io v'ho rivisto spesso
su la piazzetta avanti a casa mia,
quanno giocate e ve correte appresso
fra l'antra porcheria de la citt,
e ballate er rond co' la monnezza
com'usa ne la bona societ.
Jeri, presempio, quanti mulinelli
ch'avete fatto in termine d'un'ora
assieme a un rotoletto de capelli!
reno forse quelli
ch'ogni matina butta una signora...
Je cascheno, cos, come le foje,
e, come a voi, nessuno l'ariccoje
manco in memoria de li tempi belli!
Forse quarche matina,
fra l'antre cose che ve porta er vento,
troverete le lettere amorose
che me scriveva quela signorina,
quela che m'ha mancato ar giuramento.
L'ho rilette e baciate infno a jeri:
oggi, per, le straccio volentieri
e ve le butto... Bon divertimento!
 LA CECALA E LE FORMICHE
Tutta l'estate la Cecala canta;
ma, quanno sente che je vie l'arsura,
lassa perde la musica e procura
de fa' un succhiello ar ramo d'una pianta:
e sbucia e scava e trapana e lavora
finch nun vede l'acqua ch'esce fra.
Ma c' per chi aspetta er bon momento
pe' sfrutta tante povere fatiche:
e so' precisamente le Formiche
che vanno a pizzicalla a tradimento
finch la bestia, mezza stramortita,
se stacca, casca e perde la partita.
Allora c' l'assarto. Detto fatto
le Formiche cominceno er via-vai:
ma ne la furia c' chi beve assai,
chi beve poco e chi nun beve affatto.
Nun ce se bada pi: chi ariva ariva
come a la Societ Coperativa.
 ER TESTAMENTO D'UN ARBERO
Un Arbero d'un bosco
chiam l'ucelli e fece testamento:
- Lascio li fiori ar mare,
lascio le foje ar vento,
li frutti ar sole e poi
tutti li semi a voi.
A voi, poveri ucelli,
perch me cantavate le canzone
ne la bella staggione.
E vojo che li stecchi,
quanno saranno secchi,
faccino er foco pe' li poverelli.
Per v'avviso che sur tronco mio
c' un ramo che dev'esse ricordato
a la bont dell'ommini e de Dio.
Perch quer ramo, semprice e modesto,
fu forte e generoso: e lo prov
er giorno che sostenne un omo onesto
quanno ce s'impicc.
 LA PRUDENZA
Er Lupo  furbo. Ammalappena vede
le Pecorelle, nun je corre appresso
se nun s' dato un mozzico in un piede.
Cos, cr procurasse quer dolore,
se reggistra li passi e ar tempo stesso
s'aricorda d'agg senza rumore.
(Perch, Teresa, quanno t'ho incontrata
nun me so' dato un mozzico ner core?)
 L'ESPERIENZA
- So' cent'anni che sto ar monno
- barbottava un Pappagallo -
oramai ci fatto er callo,
lo conosco troppo a fonno
e per questo so' prudente
co' le cose e co' la gente.
Quanno parlo faccio in modo
che nun dico quer che penso:
sar finto, ma in compenso
me la rido e me la godo
quanno sento un infelice
che nun pensa quer che dice.
 LA VERIT
La Verit, che stava in fonno ar pozzo,
una vorta strill: - Correte, gente,
ch l'acqua m' arivata ar gargarozzo! -
La folla corse subbito
co' le corde e le scale: ma un Pretozzo
trov ch'era un affare sconveniente.
- Prima de falla usc, - dice - bisogna
che je mettemo quarche cosa addosso
perch senza camicia  'na vergogna!
Coprmola un po' tutti: io, come prete,
je posso da' er treppizzi; ar resto poi
ce penserete voi...
- M'associo volentieri a la proposta:
- disse un Ministro ch'approv l'idea -
pe' conto mio je cedo la livrea
che Dio lo sa l'inchini che me costa;
ma ormai solo la giacca
 l'abbito ch'attacca... -
Bast la mossa: ognuno,
chi pi chi meno, je butt una cosa
pe' ved de coprilla un po' per uno;
e er pozzo in un baleno se riemp:
da la camicia bianca d'una spsa
a la corvatta rossa d'un tribbuno,
da un fracche aristocratico a un chepp.
Passata 'na mezz'ora,
la Verit, che s'era gi vestita,
s'arrampic a la corda e sort fra;
sort fra e cant: - Fior de cicuta,
ner modo che m'avete combinata
purtroppo nun sar riconosciuta!
 LA CALUNNIA
Da una brutta catapecchia
che se specchia drento ar fiume
ogni notte c' una Vecchia
ch'esce fra con un lume:
 una Strega co' 'na mucchia
de sbrugnccoli sur naso,
e tre denti nati a caso
che j'ariveno a la scucchia.
D'anniscosto de la gente,
piano piano se stracina
su lo sbocco puzzolente
d'una chiavica vicina,
pija un sasso e poi ce scrive
co' la punta d'un cortello
l'improperie pi cattive
contro questo e contro quello...
E la Vecchia dispettosa,
soddisfatta de la cosa,
detto fatto butta er sasso
drento l'acqua mollacciosa:
l'improperia cala a fonno,
ma a fior d'acqua, piano piano,
sparge in giro un cerchio tonno
che s'allarga e va lontano...
Va lontano: e, mentre pare
che se sperde e che finisce,
zitto zitto ariva ar mare.
Chi direbbe che 'sta Vecchia
fa 'sta brutta professione
pe' serv tante persone
che je soffieno a l'orecchia?
Quanta gente, che c' amica,
je dar l'ordinazzione!
 L'AFFEZZIONE
Je vojo bene, povera bestiola:
 la compagna de la vita mia,
perch da quanno Nina  annata via
nun me rimane che 'sta Gatta sola...
Ecco che zompa su la scrivania!
Guarda se nu' j'amanca la parola!
Quanno che sto scrivenno quarche cosa
me vi cr muso in faccia e se strofina
con una mossa tanto mai smorfiosa
ch'avressi da ved quant' carina!
Spesso je dico: - Come sei nojosa!
Adesso basta! Vattene in cucina! -
Ma lei rimedia subbito, rimedia:
in mancanza der viso der padrone
ripete la medesima commedia
addosso ar tavolino, ar credenzone,
magara cr pirolo d'una sedia...
Per... che bella cosa l'affezione!
 LA GRATITUDINE
Mentre magnavo un pollo, er Cane e er Gatto
pareva ch'aspettassero la mossa
dell'ossa che cascaveno ner piatto.
E io, da bon padrone,
facevo la porzione,
a ognuno la met:
un po' per uno, senza
particolarit.
Appena er piatto mio rest pulito
er Gatto se squaj. Dico: - E che fai?
- Eh, - dice - me ne vado, capirai,
ho visto ch'hai finito... -
Er Cane, invece, me sartava ar collo
riconoscente come li cristiani
e me leccava come un francobbollo.
- Oh! bravo! - dissi - Armeno tu rimani! -
Lui me rispose: - S, perch domani
magnerai certamente un antro pollo!
 L'EGOISMO
Che s' ridotto, povero Cavallo!
A guardallo fa pena e fa paura!
Je se conteno l'ossa,
e su la schina ci una piaga rossa
che je combina co' la bardatura.
Mentre stracina er carico, ogni tanto
arivorta la testa e fa l'occhietto
a un mazzetto de fieno che ci accanto
attaccato a la stanga der caretto.
Lo vorebbe agguant, ma nun ciariva:
eppoi c' er carettiere cr bastone...
Dio, che monno birbone!
Dio, che gente cattiva!
Passeno tanti, ma nessuno abbada
che se more de fame, poveraccio!
Anzi, chi vede er fieno, allunga er braccio,
rubba una paja e seguita la strada.
La pija e la conserva
per av pi fortuna in quarche cosa:
m capita un sordato, m una serva,
un vedovo... una spsa...
Perfino er ricco che ce n'ha d'avanzo
s'accosta ar mucchio pe' pijanne una...
Insomma tutti vonno la fortuna
e er Cavallo rimane senza pranzo!
 ER DISINTERESSE
Una Mosca casc drento un barattolo
pieno de marmellata
e ce rimase mezza appiccicata.
Cercava de sta' a galla, inutirmente:
provava a usc, sbatteva l'ale, gnente!
Pi s'attaccava ar vetro
pi scivolava addietro.
Un Ragno, che per caso
lavorava su un trave der soffitto,
cr filo de la tela, dritto dritto,
scese a piommo sur vaso:
- Che bella Mosca! - disse - pare un pollo!
 necessario che la sarvi io
pijnnola p'er collo:
armeno ce guadagno
che fo 'na bona azzione e... me la magno. -
Conosco uno strozzino amico mio
che ci li stessi metodi der Ragno...
 LA FEDE
Una vorta un Banchiere amico mio
vidde le casse-forte tanto piene
che disse a l'azzionisti: -  annata bene:
bisogner che ringrazziamo Iddio.
Tantoppi che la fede  necessaria
ne l'azzienda bancaria.
Anzi, su questo, - dice - ci l'idea
de stabbil una spesa
pe' rif la facciata d'una Chiesa
e ripul l'interno a 'na Moschea.
Davanti a l'interesse e a li guadagni
er Vangelo o er Corano so' compagni:
fintanto che ce cresce er capitale
ce sia Cristo o Maometto  tale e quale:
credo in Dio-Padre-Onnipotente, ma...
un pochettino credo pure a Allh! -
E soddisfatto disse un'orazzione
mezzo in ginocchio e mezzo a pecorone.
 ER PRINCIPIO
Un Merlo, che ciaveva la mania
de fa' er tribbuno in mezzo a l'animali,
una matina ruppe li stivali
a le Galline d'una fattoria.
Incominci a strilla; dice:-- Quantunque
voi ste bestie senza inteliggenza,
bisogna ch'io ve formi la coscienza
su un principio politico qualunque:
perch se p fa' a meno der talento,
ma nun se p fa' a meno der principio:
solo cos s'ariva ar Municipio
e, se vi bene, puro ar Parlamento.
Solo cos ciavrete la speranza
d'arz la voce in segno de protesta
quanno er padrone ve far l'inchiesta
pe' sent chi ci l'ovo ne la panza... -
'Sta chiacchierata fece un certo senso;
defatti, da quer giorno, ogni Gallina,
appena se svejava la matina,
diceva fra de s: - Come la penso?
Che sar? socialista o clericale?
Sar repubbricana o indipennente? -
E co' 'st'idea fissata ne la mente
covava l'ova assieme a l'ideale.
Per fin la pace! Incominciorno
le solite questioni de partito,
e l'ovo che j'usciva da quer sito
ciaveva sempre un po' de bile intorno.
Pi, su la coccia, c'era l'impressione
der colore politico d'ognuna;
framezzo a tante, solamente a una
je scapp fra senza convinzione.
- Io - disse - faccio l'ova de giornata,
ma, in quanto a li colori, va cercanno!
O rosso o bianco o nero... finiranno
tutte ne la medesima frittata!
 ER CARATTERE
Un Rospo usc dar fosso
e se la prese cr Camaleonte:
- Tu - dice - ciai le tinte sempre pronte:
quanti colori che t'ho visto addosso!
L'hai ripassati tutti! Er bianco, er nero,
er giallo, er verde, er rosso...
Ma che diavolo ciai drent'ar pensiero?
Pari l'arcobbaleno! Nun c' giorno
che nun cambi d'idea,
e dai la tintarella a la livrea
adattata a le cose che ciai intorno.
Io, invece, ccheme qua! So' sempre griggio
perch so' nato e vivo in mezzo ar fango,
ma nun perdo er prestiggio.
Forse far ribbrezzo,
ma so' tutto d'un pezzo e ce rimango!
- Ognuno crede a le raggiorni sue:
- disse er Camaleonte - come fai?
Io cambio sempre e tu nun cambi mai:
credo che se sbajamo tutt'e due.
 ER CORAGGIO
Mentre un Gatto dormiva in un cantone
un Sorcetto lo vidde e scapp via,
e appena s'accert che la distanza
era granne abbastanza
je disse: - Addio, puzzone! -
Naturarmente, quello,
saputo come staveno le cose,
l'agnede a trova a casa e je propose
una sfida ar duello.
Ma er Sorcetto, che s'era gi anniscosto
nun ve dico in che posto, j'arispose:
- Doppo ch'hai massacrato Dio sa come
mi' padre e mi' sorella,
che, come Sorca, s'era fatta un nome,
vi puro scanna a me? Sarebbe bella!
 inutile che fai l'ammazzasette,
ch'io nun accetto sfide, in generale,
perch er principio nun me lo permette:
eppoi benanche me facessi a fette
resteressi un puzzone tale e quale.
 L'INCONTENTABBILIT
Iddio pij la fanga dar pantano,
form un pupazzo e je soffi sur viso.
Er pupazzo se mosse a l'improviso
e venne fra subbito er cristiano
ch'aperse l'occhi e se trov ner monno
com'uno che se sveja da un gran sonno.
- Quello che vedi  tuo - je disse Iddio -
e lo potrai sfrutt come te pare:
te do tutta la Terra e tutt'er Mare,
meno ch'er Celo, perch quello  mio...
- Peccato! - disse Adamo -  tanto bello...
Perch nun m'arigali puro quello?
 L'ORLOGGIO CR CUCC
 un orloggio de legno
fatto con un congegno
ch'ogni mezz'ora s'apre uno sportello
e s'affaccia un ucello a fa' cucc.
Lo tengo da trent'anni a capo al letto
e m'aricordo che da regazzetto
me divertiva come un giocarello.
M'incantavo a guardallo e avrei voluto
che l'ucelletto che faceva er verso
fosse scappato fra ogni minuto...
Povero tempo perso!
Ogni tanto trovavo la magnera
de faje fa' cucc per conto mio,
perch spesso ero io
che giravo la sfera,
e allora li cucc
nun finiveno pi.
M l'orloggio cammina come allora:
ma, quanno vedo lo sportello aperto
co' l'ucelletto che me dice l'ora,
nun me diverto pi, nun me diverto...
Anzi me scoccia, e pare che me dia
un'impressione de malinconia...
E puro lui, der resto,
nun ci pi la medesima allegria:
lavora quasi a stento,
o sorte troppo tardi o troppo presto,
o resta mezzo fra e mezzo drento:
e quer cucc che me pareva un canto
oggi me fa l'effetto d'un lamento.
Pare che dica: - Ar monno tutto passa,
tutto se logra, tutto se sconquassa:
se suda, se fatica,
se pena tanto, eppoi...
Cucc, salute a noi!
 LA PUPAZZA
Quann'ero regazzino, mi' sorella,
che su per gi ciaveva l'et mia,
teneva chiusa drento a 'na scanza
una pupazza bionna, tanto bella.
Era de porcellana, e m'aricordo
che portava un bell'abbito da ballo,
scollato, co' la coda, tutto giallo,
guarnito con un bordo.
Cr giraje una chiave sospirava,
moveva l'occhi, e, in certe posizzione,
pijava un'espressione
come avesse pensato a chiss che...
Se chiamava Beb.
Io ce giocavo, e spesso e volentieri
la mettevo sul letto a la supina
pe' vedje spar l'occhioni neri:
e co' la testa piena de pensieri
dicevo fra de me: - Quant' carina!
Chiss che belle cose ciavr drento
pe' move l'occhi tanto ar naturale,
pe' sospira co' tanto sentimento! -
cchete che una sera,
nun se sa come, tutto in un momento
me sart in testa de ved che c'era.
A mezzanotte scesi gi dal letto,
detti de guanto a un vecchio temperino
e come un assassino
je lo ficcai ner petto!
La squartai come un pollo, poverella:
ma drento nun ciaveva che una molla,
un po' de fil-de-ferro, una rotella
e un soffietto attaccato co' la colla.
D'allora in poi, se vedo una regazza
che guarda e che sospira,
benanche me ce sento un tira-tira
nun me posso scord de la pupazza.
 L'ONEST
In una fattoria c'era un Majale
cos sentimentale
che nun pensava che a le cose belle:
o odorava le rose,
o guardava le stelle,
o sospirava, a modo suo, s'intenne,
se vedeva pass le colombelle;
fu propio pe' 'sto fatto che je venne
l'idea de fasse amica una de quelle.
E defatti, una sera,
la chiam, la ferm. Dice: - Scusate,
volemo inaugur la primavera?
Ve porter lontano,
laggi, laggi, sull'orlo der pantano
framezzo a le ranocchie innammorate.
V'aspetto? ce verrete? - Ce verr. -
Come agnede a fin l'appuntamento
nun se n'accorse che la luna piena
che illumin la scena
con un razzo d'argento...
Ma la matina appresso, ammalappena
ce se vidde un pochetto,
la Colombella volle torna a casa
pi che de prescia, pe' nun da' sospetto
a la gente maligna e ficcanasa.
Per la vidde er Gallo. - Ah, brava! - fece -
Ciai le penne infangate... E ch' successo?
Ritorni a casa adesso? Me fa spece!
Eppoi t'ho vista usc da un certo sito...
Qui, commarella mia, gatta ce cova!
Se nun sia mai te trova tu' marito...
- Io ci er diritto d'esse rispettata!
- rispose lei - L'onore  sacrosanto!
Che te ne preme, a te, dove so' stata?
So' sempre una Colomba e me ne vanto!
- Ah, certo: - fece er Gallo - ma nun tanto
quanto la fama che te sei scroccata!
 LA FIDUCIA
Li sogni quasi sempre so' compagni
a certe idee politiche che nascheno
seconno de li generi che magni.
Io, presempio, ci fatto osservazzione:
quanno me fanno er baccal in guazzetto
la notte ci una spece d'oppressione
che me nzzico e nzzico p'el letto:
e m'insogno le cose
pi brutte e pi noiose...
L'antra sera, defatti,
che ne magnai tre piatti,
me parse de vede che Nina mia
giocava a acchiapparella in mezzo a un prato
con un tenente de cavalleria.
Apersi l'occhi subbito e pensai:
- Che brutto sogno! Forse sar stato
er baccal in guazzetto ch'ho magnato...
Nina, 'ste cose qui, nu' le fa mai... -
Ma disgrazziatamente,
quela stessa matina,
vado ar Pincio, e chi trovo? trovo Nina
a spasso cr medesimo tenente!
Ch'avrebbe fatto un antro ar posto mio?
Se sarebbe arabbiato! Cicche e ciacche!
Du sganassoni e... addio!
Io, invece, chiusi l'occhi cr bisogno
de crede ch'era un sogno,
e dissi: - Sar stato
er baccal in guazzetto ch'ho magnato...
 LA MORALE
Anniscosto tra er verde d'una villa
c' un bel laghetto, quieto com'un ojo,
coll'acqua chiara, limpida e tranquilla
che cola a gocce a gocce da uno scojo
ch'hai d'appizz l'orecchie pe' sentilla.
El lago  basso, e chi ce guarda drento
vede che er fonno  tutto conformato
de brecciole che pareno d'argento,
framezzo ar vellutello
fresco, pulito e bello.
Io che ce vado spesso e volentieri
me sdrajo su la riva e guardo l'acqua
che me risciacqua tutti li pensieri;
ma giusto l'antro jeri,
guardanno mejo er fonno, feci caso
che c'era un certo vaso...
un certo vaso tonno che nun dico
senn quarcuno aggriccerebbe er naso.
- Ah! - dissi - che peccato!
Chi ce l'avr buttato?
E che dir la gente
quanno vedr quer coso arivortato?
Se scandalizzer sicuramente. -
E allora, piano piano,
con una canna che ciavevo in mano,
feci in maniera de cacciallo fra:
fregai l'orbo mezz'ora
fra li sassi e le piante:
e smvi e scava e spigni, finarmente
lo tirai su, glorioso e trionfante!
Ma nun ve dico quanto feci male;
perch quell'acqua, tanto mai pulita,
smossa che fu, rimase intorbidita
che pareva un pantano generale.
Cos succede spesso ne la vita
a la gente che sarva la morale.
 ER SENTIMENTO
Una vorta un Piccione disse ar fijo:
- Prima che lassi er nido e voli via,
bisogna che te dia quarche consijo.
Sta' attent'all'omo! Te far la caccia
perch  un bojaccia: ma, se tu je tocchi
la corda pi sensibbile der core,
je vngheno le lagrime nell'occhi.
Percui, quanno te pija,
dije che ciai tu' moje che t'aspetta...
Lui nun t'ammazzer, perch rispetta
l'affetti de famija.
Se questo nun fa effetto, je dirai
che, facenno er piccione viaggiatore,
potrai sarv la Patria da li guai;
davanti ar patriottismo
s'intenerisce e piagne,
ripensa a le campagne,
te mette in libbert.
Se nun j'abbasta, di' che sei parente
de lo Spirito Santo, ch' un piccione:
solo ar pensiero de la religgione
nun te cuciner sicuramente...
Ma bada ch'abbia fatto colazzione!
 LA SINCERIT
M'aricorder sempre che mi' nonno,
pe' famme pij sonno,
me diceva la favola de quello
ch'annava in cerca de sincerit.
Io, per, m'addormivo sur pi bello
che nemmanco arivavo a la met.
Tutta quanta la favola nun era
che la storia de Gnocco: un pastorello
ch'usc de notte per ann ar Castello
de la gente sincera;
ma arivato a lo svorto d'una strada
incontrava una povera vecchietta
che je diceva: - Abbada!
Ti sempre d'occhio quer lumino verde
che riluce, sbrilluccica e se perde
co' la stella der celo pi vicina,
e cammina, cammina...
Per, se nun sei pratico,
passi un momento critico
cr Cignale politico
e er Gatto dipromatico.
Nun te fida dell'Omo
ch'accommoda l'idea
seconno la livrea
che porta er maggiordomo.
E abbada all'Orco Rosso
che fa er vocione grosso;
abbada all'Orco Nero
perch nun  sincero;
abbada all'Orco Bianco
perch nun  mai franco.
Percui, per esse certo
de chi te s'avvicina,
ti sempre un occhio aperto
e cammina, cammina... -
E Gnocco camminava Dio sa quanto
tutta la notte fino a la matina,
fra l'Orchi e fra le Streghe: ogni momento
trovava un tradimento...
Com'annava a fin? Gi ve l'ho detto:
prima ch'er pastorello
arivasse ar Castello, m'addormivo,
finch mi' nonno me metteva a letto.
Purtroppo, puro adesso,
se vado in cerca de sincerit
me succede lo stesso:
e come ne la favola de nonno
pur'io vedo un lumino
lontano, in fonno in fonno...
E cammino, cammino,
finch casco dar sonno.
 L'INGANNO
Fu l'antra notte che un signore sbronzo
ritorn a casa, se guard a lo specchio,
s'accorse ch'era vecchio e s'affiss.
- Macch, - diceva - quello nun so' io!
Quello dev'esse povero mi' nonno
ch' ritornato ar monno...
Povero nonno mio!
Perch sei ricicciato a l'improviso?
T'eri forse stufato de la gioja
der santo Paradiso?
Capisco che er mestiere der beato
dev'esse una gran noja!
Pass tutta la vita fra le nuvole
senza concrude gnente tutt'er giorno,
cr Cherubbino che te sona l'orgheno,
cr Serafino che te vola intorno...
Ritrovasse davanti
sempre le stesse Vergini!
sempre li stessi Santi!
La pace eterna, speciarmente in oggi,
 la pace pi giusta che ce sia,
perch la fece Iddio senza l'appoggi
de la dipromazzia;
ma una pace che dura
pe' mijara de secoli, a la fine
dev'esse una gran bella scocciatura! -
Qui, l'intoppato singhiozz pi forte,
sbuff tre vorte e poi ricominci:
- E a me come me trovi? bene assai?
Infatti c' ogni tanto quarchiduno
che me ferma e me dice: "E come fai
che nun t'invecchi mai?
Ma de che classe sei? der settantuno?"
E m'incomincia a fa' li conti addosso,
me chiede premuroso come sto...
"Eh! - dico io - m'ajuto come posso."
E pe' fallo contento
m'invento quarche male che nun ci.
Nonnetto caro, nun te crede mica
che la gente sia bona e sia sincera
com'era quella antica...
Adesso nun se pensa che ar guadagno,
er monno  diventato una bottega;
ognuno cerca de freg er collega,
ognuno cerca de freg er compagno.
L'unico abbraccio vero che ci unito,
doppo la guerra, sai ch' stato? Er ballo:
ch' una spece de quello de San Vito.
Se vedi er cavajere quant' bello
quanno fa li passetti der cavallo,
dell'orso, de la scimmia e der cammello!
So' finiti li tempi d'una vorta
quanno che se faceva er minuetto;
er ballo d'oggi  un ballo che te porta
direttamente in cammera da letto.
Defatti, doppo un giro de fox-trotte,
le coccotte diventeno signore,
le signore diventeno coccotte...

 L'IDEALE
Broccolo  un omo tanto origginale
che s' rinchiuso in una catapecchia
con un gatto, una pippa e un ideale,
e assieme a tutt'e tre vive e s'invecchia.
L'ideale de Broccolo consiste
in una donna bionna, tanto bella,
che ci un difetto solo: nun esiste.
Per, de tante femmine ch'ha viste,
nu' je piace che quella.
Se la fece a vent'anni, da lui stesso,
la chiam Boccadoro, e da quer giorno
je gira sempre intorno e je va appresso.
E spesso, quanno fuma
ne la pippa de schiuma,
chiude l'occhi, s'appennica e je pare
de vede Boccadoro che se perde
ner verde d'una villa, in riva ar mare...
Se quarche amico o quarche conoscente
je dice: - Pija moje... - j'arisponne:
- O Boccadoro o gnente!
Pe' me nun c' che quella. L'antre donne
me so' rimaste tutte indiferente! -
L'unica, infatti, che ce va per casa,
 una servetta storta, mezza gobba,
che je spiccia la robba e sficcanasa.
Lui nu' la guarda mai, ma in prima sera,
quanno da la finestra mezza chiusa
entra una luce debbole e confusa
che mette tutto sotto un'ombra nera,
la vede meno brutta e quarche vorta
je pare meno gobba e meno storta.
E col lavoro de la fantasia
s'immaggina che sia
propio lei, Boccadoro, che je dice:
- L'omo che bacer la bocca mia
sarai tu, sarai tu, vivi felice! -
Allora ce sospira, e piano piano
allunga er braccio e attasta co' la mano
come cercasse ne l'oscurit...
Cos, povero Broccolo, conserva
tutto l'amore suo per l'Ideale...
Ma intanto d li pizzichi a la serva
e forse un giorno se la sposer.
 OMMINI E BESTIE
1923
 LA MORTE DER GATTO
 morto er Gatto. Accanto
c' la povera vedova: una Gatta
che se strugge dar pianto;
e pensa: - Pe' stasera
me ce vorr la collarina nera,
che me s'adatta tanto! -
Frattanto la soffitta
s'empie de bestie e ognuna fa in maniera
de consol la vedovella affritta.
- Via, sra spsa! Fateve coraggio:
su, nun piagnete pi, ch ve fa male...
Ma com' stato? - Ieri, pe' le scale,
mentre magnava un pezzo de formaggio:
nemmanco se n' accorto,
nun ha capito gnente...
- E gi: naturarmente,
come viveva  morto.
- E quanno c' er trasporto?
- chiede un Mastino - Io stesso
je vojo ven appresso.
Era una bestia bona come er pane:
co' tutto che sapevo ch'era un gatto
cercavo de trattallo come un cane;
che brutta fine ha fatto! -
E dice fra de s:
-  mejo a lui ch'a me.
- Ah, zitti! - strilla un Sorcio - Nun ve dico
tutto lo strazzio mio!
Povero Micio! M'era tanto amico! -
E intanto pensa: - Ringrazziamo Iddio! -
L'Oca, er Piccione e er Gallo,
a nome de le bestie der cortile,
j'hanno portato un crisantemo giallo.
- Che pensiero gentile!
- je fa la Gatta - Grazzie a tutti quanti. -
E mentre l'accompagna
barbotta: - Che migragna!
Un crisantemo in tanti! -
Poi resta sola e sente
la vocetta d'un Micio
che sgnavola e fa er cicio...
- Questo dev'esse lui! - dice la Gatta:
e se guarda in un secchio
che je serve da specchio...
In fonno,  soddisfatta.
 POLITICA E DIPROMAZZIA
 LE COSCENZE ALL'ASTA
Chi volesse compr quarche coscienza
ne trover de tutti li colori:
avanti, favorischino, signori,
prezzi da non temere concorrenza!...
Robba d'un fallimento!... - E er ciarlatano
apr er fagotto che ciaveva in mano.
- Chi non prova non crede! Pe' chi cerca
le coscenze politiche ne trova
una de poco prezzo, quasi nova,
confezzionata in vera guttaperca,
co' l'ideali forti e garantiti
adattabbili a tutti li partiti.
Abbiamo una coscenza in cartapista
resistente a lo scrupolo e ar rimorso,
cucita co' li fili der discorso
d'un membro der partito socialista,
tutto a vantaggio der proletariato
che rimane contento e minchionato.
Sotto a chi tocca! A li repubblicani
je la do cr fonografo, in maniera
ch'er giorno sona l'Inno e verso sera
rimanda la repubblica a domani:
come sistema  er mejo che ce sia
pe' fa' tranquillizz la monarchia.
C' pronta una coscenza nazzionale
inverniciata co' la malafede,
con un tirante elastico che cede
dar Vaticano fino ar Quirinale;
 l'urtima che ci: 'sta settimana
ce n' stata una vendita puttana! -
E er ciarlatano seguit a ann avanti
a fa' l'eloggi de la mercanzia;
per la gente se n'annava via
come volesse dije: nun m'incanti...
"Eppoi," pensava "in fatto de coscenza,
male che vada, se ne p fa' senza!"
1913
 RIUNIONE MONARCHICA
Er cavajer Briccocola ha proposto
de da' un banchetto ar vecchio presidente,
che siccome  onorario e nun fa gnente
rimane co' la carica in quer posto.
- Per - dice - vorrei ch'ogni aderente
me votasse la lista ch'ho composto,
ossia: spaghetti, fritto, abbacchio arosto,
e tutto quanto a un prezzo conveniente.
Infatti, tra er banchetto e tra la festa,
compreso er telegramma a li Sovrani,
verremo a spende dieci lire a testa.
Chi approva arzi la mano... - cchete che
se vedeno per aria cento mani...
- La proposta  approvata! Evviva er Re!
1911
 RIUNIONE REPUBBRICANA
 una sala un po' stretta: se la guardi,
pare la cammeretta d'un portiere:
c' un tavolino, un gabbar, un bicchiere,
e er quadro de Mazzini e Garibbardi.
Eppuro  propio l che certe sere
se critica er Sovrano infino a tardi,
ma sempre co' li debbiti riguardi
cercanno de nun daje un dispiacere.
Lo stesso deputato, se ce prova,
in queli casi l, dice e nun dice,
crede e nun crede, approva e nun approva...
E mentre pija tempo pe' decide
s'accorge che de dietro a la cornice
Mazzini pensa e Garibbardi ride...
1911
 RIUNIONE SOCIALISTA
Allora li vedevo all'osteria:
ereno una ventina e tutt'eguale,
uniti ner medesimo ideale
pe' demol la grassa borghesia.
Ma poi Checchino aperse un'aggenzia,
Pio divent padrone d'un locale,
Giggetto fece un zompo ar Quirinale,
uno ann fora e un antro scapp via...
M so' rimasti in tre: ma puro adesso,
co' tutto ch'er partito sta abbacchiato,
la sera se riunischeno lo stesso.
Defatti l'antro jeri protestorno
contro la guerra, doppo av votato
un litro asciutto e un ordine der giorno.
1911
 RIUNIONE CLERICALE
La sala indove fanno la riunione
 un sito senza lusso e senza boria:
nun c' che un Papa in sedia gestatoria
e un Gesucristo in croce in un cantone.
Don Pietro, er presidente, fa la storia
de come vanno l'organizzazzione;
dice: - Co' li tranvieri va benone,
co' li scopini  stata una vittoria. -
Poi parla de le cariche sociali,
de l'elettori, de l'affari sui,
e de banche e de sconti e de cambiali...
De tutto parla meno che d'Iddio,
e forse er Cristo penser fra lui:
- Se so' scordati che ce so' pur'io!
1911
 LI RICEVIMENTI
Un re, oggiggiorno, nun  pi un tiranno
come s'usava ar tempo medievale:
ma un omo bono, semprice, gioviale,
che cerca de regn senza fa' danno.
Guarda, presempio, er nostro: er Capodanno
riceve le persone ar Quirinale,
e er giorno doppo legghi sur giornale
quello che dice a quelli che ce vanno.
L'urtima vorta chiese a un deputato:
- Come va la salute?... - Eh, veramente,
- je fece quello - so' rumatizzato... -
Er Sovrano rispose: -  la staggione!... -
'Sta cosa, ner colleggio speciarmente,
ha fatto una bellissima impressione.
1912
 LA DIPROMAZZIA
Naturarmente, la Dipromazzia
 una cosa che serve a la nazzione
pe' conserva le bone relazzione,
co' quarche imbrojo e quarche furberia.
Se dice dipromatico pe' via
che frega co' 'na certa educazzione,
cercanno de nasconne l'opinione
dietro un giochetto de fisonomia.
Presempio, s'io te dico chiaramente
ch'ho incontrato tu' moje con un tale,
sar sincero, s, ma so' imprudente.
S'invece dico: - Abbada co' chi pratica...
Tu resti co' le corna tale e quale,
ma te l'avviso in forma dipromatica.
 MINISTRO
Se sa: l'omo politico italiano
procura d'ann appresso a la corrente;
si lui nun ciriolava, certamente,
mica finiva cr potere in mano!
Perch da socialista intransiggente
un giorno divent repubbricano,
poi doppo radicale e, piano piano,
sort dar gruppo e fece er dissidente.
Adesso?  ricevuto ar Quirinale!
E, siccome  Ministro, nun te nego
che sia 'na conseguenza naturale:
per nun so cap co' che criterio
chiacchieri cr Sovrano, e nun me spiego
come faccia er Sovrano a rest serio!
1911
 ELEZZIONI
 LA PROPAGANDA NER COLLEGGIO
- E che me d? ducento lire sole?
ducento lire? Pe' l'amor de Dio!
Costa pi a me! J'ho fatto un lavoro
che gi ciavr lograto un par de sle.
E ho da tratt co' certe canajole
che, si sapesse, signorino mio...
Eppuro, vede? appena arivo io
convinco tutti quanti in du' parole.
Sar teppista, s, ma je so' amico
e cerco d'appoggiaje l'elezzione
perfino ne li posti che nun dico;
c' infatti Nena, quella co' li nei,
ch'ogni notte se pianta sur cantone
e dice a tutti de vot pe' lei.
21 ottobre 1913
 L'ELEZZIONE
Se nun pagava sprofumatamente
te pensi che votava quarchiduno?
Nu' j' tornato conto a fa' er tribbuno,
povero amico! Adesso se la sente!
E spenni e spanni, nu' lo sa nessuno
li voti ch'ha comprato! Solamente
quelli der Commitato Indipendente
je so' costati trenta lire l'uno!
Fra pranzi, sbruffi e spese elettorali,
c' Pietro lo strozzino che ci in mano
quarantamila lire de cambiali!
Un'antra de 'ste sbiosse, bona notte!
La volont der popolo sovrano
je costa cara quanto una coccotte!
1912
 L'INDENNIT
Adesso, ar Parlamento Nazzionale,
ogni rappresentante der Paese
sai quanto pija? Mille lire ar mese:
dodici mila all'anno... Nun c' male!
Chi je le d? Nojantri:  naturale!
Ne la paga, per, ce so' comprese
l'opinioni politiche e le spese
pe' sosten la fede e l'ideale.
Quelli che ne potrebbero fa' senza,
perch so' ricchi e cianno robba ar sole,
li spenneranno pe' beneficenza.
Er mio, defatti, pare che li dia
ar Pro-Istituto de le donne sole
ch'hanno bisogno d'una compagnia...
1913

 LA SINCERIT NE LI COMIZZI
Er deputato, a dilla fra de noi,
ar comizzio ciagnede contro voja,
tanto ch'a me me disse: - Oh Dio che noja! -
Me lo disse,  verissimo: ma poi
sai come principi? Dice: -  con gioja
che vengo, o cittadini, in mezzo a voi
per onor li martiri e l'eroi,
vittime der Pontefice e der boja! -
E, l, rimise fra l'ideali,
li schiavi, li tiranni, le catene,
li re, li preti, l'anticlericali...
Eppoi parl de li princip sui:
e allora pianse: pianse cos bene
che quasi ce rideva puro lui!
1920
 DOPPO L'ELEZZIONI
Nun c'era un muro senza un manifesto,
Roma s'era vestita d'Arlecchino;
ogni passo trovavi un attacchino
ch'appiccicava un candidato onesto,
cr programma politico a colori
pe' sbarbaj la vista a l'elettori.
Promesse in verde, affermazzioni in rosso,
convincimenti in giallo e in ogni idea
ce se vedeva un pezzo de livrea
ch'er candidato s'era messa addosso
co' la speranza de serv er Paese...
(Viaggi pagati e mille lire ar mese.)
Ma ringrazziamo Iddio! 'Sta vorta puro
la commedia  finita, e in settimana
far giustizzia la Nettezza Urbana
che lesto e presto raschier dar muro
l'ideali attaccati co' la colla,
che so' serviti a ingarbuj la folla.
De tanta carta rester, se mai,
schiaffato su per aria, Dio sa come,
quarche avviso sbiadito con un nome
d'un candidato che ci speso assai...
Ma eletto o no, finch l'avviso dura,
sar er ricordo d'una fregatura.
1913
 LA PURCIA AR BALLO A CORTE
- Jeri a sera so' stata ar ballo a Corte,
- disse la Purcia ar Ragno - e me so' messa
sotto a la vesta d'una principessa
che m'ha fatto ball cinque o sei verte.
Che festa! Che spettacolo!
- E c'era gente? - Uh, quanta!
Nun so' rimasta sfranta
per un vero miracolo!
Ho pizzicato cinque o sei signore,
un ministro de Stato, un generale,
fintanto ch'ho trovato un bon canale
de dietro ar collo d'un ambasciatore.
Je so' zompata addosso
e ho succhiato, ho succhiato a pi nun posso!
Crederne ch' una gran soddisfazzione
de fa' gratta la schina a un pezzo grosso
che deve conserva la posizzione.
- E dimme un po': er Sovrano?
l'hai visto? ciai parlato? che t'ha detto?
nun t'ha stretto la mano?
Abbada che sei stata fortunata
d'ann fino a la Reggia! Certamente
c' quarche amico o quarche conoscente
che te ciavr portata...
Forse quarche monarchico... - Ar contrario!
Tre mesi fa, dall'oste qui vicino,
me so' anniscosta drento a un pedalino
d'un socialista rivoluzzionario;
tanto - ho detto fra me - verr la vorta
che questo ce ripensa e me ce porta...
21 aprile 1913
 LE FORMICHE E ER RAGNO
Un gruppo de Formiche,
doppo tanto lavoro,
doppo tante fatiche,
s'ereno fatte la casetta loro
all'ombra der grispigno e de l'ortiche:
una casetta commoda e sicura
incanalata drent'a una fessura.
cchete che un ber giorno
un Ragno de l intorno,
che viveva in un bucio troppo stretto,
vidde la casa e ce pij possesso
senza nemmanco chideje er permesso
- Formiche mie, - je disse co' le bone -
quello che sta qui drento  tutto mio:
fateme largo e subbito! Er padrone
d'ora in avanti nun sar che io;
per m'accorder cr vostro Dio
e ve rispetter la religgione. -
Ma allora una Formica de coraggio
incominci a strill: - Che propotenza!
Questo  un vero sopruso! Un brigantaggio!
Perch nun  n giusto n legale... -
Er Ragno disse: - Forse, a l'apparenza:
ma, in fonno,  'na conquista coloniale.
1912
 UN VOLO DE RICOGNIZZIONE
Doppo un gran volo l'Aquila reale
s'incontr co' la Lupa che je chiese:
- Che novit ce stanno ner paese?
Come l'hai ritrovato?... - Tale e quale:
un ber celo, un ber mare, e lo Stivale
co' le stesse osterie, le stesse chiese...
- Per, l'Italia, a quello ch'ho sentito,
 pi forte e pi granne... - Questo  vero,
ma l'Italiano s' rimpiccolito:
alliscia er rosso e se strofina ar nero,
come se annasse in cerca d'un partito
fra er Padreterno e er Libbero Pensiero.
Nun c' sincerit, nun c' pi stima:
l'ideale politico  un pretesto
pe' pot cacci via chi c'era prima;
qualunque tinta  bona: in quanto ar resto,
ognuno cerca d'ariv pi presto,
ognuno cerca d'ariv pi in cima.
Infatti la Cornacchia, vi o nun vi,
ammalappena ricacci l'artiji
cerc l'appoggi e li trov fra noi...
-  naturale: te ne meraviji?
Speravi tu che dar Settanta in poi
li preti nun facessero pi fiji?
26 novembre 1913
 LA GUERRA CO' LI TURCHI
L'antro giorno, un signore, in trattoria,
ner mentre che faceva colazzione,
stava spieganno a cinque o sei persone
la guerra fra l'Italia e la Turchia.
Dice: - Ammettemo che er nemico stia
de dietro ar piatto indove c' er limone:
levo er cucchiaro, cambio posizzione,
e faccio finta che ritorno via.
Ma pensanno che sotto a la sarvietta
ce sia Zuara, io passo avanti ar pane,
e l'accerchio tra er pepe e la forchetta.
Se l er nemico nun se trova pronto,
vi pijato a li fianchi... e che rimane? -
Er cammeriere je rispose: - Er conto!
1912
 SONETTI RIPESCATI...
 I
ER PRIMO AMORE
Fu un venerd, pe' Pasqua Befania,
er sei gennaro der novantasei.
- No, Checchino,  impossibbile! Tu sei
troppo scocciante co' 'sta gelosia!
Nun se capimo pi! - me disse lei -
Addio, Checchino... - E se n'agnede via.
Volevo dije: - Caterina mia,
vi qua, nun me lasci!... - Ma nun potei!
Tu nun me crederai: da quer momento
m' arimasta una spina drento ar core:
 pi d'un anno e ancora me la sento!
Ne la malinconia de li ricordi
naturarmente resta er primo amore...
Come diavolo vi che me ne scordi?
 II
DOPPO QUATTR'ANNI
Chi? Caterina? quale? quella mora?
E chi l'ha pi rivista? Va cercanno!
Saranno ormai quattr'anni... Eh, s, saranno
perch fu ar tempo che tornai da fra;
anzi me pare bene che fu quanno
pijavo l'ojoduro: sissignora,
fu ner novantasei, fu propio allora:
s, ner novantasei, propio in quell'anno!
L'urtimo appuntamento? Era de festa...
Gi, la Befana, ch j'arigalai
un pettinino d'osso pe' la testa...
Me cost, credo bene, un trenta srdi...
Eh, so' quasi quattr'anni, capirai...
Come diavolo vi che m'aricordi?...
 L'AMANTE DE PRIMA E QUELLO D'ADESSO
Prima annava a trov l'innammorata
sonanno la chitara allegramente,
eppoi montava, coraggiosamente,
su 'na scala de seta preparata.
Adesso, invece,  tutto diferente:
m cosamo una donna maritata
senza chitara, senza serenata,
senza scala de seta, senza gnente.
Dev'esse propio granne l'affezzione
se je sonamo, senza fa' rumore,
er campanello elettrico ar portone.
E ammalappena che ce fa er segnale
se famo port su da l'ascensore
mentre er marito scegne pe' le scale.
 LA REGAZZA ARRABBIATA
Come diavolo vi che nun me cali?
Lui nun me cura pi, commare mia,
pe' via de la politica e pe' via
che s' affissato a legge li giornali.
Ti sempre in mente la democrazzia,
ti sempre in bocca l'anticlericali,
li preti, li princip, l'ideali,
Giordano Bruno e l'ossa de su' zia!
Ma un omo che v bene veramente
nun ci d'av 'ste cose pe' la testa,
ch' tutta robba che nun serve a gnente.
Senn, quanno ch'annamo ar Municipio,
che magno? li comizzi de protesta?
co' che m'empie la panza? cr principio?
1912
 L'AMORE
Ninn v li quatrini e guai se manchi!
Io puro, l'antra sera che ciannai,
pe' fa' breve er discorso, je lassai
un bijettone de cinquanta franchi.
Lei me chiese: - Te piacio?... - Oh, dico, assai!
Ciai cert'occhioni, certi denti bianchi...
Eppoi quer petto in fra, queli fianchi...
accusi belli nu' l'ho visti mai!
- Eh, s, me so' ingrassata: - fece lei -
da ottanta chili, doppo ch'ho sposato,
lo sai quanti ne peso? Ottantasei. -
Io, allora, feci un conto in generale
e dissi fra de me: - Tutto sommato,
quattro srdi a la libbra nun c' male!
 L'ILLEGGITTIMA DIFESA
Per me, quanno una femmina  sicura
d'esse una donna onesta veramente,
bench je zompa addosso un propotente
lo fa sta' a posto come una cratura.
Incomincia cr mtteje paura,
mozzica, sgraffia, strilla, chiama gente:
ma difenne l'onore solamente
cr mezzo che j'ha dato la natura.
Ch'ha fatto invece quella? L'ha ammazzato
gnentedemeno co' la rivoltella...
Eh! me pare un pochetto esaggerato!
Defatti, la marchesa sai che dice?
- Se in vita mia facessi come quella
me ce vorebbe la mitrajatrice!
5 giugno 1914
 ER VINO
Se anticamente s'intoppava uno
er vino je sfogava in allegria,
faceva una cantata e annava via
senza rompe le scatole a nessuno.
Ma se s'intoppa adesso, mamma mia!
Ci sempre l'aria de scann quarcuno:
strilla, biastima, ruga e fa er tribbuno
ch' la cosa pi brutta che ce sia.
Tutta corpa der vino. Mi' marito,
quanno che se pijava le tropee,
era addrittura er cocco der partito;
poi, co' la cosa de le convursioni,
lass da beve, mijor l'idee
e rassegn le propie dimissioni.
 ER CINTO DE CASTIT
Ho letto spesso che la gente antica,
pe' conserv la donna casta e pura,
je metteva una spece de cintura
pe' sarv l'onest senza fatica.
Qualunque amante, ner lass l'amica,
je la chiudeva co' la seratura...
Come una porta!... Che caricatura!
Che malfidati, Iddio li benedica!
Oggi che semo gente pi morale
'ste cose nun succedeno, per via
che la femmina  onesta ar naturale.
Ma per, se ce fusse ancora 'st'uso,
come farebbe Mariettina mia
pe' ricordasse l'urtimo ch'ha chiuso?
 ER CONTE NOVO
Jersera er sor Cammillo, er mi' padrone,
quanno seppe ch'er Re s'era deciso
a nominallo conte a l'improviso,
s' messo a piagne da la commozzione.
Poi ci riuniti tutti ner salone
e ha detto: - Ormai ce semo: ma v'avviso
in modo categorico e preciso
ch'io nun ci nessunissima ambizzione.
Che, a parte la corona e la contea,
io, per voi, resto sempre er sor Cammillo
e, mi' moje, la sra Dorotea.
Ma va con s che da stasera stessa
me chiamerete er conte e, manc'a dillo,
la signora sarebbe la contessa...
 TANGO E FURLANA
Er Papa nun v er Tango perch, spesso,
er cavajere spigne e se strufina
sopra la panza de la ballerina
che, su per gi, se regola lo stesso.
Invece la Furlana  pi carina:
la donna balla, l'omo je va appresso,
e l'unico contatto ch' permesso
se basa sur de dietro de la schina.
Ma un ballo ch' der secolo passato
co' le veste attillate se fa male:
e er Papa, a questo, mica ci pensato;
come vi che se mvino? Nun resta
che la Curia permetta, in via speciale,
che le signore s'arzino la vesta.
1 febbraio 1914
 LA PARTITA
Te ricordi, Marietta, quela sera
che se faceva a scopa unicamente
pe' potesse baci libberamente
senza fa' insospett la cammeriera?
E tu, ch'eri pi furba e pi prudente,
pe' fa' la parte come fosse vera,
spesso dicevi: - Faccio la primiera,
l'ori, le carte e tutto er rimanente. -
Ma appena scapp fra er sette bello
la cammeriera, mezza insonnolita,
se squaj co' la scusa der fornello...
Fu allora che te presi pe' la vita
e, doppo un certo bacio scrocchiarello,
te dissi piano: - Ho vinto la partita!
 LI CONSIJI BONI
Tu ce l'hai co' li vecchi e co' l'anziani
perch adesso sei giovene, s'intenne:
l'ucelletti che metteno le penne
vann'a becc la coda a li gabbiani.
M'abbada a te, sia detto senz'offenne,
che quer ch' oggi nun  pi domani:
quanno t'invecchierai come arimani
se sei insurtato e nun te pi difenne?
Presempio, l'antro giorno ho risaputo
che ner vede er sor Checco pe' le scale
j'hai dato, sottovoce, der cornuto.
Chiam cornuto un omo de 'sta sorte!
Pensa che ci ottant'anni e, bene o male,
te potrebb'esse padre quattro vorte!
 QUANNO CE V, CE V!
Pij a schiaffi la moje  da villano:
 'na vijaccheria che fa vergogna!
Ma se vedi la mia, quant' carogna!
Credi che te li leva da le mano.
Nemmanco a fallo apposta, cerca rogna
propio ne li momenti che sto strano...
E allora je l'appiccico: ma piano
e mai de pi de quello ch'abbisogna.
 un vizziaccio, capisco: tant' vero
che me ne pento prima de fa' l'atto,
ma l'azzione  pi sverta der pensiero!
Vr di' che doppo, pe' riav la stima,
je chiedo tante scuse e, appena ho fatto,
ritorno gentilomo come prima.
 ER DECIMO GIURATO
Er perito spieg ch'er delinquente
ciaveva la capoccia sbrozzolosa,
e questa fu la parte pi nojosa
perch nessuno ce capiva gnente.
Er decimo giurato solamente
restava co' la fronte pensierosa
e scriveva ogni tanto quarche cosa
come d'un dubbio che ciavesse in mente.
Ma, sia pe' distrazzione o che so io,
a un certo punto prese e stracci er fojo
e lo butt vicino ar posto mio.
Io l'ariccorsi per curiosit;
ciaveva scritto: "Zucchero, petrojo,
ova, patate, strutto e baccal...".
 TUTTO SFUMA
Ho rivisto Zazz. L'ho rincontrata
dopo quasi quattr'anni.  sempre bella!
Ti sempre li capelli a madonnella,
ci sempre la medesima risata.
Ha conservato la vitina snella,
er modo de guard, la camminata...
Insomma  eguale a come l'ho lasciata,
ma a me me pare che nun sia pi quella.
Nun me pare possibbile che sia
l'istessa donna che quattr'anni fa
me faceva schiatt de gelosia.
Che pianti che ci fatto! Iddio lo sa!
Quanti sospiri ci buttati via!
E, invece, adesso... Povera Zazz!

 BELLA FILOSOFIA!
Da quanno l'ha piantato quel'arpia,
er conte  diventato cos strano
che parla solo, tutt'er giorno sano,
come volesse fa' quarche pazzia.
Ogni tanto s'affissa e dice piano:
- Che me ne frega de la vita mia?
Ecco quanto la conto!... - E butta via
la sigheretta accesa che ci in mano.
Che scemo! Butta via le sigherette
pe' vol dimostr che se n'impippa
e che la vita nu' la conta un ette!
Ma io, che fumo li mozzoni sui
e spesso me ce carico la pippa,
te credi che la conti pi de lui?
 TRE STROZZINI
 I
UN MACELLARO
Fra li tanti strozzini,
che presteno quatrini
ar novanta per cento, c' un amico
(er nome nu' lo dico)
che fa un doppio mestiere:
macellaro e banchiere.
Se faccia mejo questo o mejo quello
io nu' lo so davero e lui nemmanco:
der resto nun ce preme de sapello;
 banchiere ar macello
e macellaro ar banco.
Tutti l'affari sui li fa a bottega,
e da questo se spiega
come una vorta me scont un effetto
mentre tajava un chilo de filetto.
Incominci cr di': - So' tempi brutti
che va male per tutti:
ci avuto gi tre o quattro fregature
da persone per bene,
da persone sicure.
So' dolori! Credeteme! So' pene!...
V'abbasti a di' che ne la cassa-forte
ce stanno pi cambiali che bajocchi.
Eppoi che firme! firme co' li fiocchi!
Principi... duchi... Pare un ballo a Corte!
Vengheno a piagne l'animaccia loro:
chi mille, chi dumila... E a la scadenza:
- Scusa, nun posso: aspetta... abbi pazzienza... -
E sempre 'sto lavoro!
Ma gi l'ho detto a l'avvocato mio:
o fra li quattrini o fate l'atti,
perch si nun rispetteno li patti
je fo er precetto quant' vero Dio!
E voi? volvio? cinquecento tonne?
Va be', faremo cento per un mese...
So' troppe?... Eh, lo capisco, ma d'artronne
avete da pens che ci le spese... -
E cos me cont cinquanta carte
da dieci lire l'una,
e ce lass su ognuna
un'impronta de sangue da una parte...
1912

 II
ISACCO E C.
Ogni vorta che capito a 'st'ufficio
ce trovo sempre cinque o sei persone
che s'hanno da fa' fa' l'operazzione,
gi pronte e rassegnate ar sacrificio.
 una cammera scura, bassa bassa,
divisa da un tramezzo e una vetrina
dove c' scritto: "Cassa",
ma fa l'effetto d'una ghijottina.
L drento, infatti, trovi sempre pronto
Isacco e er socio: er boja e l'ajutante;
uno  er cassiere e l'antro  er capo-sconto.
Appena che m'affaccio a lo sportello
Isacco d un'occhiata a la cambiale,
pija la penna e mozzica er cannello:
la legge, la riggira, aggriccia er naso,
guarda le firme, pensa, chiude l'occhi,
come se nun ciavesse li bajocchi,
come se nun restasse persuaso;
dice: - Ne parler cr mi' compagno;
io nun ci srdi, momentaneamente:
e co' 'ste cose, a dilla francamente,
 pi la remissione ch'er guadagno;
eppoi nun  possibbile
pe' via de l'avallante:
io vojo un bottegaro, un negozziante,
una firma solvibbile...
Invece, questo, che mestiere fa?
 un celebre poeta?... Je l'ammetto:
ma, se se scorda de pag l'effetto,
che je sequestro? la celebbrit?...
1912
 III
DON MICCHELE
Don Micchele  un pretozzo
grasso, abbottato, con un sottogola
ch'ogni vorta che dice una parola
je fa su-e-gi sur collarino zozzo.
A le nove va in chiesa e dice messa,
da le dieci a le dodici confessa,
e a la sera santifica lo strozzo.
Lui nun guarda a l'idee de le persone
che cercheno quatrini,
ma v le firme bone:
la mejo posta, infatti,  un frammassone
che fa l'avallo co' li tre puntini.
Per, quanno te sconta le cambiali,
cerca de datte sempre li consiji
religgiosi e morali,
tanto che li quatrini nu' li piji
se prima nun t'ha rotto li stivali.
- Te serveno bajocchi, fijo mio?
 gi la terza vorta! Emb, sia fatta
la volont d'Iddio!
Basta che nu' li spenni malamente:
ricordete de questo,
senn nun te do gnente:
perch er primo dovere der cristiano
 quello d'esse bono e d'esse onesto.
E, dimme, quanto vi? trecento lire?...
Gi, capisco, sei giovene... Der resto
"semel in anno licet insanire".
Nun capisci er latino? Ah, male, male!
Be', - dice - allora... damme la cambiale. -
In un urtimo affare che ce feci,
m'aricorder sempre che me dette
trenta carte da dieci.
Ereno trenta carte nve nve:
ma quanno apersi er pacco,
che puzzava un pochetto de tabbacco,
ne trovai solamente ventinove;
in pi c'era un San Pietro
con un Credo de dietro e un'indurgenza
de trenta giorni, come la scadenza.
1912
 OMMINI E BESTIE
 L'ANTENATO
- L'Omo  sceso da la Scimmia:
- barbottava un Professore -
nun me pare che 'sta bestia
ciabbia fatto troppo onore...
-  questione de modestia;
- je rispose un Ranguttano -
l'importante  che la scimmia
nun sia scesa dar cristiano.
 LA TIGRE
 mezzanotte e c' la luna piena.
Una Tigre e una Jena
escheno da la tana e vanno in giro
co' la speranza de trova da cena.
Ma se guardeno intorno
e nun vedeno gnente.
- Aspetteremo che se faccia giorno; -
pensa la Tigre rassegnatamente
- per - dice - se sente
un fru-fru tra le piante...-
- Chi c'? una donna? e che far a quest'ora?
- Aspetter un amante...
- Cammina con un'aria sospettosa...
- Quarche cosa c' sotto... - Certamente
c' sotto quarche cosa.
Ci un fagotto... lo posa... -  una pupazza...
- Ma che pupazza!  'na cratura viva!
Pare che chiami mamma! E m? L'ammazza!
 la madre!... Hai capito?
- Come? la madre?! Verginemmaria! -
La Tigre spaventata scappa via
e la Jena ci un occhio innummidito...
 ER CORE DER POPOLO
 I
Finita la lettura der verdetto
che rimannava libbero er pittore,
scoppi un evviva e tutte le signore
faceveno cos cr fazzoletto.
Nun te dico le scene! Er difensore
je dette un bacio e se lo strense ar petto,
una regazza je butt un bijetto,
una signora volle daje un fiore...
E quanno usc je fecero lo stesso:
che sbattimano! che dimostrazzione!
Cristo, la folla che j'annava appresso!
Solo una vecchia curva e sganghenata
rimase ferma, a piagne in un cantone...
Forse la madre de l'assassinata.
 II
Sto fatto te dimostra chiaramente
la gran bont der popolo, per via
che, quanno ha da pij 'na simpatia,
per chi la pija? per un delinquente.
L'assassinato  sempre un propotente...
Er testimonio a carico  'na spia...
Er reo vi assorto... Evviva la giuria..
E vedi tutto che finisce in gnente.
Se domani, pe' fattene un'idea,
quer boja de Nerone, ch' Nerone,
telegrafasse: "Arrivo co' Poppea",
er popolo direbbe: - Me ne glorio! -
E j'annerebbe incontro a la stazzione
co' le fanfare de l'educatorio!
1913
 LA PATERNIT
Un Somarello scapolo un ber giorno
decise de sposasse una cavalla,
e fece una gran festa ne la stalla
co' tutti l'animali der contorno.
Ciann la Mosca, er Ragno,
er Grillo, la Formica,
er Sorcio co' l'amica,
la Gatta cr compagno,
er Porco co' le fije,
la Vacca co' l'amante,
e un sacco de famije
de bestie benestante.
Er Toro, che faceva er testimonio,
je recit un sonetto d'occasione
su la felicit der matrimonio.
Er sonetto finiva: - Da l'unione
d'una coppia de spsi cos belli
verr fra un bellissimo Leone!
- Ma no, te sbaji: - disse un Porcospino
che je stava vicino -
da una Cavalla e un Ciuccio nasce un Mulo.
- Lo sapevo da prima!
- rispose er Toro - Ma, per le signore,
ho preferito de nun fa' la rima...
Eppoi, Mulo o Leone,  stabbilito
che, fra noi bestie, er fijo de la moje
 veramente fijo der marito...
1912
 LE FATICHE DER RAGNO
La Mosca disse ar Ragno:
- Fatichi notte e giorno
senza concrude un corno,
senza nessun guadagno:
lavori inutirmente
perch la tela tua nun serve a gnente...
- Invece ci un fotto d'ordinazzione!
- rispose er Ragno - Devo fa' una rete
pe' ripesc l'idee d'un frammassone
ch' diventato prete;
ho da rimette a novo la camicia
per una vecchia cicia: la Morale,
che, poveraccia, paga la piggione
e dorme pe' le scale;
e, pe' de pi, bisogna che ricucia
un buggero de sacchi rivortati
per imball la stima e la fiducia...
- E queli fili ch'hai finiti jeri?
- je domann la Mosca - a chi l'hai dati?
- Eh! quelli - dice - so' lavori seri,
so' affari delicati...
Con uno ci legato la bilancia
in mano a la Giustizzia,
e coll'antro ci stretto l'amicizzia
fra l'Italia e la Francia...
14 dicembre 1913
 LI CAMBIAMENTI
 Prima
Te l'aricorderai: quarch'anno addietro,
quanno parlava come segretario
der commitato rivoluzzionario,
nu' l'areggeva pi manco San Pietro!
Ogni cinque parole er Commissario
je tirava la giacca a parteddietro;
era lui, sempre primo, a sfascia er vetro
de quarche bottegaro temerario.
Lui combinava le dimostrazzione,
lui faceva li scioperi, ch allora
nun ciaveva nessuna occupazzione.
Come aveva da fa'? Naturarmente,
pe' sosten l'idee de chi lavora
era finito pe' nun fa' pi gnente.
 Adesso
Ma dar giorno ch'ha aperto l'osteria
ha innacquato perfino l'ideale:
e se je canti l'Internazzionale
c' puro er caso che te cacci via.
Nun strilla pi n viva l'anarchia
n viva la repubbrica sociale;
m trova che lo sciopero  un gran male
e qualunque sommossa  una pazzia.
Giusto jeri je dissi: - Come mai?
Che cambiamento!... - Eh, - fece lui - se spiega:
oggi che sto in commercio, capirai...
Adesso, quanno m'arzo la matina,
nun ci pi che una fede: la bottega,
nun ci pi che un pensiero: la vetrina.
2 luglio 1914
 DEMOCRAZZIA REALE
Una matina er Re de la Foresta
entr ne la bottega d'un barbiere;
dice: - Famme er piacere
de levamme 'sti ciuffi da la testa;
m nun so' pi li tempi d'una vorta:
abbasta co' li manti e le criniere!
Oggi, un Sovrano pratico,
dev'esse democratico
speciarmente nell'abbito che porta.
Pija er rasore, dunque:
e taja e raschia infin che nun me vedi
spelato come un suddito qualunque! -
Er barbiere obbed, ma fece male:
perch doppo mezz'ora, er Re Leone,
ammalappena entr drent'ar portone
der palazzo reale,
er popolo lo prese
per un cane danese
e nu' je fece la dimostrazzione.
1912
 SUFFRAGGIO UNIVERSALE
Un Aquila diceva: - Dar momento
che adesso c' er suffraggio universale,
bisogner che puro l'animale
ciabbia un rappresentante ar Parlamento;
dato l'allargamento, o prima o poi,
doppo le donne lo daranno a noi.
Ma allora chi faremo deputato?
Quale sar la bestia indipennente
che rappresenti pi direttamente
la classe animalesca de lo Stato?
e a l'occasione esterni er su' pensiero
senza lecc le zampe ar Ministero?
Per conto mio, la sola che sia degna
de bazzic la Cammera e conosca
l'idee de l'onorevoli  la Mosca,
perch vola, s'intrufola, s'ingegna,
e in fatto de partiti, sia chi sia,
passa sopra a qualunque porcheria!
1 gennaio 1914
 LI DEBBITI
Se seguita cos, so' rovinato!
Ora vi l'esattore cr bijetto,
ora arriva un uscere cr precetto
pe' quarche conto che nun ho pagato.
Oggi, appena so' uscito, ho rincontrato
er solito strozzino che m'ha detto:
- Se nun pagate subbito l'effetto
dar l'incartamento a l'avvocato... -
Sempre una storia! E nun te dico er resto!
Ogni giorno un avviso de cambiale,
ogni giorno un avviso de protesto.
Banca d'Italia... Banca Commerciale...
Ma come! in un momento come questo?
Dove sta la concordia nazzionale?
giugno 1915
 LA GUERRA CARESTOSA
Li tempi so' cambiati! Anticamente,
che s'addoprava solo l'arma bianca,
la guerra era pi nobbile, pi franca,
e se faceva a un prezzo conveniente.
Ma m, co' li cannoni,  diferente:
ce vonno li mijardi! E se te manca
l'appoggio materiale de la Banca,
pe' quanto spari, nun combini gnente.
L'obbice d'un cannone de quest'anno
costa seimila lire! Immagginate
in un minuto quanti se ne vanno!
Un lampo, un fumo, un botto... Addio quatrini!
E a di' che io, co' quattro cannonate,
ce liquidavo tutti li strozzini!
2 gennaio 1916
 GATTA CE COVA...
In un villino avanti a casa mia,
tutte le sere vedo una signora
ch'accenne un lume, fa un segnale e allora
va su un bell'omo a faje compagnia.
'Sto marcantonio, che nun so chi sia,
ci un grugno da tedesco ch'innamora
e, data quela visita a quell'ora,
m' venuto er sospetto ch' una spia.
La stessa cammeriera se n' accorta:
e sere fa, cr coco e co' la balia,
se misero a sent dietro la porta.
Per nun hanno ancora stabbilito
se lo riceve a danno de l'Italia
o a danno solamente der marito.
dicembre 1916
 LE NOTIZZIE ALLARMISTE
Ner vedello sort je corsi appresso.
Dico: - Sor conte, pensi ar pagamento...
- Oh - dice - questo qui nun  er momento,
eppoi, pe' strada, nun ho mai permesso...
- Ma io ciavevo fatto assegnamento:
- dico - me paghi come m'ha promesso...
Nun sa che co' 'sta guerra ci rimesso
armeno un quattromila e cinquecento?...
- Lei sparge le notizzie esaggerate! -
m'ha detto er conte: e ne l'usc dar vicolo
ha visto quattro guardie e l'ha chiamate.
Quelle so' corse e, assieme a un ufficiale,
m'hanno arrestato a norma de l'articolo
trecentotr der Codice Penale.
Dicembre 1916

 L'EROE AR CAFF
 stato ar fronte, s, ma cr pensiero:
per te d le spiegazzioni esatte
de le battaje che nun ha mai fatte,
come ce fusse stato per davero.
Avressi da ved come combatte
ne le trincee d'Aragno! Che gueriero!
Tre sere fa, pe' prenne er Montenero,
ha rovesciato er cuccomo del latte!
cr su' sistema de combattimento
trova ch' tutto facile: va a Pola,
entra a Trieste e te bombarda Trento.
Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
- Per me, - barbotta - c' una strada sola... -
E intigne li biscotti ne la tazza.
dicembre 1916
 ER BIJETTO DA MILLE1
Un Bijetto da Mille,
riposto in una vecchia scrivania,
diceva: - Er mi' padrone  un imbecille:
so' gi quattr'anni che me ti rinchiuso
come un pezzo de carta fri d'uso!
Puzzo de muffa... Che malinconia!
Invece, se m'avesse
tenuto ne le casse de lo Stato,
a parte l'interesse
ch'avrebbe guadagnato,
servivo a fa' le spese
pe' rinforz er Paese.
Ma er padrone  ignorante e nun capisce
che er mi' valore cresce in proporzione:
so' forte finch  forte la Nazzione,
m'indebbolisco se s'indebbolisce.
Se fosse un omo pratico
me terrebbe a la Banca certamente;
ma qui drento che fo? Nun conto gnente
e perdo tempo come un dipromatico.
18 febbraio 1917
 L'AQUILA VITTORIOSA
Er fijo d'un gueriero disse all'Aquila:
- Aquila mia! Siccome
so' fijo de mi' padre
e ci lo stesso nome,
me vojo mette ne li panni sui
pe' fa' l'eroe pur'io
come faceva lui.
Quanno m'infiler quela montura
combatter sur campo de l'onore
e la vittoria mia sar sicura.
Ma tu, che sei l'ucello de l'eroi,
dovressi famme prima la promessa
de restamme vicino pi che pi;
se sei l'Aquila stessa
ch'accompagn pap, resta co' noi. -
L'Aquila disse: - S, so' propio quella
ch'accompagn tu' padre e me ne vanto
ma co' te nun ce vengo, scusa tanto:
nun me la sento de fin in padella.
Che credi tu? che l'eroismo sia
una cosa che va da padre in fijo
come la ditta d'una trattoria?...
No, caro; guarda a me:
io, in fonno, rappresento la Vittoria:
ma mi' fija, per, che nun ci boria,
sta ar Giardino Zologgico, perch
nun v sfrutt la gloria de famija
pe' fasse un postarello ne la Storia.
1910
 ROMANIT
Un giorno una Signora forastiera,
passanno cr marito
sotto l'arco de Tito,
vidde una Gatta nera
spaparacchiata fra l'antichit.
- Micia, che fai? - je chiese: e je butt
un pezzettino de biscotto ingrese;
ma la Gatta, scocciata, nu' lo prese:
e manco l'odor.
Anzi la guard male
e disse con un'aria strafottente:
- Grazzie, madama, nun me serve gnente:
io nun magno che trippa nazzionale!
1913
 LA PELLE
- Povero me! Me tireranno er collo!
- disse un Faggiano ar Pollo -
Ho letto sur giornale che domani
c' un pranzo a Corte, e er piatto prelibbato
saranno, come sempre, li faggiani...
- E te lamenti? Fortunato te!
- je rispose l'amico entusiasmato. -
Nun sei contento de mor ammazzato
pe' la Patria e p'er Re?
E l'Ideale indove me lo metti?
Fratello mio, bisogna che rifretti...
- Eh, capisco, tu sei nazzionalista,
- disse er Faggiano - e basta la parola.
Ma t'avviso, per, che su la lista
c' puro scritto: polli in cazzarola. -
A 'sta notizzia, er povero Pollastro
rimase cos male
che se scord d'avecce l'Ideale
e incominci a strilla: - Dio, che disastro!
La Patria, er Re, so' cose belle assai,
ma la pelle  la pelle... capirai!
Ne faccio una questione personale!
3 agosto 1913
 ER CANE MORALISTA
Pi che de prescia er Gatto
agguant la bistecca de filetto
che fumava in un piatto,
e scapp, come un furmine, sur tetto.
L se ferm, pos la refurtiva
e la guard contento e soddisfatto.
Per s'accorse che nun era solo
perch er Cagnolo der padrone stesso,
vista la scena, j'era corso appresso
e lo stava a guarda da un muricciolo.
A un certo punto, infatti, arz la testa
e disse ar Micio: - Quanto me dispiace!
Chi se pensava mai ch'eri capace
d'un'azzionaccia indegna come questa?
Nun sai che nun bisogna
approfittasse de la robba artrui?
Hai fregato er padrone! propio lui
che te ti drento casa! Che vergogna!
Nun sai che la bistecca ch'hai rubbato
peser mezzo chilo a ditte poco?
Pare quasi impossibbile ch'er coco
nun te ciabbia acchiappato!
Chi t'ha visto? - Nessuno...
- E er padrone? - Nemmeno...
- Allora, - dice - armeno
famo met per uno!
 ER SOMARO FILOSOFO
- Ah! bi! Cammina! Ah! Bi... -
Er vecchio Ciuccio che stracina er carico
propio nu' ne p pi.
- Come fatichi, povero Somaro!
- j'abbaia un Cane - E indove vai de bello?
- Devo port 'sta carta ar salumaro
- risponne er Somarello -
Sar quarche quintale, capirai!
Se tratta de la resa d'un giornale...
- De quale? - Nu' lo so, ma pesa assai! -
Subbito er Cane, inteliggente e pratico,
guarda er caretto e dice: - Ho gi capito:
dev'esse l'Avvenire Democratico
che stampa li programmi der partito,
eppoi de tanto in tanto li raduna
in tutte balle da un quintale l'una. -
Er Somaro cammina a testa bassa
sotto le tortorate der padrone:
ogni botta che scegne sur groppone
la sente rintrona ne la carcassa,
e intanto pensa: "La democrazzia
 stata sempre la rovina mia!"
1920
 ER SORCIO VENDICATORE
Tengo un Sorcio, drento casa,
ch'ogni notte, a una cert'ora,
zitto zitto scappa fra,
guarda, cerca e sficcanasa.
Poi fa un giro e riv via
pe' rientr ne la scanza,
dove rosica le carte
ch'ho ammucchiato da una parte.
Quer cri-cri, se chiudo l'occhi,
me figuro che dipnna
da la punta d'una penna
che sta a fa' li scarabbocchi;
e m'immaggino perfino
ch' la mano der Destino
che me scrive e che prevede
quarche cosa che succede.
Ma poi penso ch'er rumore
vi dar Sorcio unicamente,
ch'ogni notte arrota er dente
ne le lettere d'amore:
tutte lettere inzeppate
de parole appassionate
che me scrisse, a tempo antico,
la signora... che nun dico.
Forse er Sorcio, che capisce
le finzioni de madama,
le smerletta, le ricama,
le consuma, le finisce...
Dove dice: "O mio tesoro!"
me ci fatto un ber traforo;
dove dice: "T'amo tanto!"
s' magnato tutto quanto.
 ER GATTO AVVOCATO
La cosa ann cos. La Tartaruga,
mentre cercava un posto pi sicuro
pe' magnasse una foja de lattuga,
j'amanc un piede e casc gi dar muro:
e, quer ch' peggio, ne la scivolata
rimase co' la casa arivortata.
Allora chiese ajuto a la Cagnola;
dice: - Se me rimetti in posizzione
t'arigalo, in compenso, una braciola
che ci riposta a casa der padrone.
Accetti? - Accetto. - E quella, in bona fede,
co' du' zampate l'arimise in piede.
Poi chiese: - E la braciola? - Dice: - Quale?
- Ah! - dice - m te butti a Santa Nega!
T'ammascheri da tonta!  naturale!
Ma c' bona giustizzia che te frega!
M chiamo er Gatto, j'aricconto tutto,
e te levo la sete cr preciutto! -
Er Gatto, che faceva l'avvocato,
intese er fatto e j'arispose: - Penso
che  un tasto un pochettino delicato
perch c' la questione der compenso:
e in certi casi, come dice Orazzio,
promissio boni viri est obbligazzio.
Ma prima ch'io decida  necessario
che la bestia medesima sia messa
co' la casa vortata a l'incontrario
finch nun riconferma la promessa,
pe' stabbili s' un metodo ch'addopra
solo quanno se trova sottosopra. -
Cos fu fatto. Er Micio disse: - Spero
che la braciola veramente esista... -
La Tartaruga je rispose: -  vero!
Sta accosto a la gratticola... L'ho vista.
- Va bene, - disse er Gatto - nu' ne dubbito:
m faccio un soprallogo e torno subbito. -
E ritorn, defatti, verso sera.
- Avemo vinto! - disse a la criente.
Dice: - Da vero? E la braciola? - C'era...
ma m' rimasto l'osso solamente
perch la carne l'ho finita adesso
pe' sosten le spese der processo.

 ER CECO
 I
Su l'archetto ar cantone de la piazza,
ar posto der lampione che c' adesso,
ce stava un Cristo e un Angelo de gesso
che reggeva un lumino in una tazza.
Pi c'era un quadro, indove una regazza
veniva libberata da un ossesso:
ricordo d'un miracolo successo,
sbiadito da la pioggia e da la guazza.
Ma una bella matina er propietario
lev l'archetto e tutto quer che c'era
pe' dallo a Spizzichino l'antiquario.
Er Cristo agnede in Francia, e l'Angeletto
lo prese una signora forestiera
che ce guarn la cammera da letto.
 II
E adesso l'Angeletto fa er gaudente
in una bella cammeretta rosa,
sculetta e ride ne la stessa posa
coll'ale aperte, spensieratamente.
Nun vede pi la gente bisognosa
che je passava avanti anticamente,
dar vecchio stroppio ar povero pezzente
che je chiedeva sempre quarche cosa!
Nemmanco je ritorna a la memoria
quer ceco ch'ogni giorno, a la stess'ora,
je recitava la giaculatoria:
nemmeno quello! L'Angeletto antico
adesso regge er lume a la signora
e assiste, a certe cose che nun dico!
 III
Er ceco camminava accosto ar muro
pe' nun pij de petto a le persone,
cercanno co' la punta der bastone
ch'er passo fusse libbero e sicuro.
Nun ce vedeva, poveraccio, eppuro,
quanno sentiva de svort er cantone
ciancicava la solita orazzione
coll'occhi smorti in quel'archetto scuro.
Perch, s'aricordava, da cratura
la madre je diceva: - L c' un Cristo,
preghelo sempre e nun av paura... -
E lui, ne li momenti de bisogno,
lo rivedeva, senza avello visto,
come una cosa che riluce in sogno...
 IV
Da cinque mesi, ar posto der lumino
che s'accenneva pe' l'avemmaria,
cianno schiaffato un lume d'osteria
cr trasparente che c' scritto: Vino.
Ma er ceco crede sempre che ce sia
er Cristo, l'Angeletto e l'artarino,
e ner pass se ferma, fa un inchino,
recita un paternostro e riva via...
L'ostessa, che spessissimo ce ride,
je vorebbe avvis che nun c' gnente:
ma quanno  ar dunque nun se sa decide.
- In fonno, - pensa - quann'un omo prega
Iddio lo p sent direttamente
senza guard la mostra de bottega.
 LUPI E AGNELLI
1922
 LUPI E AGNELLI 1915-1917
 EL LEONE E ER CONIJO
Un povero Conijo umanitario
disse al Leone: - E fatte taj l'ogna!
levete quel'artiji!  'na vergogna!
Io, come socialista, so' contrario
a qualunque armamento che fa male
tanto a la pelle quanto a l'ideale.
- Me le far spunt... - disse el Leone
pe' fasse benvol dar socialista:
e agnede difilato da un callista
incaricato de l'operazzione.
Quello pij le forbice, e in du' btte
je fece zomp l'ogna e bona notte.
cchete che er Conijo, er giorno appresso,
ner vede un Lupo co' l'Agnello in bocca
dette l'allarme: - Ol! Sotto a chi tocca! -
El Leone je chiese: - E ch' successo?
- Corri! C' un Lupo! Presto! Daje addosso!
- Eh! - dice - me dispiace, ma nun posso.
Prima m'hai detto: levete l'artiji,
e m me strilli: all'armi!... E come vi
che s'improvisi un popolo d'eroi
dov'hanno predicato li coniji?
Adesso aspetta, caro mio; bisogna
che me di tempo pe' rimette l'ogna.
Va' tu dal Lupo. Faje perde er vizzio,
e a la pi brutta spccheje la testa
coll'ordine der giorno de protesta
ch'hai presentato all'urtimo comizzio...
- Ah, no! - disse er Conijo - Io so' fratello
tanto del Lupo quanto de l'Agnello.
gennaio 1915
 LA LUCCIOLA
Una povera Lucciola, una notte,
pij de petto a un Rospo in riva ar fiume
e casc gi coll'ale mezze rotte.
Ar Rospo je ce presero le ftte.
Dice: - Ma come? giri con un lume
eppoi nemmanco sai
dove diavolo vai? -
La Lucciola rispose: - Scusa tanto,
ma la luce ch'io porto nu' la vedo
perch ce l'ho de dietro: e, in questo, credo
che c' stato uno sbajo ne l'impianto.
Io dove passo illumino: per
se rischiaro la strada ch'ho gi fatta
nun distinguo la strada che far.
E nun te dico quanti inconvenienti
che me procura quela luce interna:
ogni vorta che accnno la lanterna
li Pipistrelli arroteno li denti...
- Capisco, - disse er Rospo - rappresenti
la Civirt moderna
che per illumin chi sta a l'oscuro
ogni tantino d la testa ar muro...
26 ottobre 1916
 L'EROE PRUDENTE
Ner mentre che un Agnello
se n'annava ar macello,
sent un Montone che strillava: - Evviva!
Fatte coraggio! Pensa quant' bello
de mor per l'idea, tutt'a vantaggio
de quela gente che rimane viva!
La vita, in fonno,  un ponte de passaggio
che ce riporta tutti all'antra riva...
- Tu parli propio bene, amico mio,
- je rispose l'Agnello - e se pur'io
facevo in tempo a divent montone
sarei de la medesima opinione:
ma invece de scocci, come fai te,
con una mucchia de parole belle,
risicherei la pelle...
18 giugno 1916
 LA PAURA
- So' coraggioso e forte!
- disse un Cavallo ar Mulo - e vado ar campo
pieno de fede, sverto come un lampo,
tutto contento de sfid la morte!
Se ariva quarche palla che m'ammazza
sacrifico la vita volentieri
pe' la conservazzione de la razza.
- Capisco, - disse er Mulo -
ma, su per gi, pur'io
che davanti ar pericolo rinculo,
nun conservo la razza a modo mio?
16 maggio 1915
 LA RAZZA
Mim, la Gatta nera, ha partorito,
ha fatto sei micetti e tutti e sei
nun cianno a che fa' gnente cr marito.
E pensa fra de lei: - De chi saranno?
der gatto bianco che trovai sur tetto
o der moretto che incontrai l'antr'anno?
Ma, - dice - sia chi sia,
so' tutti usciti da la panza mia. -
E li guarda, li lecca, li sbaciucchia,
finch se sdraja, e allora ogni micetto
cerca cr muso er caporello e succhia.
- Succhiate, pure, o fiji,
succhiate pure senza comprimenti,
cos sarete forti e propotenti
e nun farete come li coniji,
ch in oggi tutta quanta la cariera
dipenne da li denti e da l'artiji.
Quanno vedete un cane
che v rubbavve er pane,
prima che ve lo tocchi
portateje via l'occhi.
Fate er dovere vostro fino in fonno:
nun ve scordate mai che Dio ve fece
per ammazz li sorci d'ogni spece
che lui stesso ha creato e messo ar monno.
E questo ve dimostra chiaramente
che la lotta de razza che c' adesso
co' tutto l'odio che se porta appresso
la prepar Dio Padre Onnipotente.
 LA MOSCA E ER RAGNO
Una Mosca diceva: - Io nun me lagno:
passo la vita mia senza fa' gnente,
volo su tutto e quer che trovo magno.
Se nun ce fosse er Ragno
ringrazzierei Dio Padre Onnipotente... -
Er Ragno barbottava: - Io me lamento
perch da quanno nasco insin che moro
nun me fermo un momento
e lavoro, lavoro...
Dato lo stato mio
nun posso ringrazzi Dommineddio:
ma bisogna, per, che riconosca
ch'ha creato la Mosca...
 L'EDUCAZZIONE
Ce fu una Mosca che me se pos
su un pasticcio de gnocchi; io la cacciai:
ma quella, s! scocciante pi che mai,
fece un giretto ar sole e ritorn.
- Sci! - je strillavo - sci!...
che, se t'acchiappo, guai!
Se fussi una farfalla, emb, pazzienza,
ch armeno, quelle, vanno su le rose:
ma tu che te la fai
su certe brutte cose,  'na schifenza!... -
La Mosca me rispose: - Avrai raggione,
ma la corpa  un po' tua che da principio
nun m'hai saputo d l'educazzione.
Io trovo giusto che me cacci via
se vado su la robba che te piace,
ma nun me spiego che me lasci in pace
quanno me poso su la porcheria!
 L'ISTRUZZIONE
Loreto, Pappagallo ammaestrato,
doppo trent'anni ritorn ner bosco
propio dov'era nato.
Er padre disse: - Come sei cambiato! -
La madre disse: - Nun te riconosco!
- So' diventato 'na celebbrit!
- rispose er Pappagallo co' la boria
d'un professore d'universit -
Ho imparato a memoria
una dozzina de parole belle...
- Dodici sole?... - S, per so' quelle
che l'ommini ce formeno la Storia
e che so', su per gi, le litanie
de li discorsi e de le poesie:
Iddio, Patria, Famija, Fratellanza,
Onore, Gloria, Libbert, Doveri,
Fede, Giustizzia, Civirt, Uguajanza... -
La madre disse: - Fijo, parla piano,
nojantri nun volemo dispiaceri...
 L'INGEGNO
L'Aquila disse ar Gatto: - Ormai so' celebre.
cr nome e co' la fama che ci io
me ne frego der monno: tutti l'ommini
so' ammiratori de l'ingegno mio! -
Er Gatto je rispose: - Nu' ne dubbito.
Io, per, che frequento la cucina,
te posso di' che l'Omo ammira l'Aquila,
ma in fonno preferisce la Gallina...
 LA FAMA
Un Centogamme disse: - Stammatina,
ner contamme li piedi, me so' accorto
che ce n'ho solamente una trentina!
Io nun capisco come
me so' fatto 'sto nome
se er conto de le gambe nun combina...
- E nun te fa' sent, brutt'imbecille!
- je disse sottovoce un Millepiedi -
Pur'io so' conosciuto, ma te credi
che li piedi che ci so' propio mille?
Macch! so' centottanta o gi de l;
io, per, che lo so, nun dico gnente:
che me n'importa? C' un fotto de gente
ch' diventata celebre cos!
26 marzo 1915
 L'OMO E EL LUPO
Un vecchio Lupo, ner guard le stelle,
divent bono e se sent er dolore
d'av scannato tante pecorelle.
(Tutte le cose belle
fanno un effetto maggico ner core.)
E diceva fra s: - Pe' conto mio
sarei disposto a fa' la vita onesta:
per bisogner che me travesta
perch nessuno sappia chi so' io.
Infatti puro l'Omo s' convinto
che pe' sta' bene ar monno  necessaria
una certa vernice umanitaria
che copra la barbaria de l'istinto. -
E fisso in quel'idea
pij la pelle d'un abbacchio morto
e ce se fece come una livrea:
poi, zitto zitto, entr ner pecorume
che stava a magn l'erba in riva ar fiume.
Mantenne la promessa: da quer giorno
fu l'amico pi bono e pi tranquillo
de l'agnelletti che ciaveva intorno.
Bench stasse a diggiuno
nun je storse un capello e, manco a dillo,
nun se ne mise all'anima nessuno.
Ma una brutta matina
trov tutte le pecore scannate
e un vecchio co' le mano insanguinate
che contrattava la carneficina.
- Eh! - disse allora - l'Omo  sempre quello:
prdica la bont, ma all'atto pratico
nun  che un lupo: un lupo dipromatico
che specula sur sangue de l'agnello!
17 luglio 1917
 BASTA LA MOSSA!
La Scimmia un giorno agnede dar fotografo.
Dice: - Vorrei sap se so' capace
de fa' l'artista ner cinematografo.
Me piacerebbe tanto a fa' la traggica
ne la lanterna maggica!
- Eh! - disse lui - bisogner che provi:
devo prima ved come te metti
eppoi come te mvi.
Fingi, presempio, d'esse una bestiola
in una posa un po' sentimentale,
che pensa a l'ideale
senza che sappia di' mezza parola... -
La Scimmia, con un'aria d'importanza,
se mise a sede, fece la svenevole,
guard er soffitto e se gratt la panza.
- Brava! - strill er fotografo - Benone!
Questo, pe' fa' cariera, basta e avanza:
sei nata propio co la vocazzione!
Se allarghi mejo certi movimenti
chiss che artista celebre diventi!
18 giugno 1916
 ER CANE E LA LUNA
C'era 'na vorta un Cane, in mezzo a un vicolo,
che abbajava a la Luna. Pass un Gatto:
- Lascila perde! - disse - Che t'ha fatto?
Perch te guarda? Quanto sei ridicolo!
La Luna guarda tutti, ma nun bada
a quelli che s'ammazzeno pe' strada.
- E pe' questo ce sformo! - disse er Cane -
In mezzo a tante infamie e a tanti guai,
cchela l! nun s' cambiata mai
e rimane impassibbile, rimane...
Me piacerebbe ch'aggricciasse er naso,
che stralunasse l'occhi... Nun c' caso!
- Perch 'ste cose qui l'ha viste spesso:
- rispose er Gatto - er monno  sempre quello.
Quanno Caino sbudell er fratello
la Luna rise tale e quale adesso:
ha riso sempre e rider perfino
se un giorno Abbele scanner Caino...
 L'APE, ER BACO E LO SCORPIONE
Un'Ape, ne l'usc dall'osteria
con un Baco da seta e 'no Scorpione,
je disse: - Grazzie de la compagnia:
spero de rivedevve a casa mia
in un'antra occasione.
Io, per, nun ricevo che a la sera
perch lavoro e tutta la giornata
fabbrico er miele e fabbrico la cera.
- Pur'io fatico e filo Dio sa quanto,
- fece er Baco da seta - e nun me resta
libbera che la festa...
- Su la tabbella der portone mio
- je disse lo Scorpione - ce sta scritto:
"Cammera del Lavoro". L sto io.
Per me qualunque giorno  indiferente,
so' pronto a fa' bisboccia a qualunqu'ora:
venite puro su libberamente...
- E voi che fate? - Gnente,
ma organizzo la gente che lavora.
29 marzo 1916
 ER ROSPO E ER GAMBERO
Un Rospo chiese ar Gambero: - Perch
cammini a parteddietro e pe' traverso?
Quanto tempo de meno avressi perso
se invece annavi dritto come me!
- So' gi sei vorte che me fai 'st'appunto,
- rispose allora er Gambero - ma bada:
ch a parte er modo de pij la strada
se ritrovamo su lo stesso punto.
Tra l'antre cose, poi, c' la questione
che tutta quanta la famija mia
camminava cos: pe' quanto sia,
io devo conserv la tradizzione!
Lo capirai da te ch' necessario... -
Er Rospo barbott: - Ma vall'a pija!
Tu chiami tradizzione de famija
quello che invece  un vizzio ereditario!
1 maggio 1915
 ER SOMARO E EL LEONE
Un Somaro diceva: - Anticamente,
quanno nun c'era la democrazzia,
la classe nostra nun valeva gnente.
Mi' nonno, infatti, per av raggione
se copr co' la pelle d'un Leone
e fu trattato rispettosamente.
- So' cambiati li tempi, amico caro:
- fece el Leone - ormai la pelle mia
nun serve pi nemmeno da riparo.
Oggi, purtroppo, ho perso l'infruenza,
e ogni tanto so' io che pe' prudenza
me copro co' la pelle de somaro!
1 maggio 1915
 LA PECORELLA
Una povera Pecora imprudente,
passanno un fiume spensieratamente,
casc nell'acqua, fece: glu-glu-glu,
e nun se vidde pi.
Naturarmente, tutte le compagne,
saputo er fatto, corsero sur posto
e incominciorno a piagne.
- Povera Pecorella!
- Lei ch'era tanto bona!
- Lei ch'era tanto bella! -
Puro l'Omo dann: ma, ne la furia
de dimostraje la piet cristiana,
invece de strill: - Povera Pecora! -
strill: - Povera lana!
5 aprile 1914
 LA FARFALLA E L'APE
- Bisogna che rimetta li colori.
- aveva detto la Farfalla bianca
mentre cercava de succhi li fiori -
Me vojo fa' un bell'abbito de moda
coll'ale d'oro filettate lilla
e un velo color celo su la coda.
Chiss quante passioni
far tra li mosconi de la villa! -
Un'Ape che girava tra le rose
j'agnede incontro e disse: - Amica mia,
nun  er momento de pens a 'ste cose...
Er sangue de li fiori che te piji
lo levi a me, che sudo e che lavoro
pe' protegge li fiji
ne le casette loro.
Che te ne fai dell'ale tutte d'oro
se poi l'ucelli barberi
agguattati sull'arberi
te s'affiareno addosso co' l'artiji?
Io sola, che ci un ago sempre pronto
pe' vendic un affronto,
potrebbe ripij le parte tue;
ma se per me levi la maniera
de rinforzamme l'arma, bona sera!
Restamo buggerate tutt'e due!
novembre 1916
 SCENZA E PREGGIUDIZZIO
Un Professore chiese a la servetta:
- Co' che te sei curata la ferita?
co' la tela de ragno? Ah, scimunita!
Nun sai che quela tela  sempre infetta?
Te stagna er sangue, s, ma spesse vorte
te l'avvelena e te condanna a morte.
L ce cova un bacillo che s'attacca
e fa l'effetto de la strichinina:
sta' attenta dunque, e quann' la matina,
ogni ragno che vedi, pija e acciacca;
ormai la scenza nova ha buggerato
li vecchi preggiudizzi der passato. -
Ecco che la servetta, er giorno istesso,
appena vidde un Ragno, manco a dillo,
fu tanto lo spavento der bacillo
che prese una ciavatta e j'ann appresso.
Ma quello se ferm. Dice: - Che fai?
Ragno porta guadagno, nu' lo sai?
Perch m'ammazzi? Nun so' forse io
che porto l'abbondanza drento casa?
- Se  cos, - fece lei - so' persuasa... -
E er Ragno disse: - Ringrazziamo Iddio!
Finch se p sfrutt la providenza
er preggiudizzio buggera la scenza.
10 luglio 1914
 FESTA DA BALLO
Li Sorci bianchi dnno una gran festa
in una bella casa signorile;
un Gatto, che passeggia ner cortile,
ner sent li rumori arza la testa.
Mentre li Sorci rideno fra loro,
arriva un Pipistrello mijonario
assieme a la signora Sorcadoro.
Er Gatto appizza er muso
e, un po' indeciso, guarda un lucernario
cr finestrino chiuso...
Incomincia la musica. Ogni coppia
s'abbraccica, se strigne e se strufina;
quarche maschio se sbronza e quarche femmina
pija la cocaina.
Er Gatto, risoluto,
move la coda morbida
come fosse una frusta de velluto,
e imbocca a precipizzio
le scale de servizzio.
- Ve vojo fa' ball da la finestra!
- barbotta er Micio mentre fa le scale -
Sentirete che musica! -
L'orchestra fa er galoppo finale...
 LO SPAURACCHIO
Un povero villano,
pe' spavent l'ucelli
che magnaveno er grano,
fece un pupazzo e lo piant ner prato
ch'aveva seminato.
Lo spauracchio, brutto quanto mai,
ciaveva in mano una bandiera rossa,
cr braccio steso, dritto, ne la mossa
d'uno che dice: - A chi s'accosta, guai! -
Un Tordo, impensierito de la cosa,
sur primo s'imbrutt; ma ner vedello
che rimaneva sempre in una posa
cap che c'era sotto un macchiavello.
- Questo  un pupazzo... - disse. E una matina
je fece quel'affare sur cappello.
16 maggio 1915
 ADAMO E LA PECORA
Adamo, che fu er primo propotente,
disse a la Pecorella: - Me darai
la lana bianca e morbida che fai
perch la lana serve tutta a me.
Bisogna che me vesta... Dico bene? -
La Pecorella je rispose: - Bee... -
E l'Omo se vest. Doppo tre mesi
la Pecorella partor tre agnelli.
Adamo je se prese puro quelli
e je taj la gola a tutt'e tre.
- Questi qui me li magno... Faccio bene? -
La Pecorella je rispose: - Bee... -
La bestia s'invecchi. Doppo quattr'anni
rimase senza latte e senza lana.
Allora Adamo disse: - In settimana
bisogner che scanni pur'a te;
oramai t'ho sfruttata... Faccio bene? -
La Pecorella je rispose: - Bee...
- Brava! -je strill l'Omo - Tu sei nata
cr sentimento de la disciplina:
come tutta la massa pecorina
conoschi er tu' dovere e dichi: bee...
Ma se per caso nun t'annasse bene,
eh, allora, fija, poveretta te!
luglio 1916
 L'ARRIVISMO
Un giorno 'na Lumaca forastiera,
che venne a Roma in mezzo a la verdura,
trov un Grillo e je disse: - So' sicura
che faccio una bellissima cariera,
ch qui qualunque fregno se presenta
diventa granne subbito, diventa...
E, in fonno, me lo merito. Pur'io
m'arampico striscianno e vado avanti.
Eh, si sapessi! Ce ne stanno tanti
che so' arrivati cr sistema mio!
Basta sap strisci su l'ideale,
qualunque strada  bona... Dico male?
- Ma indove passi tu ce lassi er segno,
- je fece er Grillo - e questo  'no svantaggio:
perch ogni tanto capita un passaggio
commodo, forse, ma nun troppo degno,
e nun sta bene che la gente scopra
su quante puzzonate passi sopra.
Io, invece, che m'aregolo ar contrario,
arivo a zompi, ma nessuno vede
in quali pistarecci metto er piede
quanno trovo un appoggio necessario:
volo su tutto, sarto allegramente
e passo per un Grillo indipennente.
14 giugno 1914
 LA PREVIDENZA
Un Gatto s'incontr con un amico:
- Come va? - Se campicchia... - E indove stai?
-Dice: - Lavoro in quer palazzo antico.
Uh! li sorci ch'acchiappo! Nun te dico!
Nun finischeno mai!
Che stragge! Che macello!
Fa piacere a vedello!
Per, ne la soffitta der palazzo,
c' la moje d'un sorcio co' la fija
e quelle, poveracce, nu' l'ammazzo:
prima per un riguardo a la famija
eppoi perch me fanno
trecento sorci all'anno...
In certe circostanze  necessario
un po' de sentimento umanitario...
30 ottobre 1916
 LE LUCCIOLE E LO SCORPIONE
Dodici Lucciolette ereno scese
co' le lanterne accese
a illumin li broccoli d'un orto.
Uno Scorpione che se n'era accorto
arz la testa e chiese: - Ch' successo?
Ste venute qui per un'inchiesta
o avete da imbast quarche processo?
Perch so' brutti tempi,
e doppo certi esempi nun vorrei
che quarche bestia fosse scivolata
fra le pallette de li Scarabbei...
Cercate, forse, un Baco camorista
ch'ha filato la seta a tradimento?
O quarche Lumacone ch'ha venduto
lo sputo per argento?
C' forse una Cecala, fra de noi,
che prima canta l'inni eppoi s'imbosca
aspettanno che tornino l'eroi?
O avete messo l'occhio su la Mosca
ch'ha portato li fiji in bocca ar Ragno
a scopo de guadagno?
- No, nun av paura:
- je rispose una Lucciola - per voi
nun c' nessun mandato de cattura.
Unitamente a le sorelle mie
faccio la luce su le cose belle,
ma nu' la faccio su le porcherie.
Nojantre semo un po' come le stelle
che mandeno quer tanto de chiarore
giusto pe' fa' l'amore.
Infatti stamo qui pe' regge er moccolo
ar Vermine che bacia la Farfalla
tra le foje d'un broccolo...
 LA SPECULAZZIONE DE LE PAROLE
Una Gallina disse a un Gatto nero:
- So' tre giorni che cerco mi' marito...
Chiss com' finito!
Pe' di' la verit ce sto in pensiero... -
Er Gatto corse subbito in cucina,
e, ner sent ch'er pollo era gi stato
bello che cucinato,
ritorn addietro e disse a la Gallina:
- Vostro marito passer a la Storia:
perch fece una morte propio bella,
arabbiato in padella,
framezzo ar pomidoro de la gloria!
J'hanno tirato er collo, questo  vero,
ma lui rimane sempre tale e quale
un martire der Libbero Pensiero
che se sacrific per l'Ideale...
Anzi, lo stesso coco
che l'ha tenuto ar foco, m'ha ridetto
che, fra l'antre onoranze, tra un par d'ore
sar commemorato in un banchetto
con un discorso de l'Ambasciatore...
Io stesso, come Gatto, penser
a sistemaje l'ossa... -
La vedova, commossa, ringrazzi...
 LA TRAPPOLA
In un Albergo, un Micio,
pe' raggioni d'ufficio,
faceva l'ispezzione der locale.
cchete che una sera,
appena vidde un Sorcio pe' le scale,
s'agguatt, l'appost; ma l'animale
scapp drent'a una trappola che c'era
e ce rest rinchiuso, a bocca sotto,
cr muso sfranto e cr codino rotto.
- Che buggiarata hai fatto!
- je disse allora er Gatto -
Te se' ito a schiaffa tra l'ingranaggio
per un po' de formaggio...
- Nun  per questo: - je rispose lui -
io cercavo una strada pi sicura
pe' libberamme da l'artiji tui:
ma, stupido che fui,
so' cascato in un'antra fregatura!
- Se ciavevi un po' pi de senso pratico,
- je disse er Micio - risparmiavi un guajo.
Da dove sei sortito? dar bagajo
de quarche dipromatico?
1916
 ER PASTORE E L'AGNELLI
Appena j'ebbe fatto l'iniezzioni
pe' fa' ven l'istinto sanguinario,
er Pastorello disse: -  necessario
che l'Agnelli diventino Leoni
per esse forti e dichiar la guerra
contro tutti li Lupi de la terra. -
Er motivo era giusto, e lo dimostra
che l'Agnelli risposero a l'invito;
ogni belato divent un ruggito:
- Morte a li Lupi! Via da casa nostra! -
Pe' falla corta, in quela stessa notte,
li Lupi se n'agnedero a fa' fotte.
Vinta che fu la guerra, er Pastorello,
doppo d'av sonato la zampogna,
strill co' tutta l'anima: - Bisogna
ch'ogni Leone ridiventi Agnello
e ritorni tranquillo a casa mia
ne l'interesse de la fattoria. -
Ma quelli j'arisposero: - Stai grasso!
Oramai, caro mio, se semo accorti
d'esse animali coraggiosi e forti
e no bestiole da portasse a spasso!
Dunque sta' attent'a te, ch d'ora in poi
li padroni der campo semo noi!
 LO SCORPIONE
Quanno che lo Scorpione s'innamora
chiama la Scorpioncina, je s'accosta
e l je fa la solita proposta
come se fosse propio una signora.
Pija un pretesto pe' portalla a spasso
de dietro a quarche sasso,
je zompa addosso eppoi
credo che su per gi fa come noi.
Ma er divario sta in questo: la compagna,
appena ch' finito er pangrattato,
s'avventa su l'amico disgrazziato,
l'ammazza, lo fa a pezzi e se lo magna.
Una vorta, in campagna,
viddi 'sta scena e dissi in mente mia:
- Sar quarche delitto passionale,
soliti drammi de la gelosia... -
Ma la Scorpiona indovin er pensiero
e disse: - Nun  vero!
Pe' nojantre  un istinto naturale
ch' la legge pi bella che ce sia.
Noi sapemo ch'er maschio  traditore:
finch j'annamo a ciccio  cos bono
che ce spalanca tutto: anima e core
e ce mette su un trono.
Ma, appena trova quello che cercava
e s' levato li capricci sui,
monta sur trono lui
e la povera femmina  la schiava.
Io, per, che so' furba e previdente,
pe' nun ved la fine de l'amore
ammazzo er maschio anticipatamente... -
E con un'aria de soddisfazzione
la Scorpioncina agnede fra le piante
pe' rosic la coda de l'amante:
l'urtimo avanzo de la relazzione.
10 agosto 1917
 NO E ER POLLO
Quanno venne er Diluvio Universale
No schiaff le bestie drento all'Arca
pe' protegge l'industria nazzionale.
Pi ce se mise lui
co' li tre fiji sui
e quattro donne pe' scop la barca.
Piove che t'aripiove, in pochi giorni
tutta la terra divent un gran mare
da nun distingue manco li contorni.
L'acqua sfasci li ponti,
ariv su li tetti de le case,
ariv su la cima de li monti...
Nun rimase che l'Arca solamente
sballottolata in mezzo a la corente.
cchete che una sera
No chiam le bestie una per una,
ma er Pollastro nun c'era.
- E che ce fai co' la Gallina sola,
- je chiese un'Oca - se te manca er Gallo
ch' er perno de la razza pollarola?
- Perch nun  montato quer vassallo?
- strill No - Sarebbe un ber disastro
de dov riman senza pollastro!
Bisogna ripescallo...
- Ah, no! - rispose er Pollo
ch'era rimasto a mollo -
Io preferisco de' mor affogato
piuttosto che rest sacrificato
con un padrone che me tira er collo!
Sar quer che sar, per conto mio
nun m'arimovo! Addio! -
Fu allora che No
volle attastallo ne li sentimenti.
Je disse: - Nu' la senti
la Gallina che strilla coccod?
Povera cocca! Soffre tante pene,
piagne, sospira... Quanto te v bene!
Nun parla che de te... -
A 'ste parole er Pollo arz la testa
con un chicchirich tanto de core
che je fece trem tutta la cresta.
E er pensiero de lei fu cos forte
che disse: - Vengo! Hai vinto la partita!
La Morte, spesso,  mejo de la Vita,
ma l'Amore  pi bello de la Morte!
10 maggio 1917
 LI ROSPI CONTRO L'AQUILA
A mezzanotte, se nun c' la luna,
la Lega de li Rospi se raduna
sull'orlo d'un pantano puzzolente.
Ecco ch'er Presidente
se sgargarozza e spiega
lo scopo de la Lega,
ch' quello de da' addosso
a chi nun sente simpatia p'er fosso.
- Cari colleghi, la diffamazzione
 tutta una questione de maniera:
in certe circostanze fa pi effetto
una cosa che nasce da un sospetto
che quanno nasce da una storia vera.
Dunque inventate, gi! Sotto a chi tocca!
cr fiele in core e cr veleno in bocca!
Nell'urtima riunione
se la semo pijata cr Leone;
stanotte, invece, avemo da di' male
dell'Aquila reale,
in modo che j'arivi e je rimanga
quarche schizzo de fanga... -
Un vecchio Rospo scivoloso e grasso,
spaparacchiato su la panza floscia,
slarga le cianche debboli e se scoscia
per arriv su un sasso.
- Compagni! - dice poi -
L'Aquila che se d tutta 'sta boria
nun  che la ruffiana de la Gloria
che specula sur sangue de l'Eroi!
-  vero! - Bene! - Bravo! - Morte all'Aquila!
- Abbasso! - Evviva noi! -
Er Rospo fa un inchino
e ricomincia la requisitoria:
- Io nun capisco come
quela bestiaccia co' quer becco a uncino
s' fatto tanto nome ne la Storia!
Per me nun ci che un merito! Uno solo!
Vola! E va be'. Ma a che je serve er volo?
Nojantri Rospi senza ann lontano
vedemo tutto er monno che se specchia
ner fonno der pantano:
dunque nun  'na cosa necessaria
d'ariv, come lei, tanto per aria!
- Perch je torna conto!
- barbotta un socio - Infatti ci la prova
che certi giorni, prima der tramonto,
rubba l'oro a le nuvole che trova...
-  una ladra! Una spia!
- strilla er pi giallo de la compagnia -
Ma, se vi qui, je romperemo l'ossa!
J'addrizzeremo quele gambe storte!
- Morte a l'infame! - Morte! -
E la buriana seguita, s'ingrossa
e l'improperie schizzeno pi forte.
Ma appena spunta in cima a la montagna
la prima luce rosa
che rid li colori a la campagna,
ogni Rospo s'azzitta e con un zompo
se rischiaffa nell'acqua mollacciosa.
Ciacchete! Un tonfo e poi... nun resta a galla
che quarche bolla e un po' de schiuma gialla...
 DA LA GUERRA A LA PACE 1914-1919
 LA NINNA-NANNA DE LA GUERRA
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto v la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
senn chiamo Farfarello
Farfarello e Gujermone
che se mette a pecorone,
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co' le zeppe,
co' le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ch se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucili
de li popoli civili...
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza...
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ch quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
 un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe' li ladri de le Borse.
Fa' la ninna, cocco bello,
finch dura 'sto macello:
fa' la ninna, ch domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So' cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno pi cordiali
i rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
ottobre 1914
 LA MADRE PANZA
Vedete quel'ometto sur cantone
che se guarda la panza e se l'alliscia
con una spece de venerazzione?
Quello  un droghiere ch'ha mischiato spesso
er zucchero cr gesso
e s' fatta una bella posizzione.
Se chiama Checco e  un omo che je piace
d'esse lasciato in pace.
Qualunque cosa che succede ar monno
poco je preme: in fonno
nun vive che per quella
panzetta abbottatella.
E la panza j'ha preso er sopravvento
sur core e sur cervello, tant' vero
che, quanno cerca d'estern un pensiero
o deve espone quarche sentimento,
ti d'occhio la trippetta e piano piano
l'attasta co' la mano
perch l'ajuti ner raggionamento.
Quanno scoppi la guerra l'incontrai.
Dico: - Ce semo... - Eh, - fece lui - me pare
che l'affare se mette male assai.
M stamo a la finestra, ma se poi
toccasse pure a noi?
Sarebbe un guajo! In tutte le maniere,
come italiano e come cittadino
io credo d'av fatto er mi' dovere.
Prova ne sia ch'ho proveduto a tutto:
ho preso l'ojo, er vino,
la pasta, li facioli, er pecorino,
er baccal, lo strutto... -
E con un'aria seria e pensierosa
aggricci l'occhi come pe' rivede
se nun s'era scordato quarche cosa.
Perch, Checco,  cos: v la sostanza,
e unisce sempre ne la stessa fede
la Madre Patria co' la Madre Panza.
gennaio 1915
 NATALE DE GUERRA
Ammalappena che s' fatto giorno
la prima luce  entrata ne la stalla
e er Bambinello s' guardato intorno.
- Che freddo, mamma mia! Chi m'aripara?
Che freddo, mamma mia! Chi m'ariscalla?
- Fijo, la legna  diventata rara
e costa troppo cara pe' compralla...
- E l'asinello mio dov' finito?
- Trasporta la mitraja
sur campo de battaja:  requisito.
- Er bove? - Puro quello
fu mannato ar macello.
- Ma li Re Maggi arriveno? -  impossibbile
perch nun c' la stella che li guida;
la stella nun v usc: poco se fida
pe' paura de quarche diriggibbile... -
Er Bambinello ha chiesto: - Indove stanno
tutti li campagnoli che l'antr'anno
portaveno la robba ne la grotta?
Nun c' neppure un sacco de polenta,
nemmanco una frocella de ricotta...
- Fijo, li campagnoli stanno in guerra,
tutti ar campo e combatteno. La mano
che seminava er grano
e che serviva pe' vanga la terra
adesso vi addoprata unicamente
per ammazz la gente...
Guarda, laggi, li lampi
de li bombardamenti!
Li senti, Dio ce scampi,
li quattrocentoventi
che spaccheno li campi? -
Ner di' cos la Madre der Signore
s' stretta er Fijo ar core
e s' asciugata l'occhi co' le fasce.
Una lagrima amara per chi nasce,
una lagrima drce per chi more...
dicembre 1916
 L'"INTERNAZZIONALE" TEDESCA
Ce fu un tedesco che gir l'Europa
con un cartello e un fazzoletto rosso
attaccato in un manico de scopa.
Er cartello diceva: - Proletari!
La patria  er monno! Dunque date addosso
a chi v fa' le spese militari.
Se volete la pace universale
bisogna ch'abbolite ogni frontiera.
Venite tutti sotto 'sta bandiera
che canteremo l'Internazzionale! -
Quanno er tedesco ritorn ar paese
agnede a casa de l'Imperatore
pe' fasse rimborsa tutte le spese.
- Be'? - dice - com' annata? - Bene assai!
La propaganda ha fatto un gran furore.
Dio! Quanti fessi! Nun credevo mai!
E l'ho lasciati tutti co' la smania
d'un le patrie in una patria sola...
E, in questo, je mantengo la parola
perch faremo tutta una Germania. -
Ma appena ch'ogni popolo s'accorse
der trucco preparato da 'sti ladri,
arz la testa, prese un'arma e corse...
- La Patria  nostra - dissero li fiji.
- La Patria  nostra! - dissero le madri.
E l'Aquilaccia se spunt l'artiji.
E m l'Imperatore, persuaso
che la bandiera rossa nun fa effetto,
la ti in saccoccia come un fazzoletto
e quarche vorta ce se soffia er naso.
27 agosto 1916
 UN RE UMANITARIO
Er giorno che Re Chiodo fu costretto
de dichiar la guerra a un Re vicino
je scrisse: - Mio carissimo cuggino,
quello che leggi  l'urtimo bijetto;
semo nemmichi: da domani in poi
bisogna sbudellasse fra de noi.
La guerra, come vedi,  necessaria:
ma, date l'esiggenze der progresso,
bisogner che unisca ar tempo istesso
la civirt moderna e la barbaria,
in modo che l'assieme der macello
me riesca pi nobbile e pi bello.
D'accordo cr dottore pensai bene
de fa' sterilizz le bajonett
perch er sordato venga fatto a fette
a norma de le regole d'iggene,
e a l'occasione ciabbia un lavativo
pieno de subblimato corosivo.
Pe' fa' in maniera ch'ogni schioppettata
se porti appresso la disinfezzione
ho fatto mette ne la munizzione
un pezzo de bambace fenicata:
cos, cr necessario de la cura,
la palla sbucia e la bambace attura.
Fra l'antri innummerevoli vantaggi,
come sistema de riscallamento
ho stabbilito ch'ogni reggimento
procuri de da' foco a li villaggi.
Incomincia a fa' freddo e capirai
che un po' d'umanit nun guasta mai.
La polizzia scentifica ha gi prese
l'impronte diggitali a tutti quanti
pe' distingue l'eroi da li briganti
che fanno l'aggressione ner paese;
sarebbe un'ingiustizzia, e quer ch' peggio
nun se saprebbe pi chi fa er saccheggio.
Ho pensato a la fede. Ogni matina
un vecchio cappellano amico mio
dir una messa e pregher er bon Dio
perch protegga la carneficina.
Cos, se perdo, invece der governo
rimane compromesso er Padre Eterno.
Ah! nun pi crede quanto me dispiace
de stracin 'sto popolo a la guerra,
lui che per anni lavor la terra
co' la speranza de god la pace;
oggi, per un capriccio che me pija,
addio campi, addio casa, addio famija!
Un giorno, appena torner er lavoro,
in queli stessi campi de battaja
indove ha fatto stragge la mitraja
rivedremo ondeggi le spighe d'oro:
ma er grano sar rosso e dar un pane
insanguinato da le vite umane.
Ma ormai ce semo e quer ch' fatto  fatto:
vedremo infine chi ciavr rimesso.
Addio, caro cuggino; per adesso,
co' la speranza che sarai disfatto
te, co' tutto l'esercito, me dico
er tuo affezzionatissimo nemmico.
ottobre 1914
 SERMONE 1914
Ges bono, che sei nato
pe' l'amore e pe' la pace,
er momento, me dispiace,
 pochissimo adattato;
nu' la senti la mitraja
su li campi de battaja?
Odio e sangue, ferro e foco:
c' la guerra! Nun c' Cristi!
Li discorsi pacifisti
de 'sti tempi vanno poco:
bada a te che quarche palla
nun te piombi su la stalla!
Tutto scoppia, tutto abbrucia,
 un massacro generale!
Solo tu rimani uguale
e conservi la fiducia
ner programma umanitario
ch'hai scontato sur Carvario.
Ecco qua li pastorelli
che te dnno li regali,
ma sta' attent'a li pugnali
e sta' attent'a li cortelli:
nun  er caso de fidasse
der bon core de le masse.
E ti d'occhio pi che mai
a li doni che te fanno
li Re Maggi de quest'anno...
Li Sovrani, tu lo sai,
cianno sempre preparata
quarche brutta improvisata.
Nun farebbe gnente spece
se nell'oro e ne l'incenso
ce mettessero in compenso
tanto piommo e tanta pece,
pe' sfrutta la religgione
fra le palle der cannone.
Nun guard se all'apparenza
ciai pi gente che te crede:
li strozzini de la fede
te richiameno d'urgenza
solamente quanno vonno
li vantaggi de 'sto monno.
Ciai l'appoggio de Maometto,
sei ben visto da Lutero,
puro er Libbero Pensiero
te comincia a fa' l'occhietto
e ritorni a fa' prodiggi
ne le chiese de Pariggi...
Ma sta' certo, Ges mio,
che co' 'st'anima de gente,
che s'inchina indegnamente
tanto ar Diavolo che a Dio,
a la fine c' paura
d'una bella fregatura!
 NE LA LUNA
Un giorno, co' l'idea de fa' fortuna,
agnedi in diriggibbile
ner monno de la Luna.
(Oggi tutto  possibbile.)
Sceso che fui, m'accorsi per un caso
che me trovavo propio su quer monte
che da lontano corisponne ar naso:
e subbito sentii come una voce
ch'esciva da l'interno de le froce.
Ciavevo indovinato. A un certo punto
viddi un signore biondo, grasso e grosso,
accucciato in un fosso,
ch'ogni tanto pijava quarche appunto.
- E quello chi sar? Vattelappesca!
- dissi fra me - Che diavolo far? -
L'omone rise e me rispose: - J... -
Era una spia tedesca.
ottobre 1914
 L'APE
Un'Aquila nera,
pe' fa' la provista
de miele e de cera,
piomb sur paese
dell'Ape e je prese
la robba che c'era.
(Che belle pretese!
Che bella maniera!)
Fu un vero massacro,
fu un vero macello:
sfasci tutto quello
ch' bello e ch' sacro.
cr becco e l'artiji
je ruppe le case,
je sfranse li fiji...
ma l'Ape rimase.
Rimase, e, se adesso
va in cerca de fiori
pe' fa' li lavori
che j'hanno soppresso,
l'Italia amorosa
je manna una rosa...
6 gennaio 1915
 NATALE 1915
Bentornato, Ges Cristo!
Puro 'st'anno hai ritrovati
tutti l'ommini impegnati
ne lo stesso acciaccapisto.
Se sbranamo come cani,
se scannamo tutti quanti
pe' tre grinte de briganti
mascherati da sovrani!
Mentre er Turco fa da palo
uno rubba, l'antro impicca...
Maledetta sia la cricca
che ci fatto 'sto regalo!
Tu, ch'hai sempre messo in pratica
la dottrina de l'amore
e nun mascheri er dolore
pe' raggione dipromatica,
che ne pensi de 'sti ladri
che ficcarono l'artiji
ne l'onore de le madri,
ne la carne de li fiji?
Che ne pensi, Ges mio,
de chi appoggia sottomano
la ferocia d'un Sovrano
che bombarda puro Iddio?
Fa' in maniera, Ges bello,
che una scheggia de mitraja
spacchi er core a la canaja
ch'ha voluto 'sto macello!
Fa' ch'armeno l'impresario
der teatro de la guerra
possa vede sottoterra
la calata der sipario.
Fa' ch'appena libberato
da li barbari tiranni
ogni popolo commanni
ne la Patria dov' nato.
Quanno un giorno azzitteremo
sin'all'urtimo cannone,
ch'imponeva la raggione
d'un Re matto e d'un Re scemo,
solo allora avranno fine
tante infamie e tante pene:
fischieranno le sirene,
fumeranno l'officine!
E, tornata l'armonia
su una base pi sicura,
resteremo (fin che dura)
tutti in pace... E cos sia!
25 dicembre 1915
 CANTILENA
Quanno  calato er sole
risento le parole
d'un canto che se perde
ne la campagna verde.
Arissomija a un coro:
a un coro de giganti
che cammineno avanti
abbracciati fra loro.
La cantilena pare
che nasca da la terra,
che venga su dar mare.
- Nun ve scordate - dice -
de chi se trova in guerra,
de chi combatte e more
sur campo de l'onore.
Sperate co' chi spera,
penate co' chi pena... -
La bella cantilena
se perde ne la sera...
13 agosto 1916
 ER DRAGO E ER RANGUTTANO
Un Drago che ciaveva quattro teste
voleva fa' la pelle a un Ranguttano
che s'era intrufolato piano piano
pe' sradic li boschi e le foreste.
Ma er Drago, bench fosse coraggioso,
rimaneva indeciso e pensieroso
perch ogni testa, disgrazziatamente,
la pensava in un modo diferente.
Lo Scimmiotto capiva e, manco a dillo,
s'approfittava de l'indecisione:
- Finch fanno cos, vado benone:
- diceva fra de s - rubbo tranquillo.
Io tengo quattro mani, ma ar momento
che devo fa' quer dato movimento
ognuna m'ubbidisce a la parola
perch  guidata da una testa sola. -
Allora er Drago, che magn la foja,
riun le teste e ce form un cervello
con un pensiero solo, ch'era quello
de fa' a pezzetti lo Scimmiotto boja.
- Parlamo meno, ch er silenzio  d'oro!
- diceveno le teste fra de loro -
Prima vincemo! E a l'occasione poi
cominceremo a... raggion fra noi!
6 febbraio 1916
 ADAMO E ER GATTO
Appena Adamo vidde er primo Gatto
je propose un contratto.
- Senti: - je disse - se m'ubbidirai
in tutto quello che me pare e piace,
te garantisco subbito una pace
come nessuno l'ha goduta mai.
Per bisogner che fin d'adesso
me tratti co' li debbiti rispetti
e rimani fedele e sottomesso...
Accetti o nun accetti?
- Grazzie, ne faccio senza:
la pace nun se compra, - disse er Micio -
ma se guadagna co' l'indipennenza
a costo de qualunque sacrificio.
A me nun m'ingarbuji come er Cane
che, per un po' de pane,
s'accuccia e t'ubbidisce a la parola.
Vojo la pace mia senza controllo,
senza frustate, senza musarola,
senza catene ar collo!
Dar modo come parli ho gi capito
che in fonno ciai l'istinto d'un tedesco... -
E ner di' questo er Gatto, insospettito,
arz la coda e lo guard in cagnesco.
novembre 1916
 L'ORSO BIANCO
Guarda, guarda l'Orso Bianco
come corre! Ammalappena
ch'ha spezzato la catena
de l'antico sartimbanco,
zompa, balla e nu' l'aregge
n la forza n la legge.
- Finarmente - dice l'Orso -
posso fa' quer che me pare
come un pesce in mezzo ar mare,
senza freno e senza morso.
Ci penato, ma d'adesso
so' er padrone de me stesso.
E pe' vede se  sicuro
d'esse libbero abbastanza
se d un pugno su la panza,
sbatte er grugno contro un muro,
pe' da' l'urtima culata
su la neve insanguinata.
E rimane in una posa
libberale indipennente,
fra l'evviva de la gente
che lo guarda sospettosa
perch dubbita e s'aspetta
quarche brutta piroletta.
- Ho finito d'esse schiavo!
Poveretto chi me tocca! -
dice l'Orso. Da ogni bocca
sorte un "bene", sorte un "bravo",
ma nessuno se ne fida
perch manca chi lo guida.
- Doppo tanti tiremmolla
nun ci pi nessun padrone!
-  giustissimo! Ha raggione! -
Ma gi vedo che la folla
cerca un novo sartimbanco
che ripiji l'Orso Bianco.
aprile 1917
 LA LUPA E L'ORSO
Jeri la Lupa s'incontr coll'Orso:
- M'hai fatto un ber servizzio! - disse lei -
Eppuro, granne e grosso come sei,
dovevi av un pochette de rimorso!
Invece d'aiutamme a fa' la guerra
hai preso certe pose che nun dico,
e adesso balli er tango cr nemmico
ch' er primo farabbutto de la terra!
Ma io nun sposto! Prima che l'Italia
sottoscriva una pace senza gloria,
ricomincio magari a fa' la Storia,
ricomincio magari a fa' la balia! -
L'Orso rispose: - Per la Patria mia
me vender la pelle cara assai... -
La Lupa chiese: - E quanno lo farai?
quann' fallita la pellicceria?
marzo 1917
 A CASA DE LA PACE
A l'entrata der cancello
der Palazzo de la Pace
cianno messo un campanello
foderato de bambace,
fatto in modo che chi sona
nun disturbi la padrona.
Sur cancello, sempre chiuso,
c' un su e gi d'ambasciatori
che se guardeno sur muso
perch resteno de fri,
mentre ognuno cerca e spera
de convince la portiera.
- Io ciavrebbe un ber proggetto...
- Io ciavrebbe una proposta...
- Sora spsa, c' un bijetto...
- Sora spsa, c' risposta...
- Sora spsa, fate presto,
dite quello... dite questo... -
Ma la vecchia, che per pratica
poco crede a l'ambasciate,
con un'aria dipromatica
dice a tutti: - Ripassate.
Nun me pare che sia l'ora
de parl co' la signora.
S, capisco, ste voi
che l'avete mantenuta:
ma la Pace, d'ora in poi,
 decisa e risoluta
de nun sta' co' le persone
che j'abbruceno er pajone.
D'ora in poi sar l'amica
de chi campa onestamente
cr lavoro e la fatica,
ma nun pi de quela gente
che je pianta a la sordina
un pugnale ne la schina.
14 gennaio 1918
 LA PACE DER LUPO
- Correte ch c' un Lupo che ce scanna! -
strillaveno le Pecore dar monte.
Er Pecoraro, che scopr l'impronte,
pij er fucile e usc da la capanna.
- Lo far secco come Dio commanna
con una palla in fronte! -
Ma er Lupo ch'era furbo,
viste le brutte, disse: - Famo pace!
So' stato boja, s, ma me dispiace
e, te domanno scusa der disturbo...
Anzi, da 'sto momento,
sar pi bono, metter giudizzio
e aggir con un antro sentimento...
- Nun se frega er santaro!
- rispose er Pecoraro -
Tu perdi er pelo, ma nun perdi er vizzio:
e, a costo de qualunque sacrifizzio,
finch nun sposti, miro,
finch nun caschi, sparo!
 ER DISARMO
- Se faranno er disarmo generale,
- barbottava la Vipera -  finita!
Er veleno che ci va tutto a male.
Nun m'arimane che una via d'uscita
in una redazzione de giornale... -
Er Porcospino disse: - Certamente
puro per me sarebbe un guaio grosso:
perch, Dio guardi je venisse in mente
de levamme le spine che ci addosso,
nun resterei che porco solamente!
 ER LUPO
C'era una madre che diceva ar pupo:
- Brutto cattivo! Se nun perdi er vizzio
de rosicatte l'ogna, chiamo er Lupo
che te mette giudizzio... -
Un Lupo che l'intese
pens: -- Come so' buffi a 'sto paese!
Ce tratteno da barberi e da ladri,
eppoi le stesse madri
chiameno a noi per educ li fiji
co' li boni consiji!
Ma badino, per! Ch se riesco
a compramme l'occhiali, cambio nome,
vado su a casa e me presento come
Professore tedesco.
Cos, mentre j'insegno la cultura,
scanno la madre e magno la cratura! -
E una sera ciann. Ma appena entrato
je parse de sent come un rumore
e vidde un antro Lupo ammascherato
da vecchio Professore.
- Adesso Dio lo sa come finisce!
- disse drento de s - Questo me frega... -
Ma quello, invece, s'accost ar collega
e chiese: - Spicche inglisce?
16 gennaio 1916
 L'EROE A PAGAMENTO
Un vecchio Re diceva ar Generale:
- Hai fatto bene a risic la vita
pe' difenne l'onore nazzionale.
Te dar la medja
a battaja finita...
- Grazzie, - fece l'eroe - ma dar contratto
devo av cento lire per ferita.
E noti bene, poi, che j'ho abbonato
un cazzotto in un occhio,
uno sgraffio ar ginocchio
e un gelone sdegnato...
L'ideale?... Eh, lo so, nun c' questione,
ma bisogna ch'io pensi a l'avvenire:
nove ferite, novecento lire,
 un prezzo d'occasione!...
- Su questo qui, - rispose er Re - so' pronto.
Anzi, data la somma che m'hai chiesta,
faremo mille e arrotondamo er conto...
Mor'ammazzato!... - E je spacc la testa.
 L'OMO NUDO
Appena scoppi l'obbice, un sordato,
nun se sa come, se trov in un fosso
senza camicia addosso,
nudo com'era nato.
Prov a sent, s'accorse d'esse sordo,
prov a parl, s'accorse d'esse muto.
- Perch sto qui? - pens - ce so' venuto
o me cianno mannato? Nun ricordo...
Chi so'? che fo? co' chi me so' sbattuto?
Quale sar la cara Patria mia
ch'ha trovato giustissima la guerra?
 l'Italia, la Francia o l'Inghirterra?
la Russia, la Germania o la Turchia?
Perch la fanno? pe' riav una terra
o pe' li prezzi de la mercanzia?...
Oggi che l'odio  quasi obbrigatorio
io nun odio nessuno!
Se ce fosse quarcuno
che me ne dasse un antro provisorio
forse risentirei tutto l'amore
che ciavevo ner core... -
Pens, cerc, ma visto ch'era inutile
pij una corda e s'impicc a un cipresso.
E fece bene: l'omo senza Patria
diventa l'assassino de se stesso.
 SE  VERO CHE LA GUERRA...
Se  vero che la guerra
purifica la terra,
come diventer
bona l'umanit!
Non pi l'odio de razza,
non pi l'odio de classe
che avvelen le masse,
che insanguin la piazza:
ma er povero e er signore
saranno pappa e cacio:
sopra ogni bocca un bacio,
sotto ogni bacio un core.
Lavoreremo senza
nessuna difidenza.
Nun sar pi permesso
ch'er Popolo Sovrano
se scortichi le mano
pe' fa' la scala a un fesso.
Se quarche chiacchierone
volesse fa' er tribbuno
nun ce sar pi uno
che je dar raggione.
Faremo un ripulisti
de tutti l'arrivisti.
L'Onore e la Morale
ritorneranno a galla
e giocheranno a palla
cr Codice Penale.
Chi sfrutta li cristiani
nun far pi quattrini.
Addio, vecchi strozzini!
Addio, vecchi ruffiani!
Addio per sempre, addio,
padron de casa mio!
Quarche signora prima
faceva un po' la matta,
ma doppo, a pace fatta,
se rifar la stima:
nun guarder pi un cane,
meno er marito suo...
(Eh, Nina! quello tuo
chiss come rimane!
Era cos contento
der vecchio adattamento!)
Saremo tutti boni,
saremo tutti onesti
come li manifesti
ner tempo d'elezzioni.
Qualunque vizzio c'era
sar purificato...
Che Popolo educato!
Che Borghesia sincera!
Che Societ pulita
ciavr la nova vita!
Ma se la guerra, in fonno,
doppo 'sti fatti brutti,
nun ce rinnova a tutti,
nun ripulisce er monno,
li pronipoti nostri
ner ripass la Storia
direbbero: - Accicoria!
Ammazzeli che mostri!
Scannaveno la gente
pe' nun concrude gnente!
23 aprile 1916
 LA LEGA
Er Cane disse ar Gatto: - D'ora in poi
ce rivolemo bene tutti quanti.
 finita la guerra! Da qui avanti
er bon esempio lo daremo noi.
Boni, tranquilli, tutt'e due vicini,
tra un'occhiatina, una carezza e un bacio,
potremo vive come pappa e cacio
pi peggio de li popoli latini.
- Se - disse er Gatto - in quarche circostanza
te sgraffio l'occhi, nun ce fa' pi caso... -
Er Cane disse: - Se te magno er naso
passece sopra e nun je da' importanza...
- Quanno er padrone nostro magna er pollo
divideremo l'ossa tra noi due...
- Ma se le mie so' meno de le tue
se pijeremo subbito p'er collo...
- E doppo av spartiti li bocconi
ritorneremo a fa' le controscene
pe' dimostra che se volemo bene...
come la Societ de le Nazzioni.
gennaio 1919
 ER RAGNO BIANCO
Un Ragno Bianco fece un bastimento:
piant du zeppi in croce
drento una mezza noce,
fil la tela, che serv da vela,
entr ner mare e se n'ann cr vento.
Un'Ostrica, che vidde la partenza,
je disse: - Dove vai, povero Ragno?
Io te vedo e te piagno! Che imprudenza!
Nun vedi er celo? Pare
che manni a foco er mare:
in ogni nuvoletta
c' pronta una saetta,
c' un furmine che casca
framezzo a la burrasca.
Come cammini, senza direzzione,
tu ch'hai perso la bussola e nun ciai
nemmanco la risorsa der timone?
- Eppuro - disse er Ragno sottovoce -
un'unica speranza che me resta
 de pot sarv da la tempesta
er tesoro che tengo ne la noce.
Io nun so dove vado e quanno arivo,
ma porto, per incarico speciale,
er seme de quell'arbero d'Ulivo
che ce dar la Pace Universale.
 VARIE
 L'OMO INUTILE
L'antro giorno ho veduto in un museo
un feto sotto spirito, in un vaso,
co' la mano attaccata in cima ar naso
com'uno che facesse marameo.
Dicheno ch' un fenomeno: un abborto
d'un feto de sei mesi nato-morto.
Fa un po' senso,  verissimo: ma poi,
quanno lo vedi in quela posizzione,
pare che piji in giro le persone
come volesse di': - Questo  per voi!
So' nato-morto, s, ma grazzie a Dio,
data l'umanit, sto mejo io.
Er monno  una commedia. Io ch'ho capito
ch' tutta una baracca inconcrudente
ci fatto capoccella solamente
per un'affermazione de partito:
e, da la mossa de la mano mia,
potete di' ch'affermazzione sia.
Nun ero nato pe' bagn la terra
de lagrime, de sangue e de sudore:
per me sarebbe stato un bell'onore
d'anna  mor ammazzato in quarche guerra,
ma invece me ne sto drento ar museo,
guardo la gente e faccio marameo...
20 febbraio 1916
 LO SBORGNATO
Un intoppato se ferm davanti
ar muro d'una casa e barbottava:
- Devo pass de qui: nun ce so' santi!
Com' che jeri a sera
'sta casa qui nun c'era?
M'hanno chiuso la strada, m'hanno chiuso,
pe' famme sbatte er muso! -
S'aridun la folla. - Uh! che tropea!
- Pretenne forse che se scansi er muro?
- V pass pe' de qui! Guarda ch'idea!
-  matto de sicuro!
- E c'incoccia! - E c'insiste!
- E ce batte de cassa! - E ce s'inquieta!
- 'Ste propotenze nun se so' mai viste! -
Io guardavo e dicevo fra de me:
-  un capriccio d'un povero intoppato:
se invece, Dio ce scampi, fosse stato
Imperatore o Re,
la folla, persuasa,
buttava gi la casa.
 L'ASSOLUZIONE
Er Papa je mann l'assoluzione:
- Va', - disse ar Nunzio - sbrighete: ma abbada
che quelli che t'incontreno pe' strada
nun chiedino nessuna spiegazzione.
Tiella sempre anniscosta e fa' in maniera
de nun esse fermato a la frontiera.
Sarebbe un'imprudenza se li vivi
potessero scopr da dove arrivi;
sarebbe un'imprudenza se li morti
potessero scopr dove la porti. -
Appena ch'entr in cammera da letto
l'incaricato disse: - Ci anniscosta
l'assoluzione che je manna apposta
la Santit de Papa Benedetto. -
E l se fece er segno de la croce,
arz la mano e disse a mezza voce:
- Doppo l'infamit ch'ha fatte lei
io, francamente, nu' je la darei:
ma er Papa  dipromatico, per cui
ego te absolvo... li peccati tui.
30 novembre 1916
 FRA CENT'ANNI
Da qui a cent'anni, quanno
ritroveranno ner zapp la terra
li resti de li poveri sordati
morti ammazzati in guerra,
pensate un po' che montarozzo d'ossa,
che fricand de teschi
scapper fra da la terra smossa!
Saranno eroi tedeschi,
francesi, russi, ingresi,
de tutti li paesi.
O gialla o rossa o nera,
ognuno avr difesa una bandiera;
qualunque sia la patria, o brutta o bella,
sar morto per quella.
Ma l sotto, per, diventeranno
tutti compagni, senza
nessuna diferenza.
Nell'occhio vto e fonno
nun ce sar n l'odio n l'amore
pe' le cose der monno.
Ne la bocca scarnita
nun rester che l'urtima risata
a la minchionatura de la vita.
E diranno fra loro: - Solo adesso
ciavemo per lo meno la speranza
de godesse la pace e l'uguajanza
che cianno predicato tanto spesso!
31 gennaio 1915
 BANCHETTO
Rumori de posate,
de piatti e de bicchieri:
via-vai de cammerieri,
incrocio de portate:
risotto, pesce, fritto...
Che pranzo! Che cuccagna!
Li tappi de sciampagna
ariveno ar soffitto;
chi parla, chi sta zitto,
chi ciancica, chi magna...
Guarda laggi la tavola
d'onore! Quanta gente!
In mezzo c' un Ministro
che nun capisce gnente,
eppoi, de qua e de l,
tutte notoriet,
nomi pi o meno cari
d'illustri fregnacciari.
S'arza er Ministro e resta
in una certa posa
come pe' di' una cosa
che gi s' messa in testa.
E, ner cacci le solite
parole rimbombanti
che j'empieno la bocca,
aggriccia l'occhi e tocca
la robba che ci avanti,
pe' d pi precisione,
a quel'idee che espone,
pe' mette pi in cornice
le buggere che dice.
E parla der "riscatto"
coll'indice sur piatto;
v la "fierezza antica"
e impasta la mollica,
cercanno l'argomenti
fra tre stuzzicadenti.
- La Patria - dice - spera... -
E scansa la saliera.
- L'Italia - dice - aspetta... -
E agguanta la forchetta
come se sventolasse una bandiera.
Appena ch'ha finito
je fanno un'ovazzione:
- Bravo! - Benone! - Evviva!...
- Che bella affermazzione!
- Tutto 'sto movimento
- pensa er Ministro - prova
ch'er Popolo  contento...
- Se fanno tante scene,
- barbotta er Coco -  segno
ch'hanno pranzato bene...
10 marzo 1914
 L'EROE E LI PUPAZZI
Quanno fin la guerra
l'Eroe piant la bajonetta ar muro
e se rimise a lavor la terra.
Era stato ferito cinque vorte,
ma se sentiva l'anima pi forte
e er braccio pi gajardo e pi sicuro.
E disse: - Se la vanga  arruzzonita
la far ritorn lucida e bella,
e invece de la morte
seminer la vita. -
Mentre faceva 'sto raggionamento
vort la testa e vidde da lontano
un omo, dritto, co' le braccia stese,
in un campo de grano.
- E tu che vi? - je chiese -
Sei gnente er deputato der colleggio
che se prepara er solito maneggio
pe' cojon er paese?
Cerchi per caso un popolo imbecille
che pagher le chiacchiere che fai
co' le carte da mille?
Chi rappresenti? forse un giornalista,
un eroe de la penna stilografica
ch'ha fatto l'avanzata co' le spille
su la carta geografica?...
O sei piuttosto er solito tribbuno
arrampicato su la groppa nostra,
ch'ammalappena che se mette in mostra
nun vede pi nessuno?
Ah! no! te riconosco!
Tu sei lo Spauracchio incaricato
de spavent li passeri der bosco...
Nun hai cambiato mica,
ch'Iddio te benedica!
Me l'aspettavo! Doppo tanti strazzi
ch'ho sofferto sur campo de battaja,
ritrovo li medesimi pupazzi
imbottiti de paja,
pronti a ricominci la pantomima
cr sistema de prima!
Ma adesso basta, caro mio: te vojo
da' foco cr petrojo...
- Ma che petrojo, un cacchio!
- strill lo Spauracchio -
Se doppo trenta mesi de trincea
hai cambiato d'idea,
te devi ricord che sei tu stesso
che un giorno me ciai messo:
e m, per cos poco,
me vorressi da' foco?
Io, per lo meno, servir a protegge
er grano de li campi, e nun fo danno
come purtroppo fanno
li pupazzi approvati da la legge!
1918

 LE COSE
1922
 LE COSE 1921
 LA BARCHETTA DE CARTA
Vicino a la fontana de la villa
c' una bella signora che ricama
un fascio de papaveri de stama
su un telarino lilla.
Ogni tanto se vorta e d un'occhiata
a la pupa che gioca, e, un po' pi spesso,
laggi, dove comincia l'arberata,
ar cancello d'ingresso.
- Che fai, Ninn? perch nun giochi a palla?
- Lo vedi, mamma? Ho fatto una barchetta,
per me c'entra l'acqua e nun sta a galla... -
(La madre nun s' accorta che la pupa
j'ha preso un fojo drento la borsetta.)
- Tesoro mio, sta' attenta,
ch te se sciupa l'abbituccio bello:
se fai cos, chiss che te diventa!... -
E ritorna a guard verso er cancello.
La barca va, ma nun s'aregge dritta,
e a un certo punto sbatte in uno scojo,
se piega, s'apre e comparisce un fojo
che se spalanca da la parte scritta:
"Mario adorato! Passa verso sera
ch parleremo pi libberamente.
Appena hai letto, strappa. Fa' in maniera
che la pupetta nun capisca gnente..."
 LA FAVOLA VERA
La sera s'avvicina
e l'ombre de le cose se ne vanno.
Nonna e nipote stanno
accanto a la finestra de cucina.
La vecchia regge la matassa rossa
ar pupo che ingomitola la lana
er filo passa e er gnmmero s'ingrossa.
- Nonna, dimme una favola... - Ci sonno...
- Quella dell'Orco che scapp sur tetto...
 vero o no che l'ha ammazzato nonno?
 vero o no che venne a casa tua
una matina mentre stavi a letto?
Che te fece? la bua?
E perch se chiamava l'Orco nero?
era cattivo,  vero?
- Era giovene e bello!
- dice piano la vecchia e aggriccia l'occhi
come pe' rivedello -
Ci ancora ne l'orecchia li tre scrocchi
che fece nonno ne l'apr er cortello... -
La nonna pensa e regge la matassa
ar pupetto che ignmmera la lana;
se vede un'ombra:  un'anima che passa...
che spezza er filo rosso e s'allontana...
 L'ANGELO CUSTODE
L'omo ci sempre un Angelo Custode
che l'accompagna come un cagnolino:
e 'st'angeletto che je sta vicino
l'assiste quanno soffre e quanno gode,
je custodisce l'anima e nun bada
che a incamminallo su la bona strada.
Io, quello mio, me lo figuro spesso,
anzi me pare quasi de vedello:
dev'esse un angeletto attempatello
cos scocciato de venimme appresso
che ogni vorta che faccio una pazzia
invece d'ajutamme scappa via.
Defatti dove stava quela sera
ch'agnedi da Giggetta e la cosai?
Doveva dimme: - Abbada a quer che fai!... -
Ma certamente l'Angelo nun c'era,
o, forse, avr pensato, ner vedella:
- Pur io farei lo stesso:  troppo bella! -
Nun me doveva di' ch'ero uno scemo
quanno, p'er gusto de spos la fija,
me misi a casa tutta la famija?...
(Se ce ripenso adesso ancora tremo!
Sette persone, un cane e una gallina
che m'impiastrava tutta la cucina!)
Nun me doveva da' de l'imbecille
quer giorno che firmai le cambialette
a Isacco lo strozzino che me dette
seicento lire e ne rivolle mille?
Quante ce n'ho sofferte! E chi sa quante
n'avr passate er povero avallante!
Ecco perch ce vado pe' le piste,
ecco perch me sbajo in bona fede:
la corpa  tutta sua, ch nun me vede:
la corpa  tutta sua, ch nun m'assiste:
la corpa  sua, ch nun me fa er controllo
quanno s'accorge che me rompo er collo.
A cose fatte, poi, me torna accanto,
me chiama, me mortifica, me strilla...
- Tu - dice - nun ciai l'anima tranquilla...
- Purtroppo! - dico - e me dispiace tanto!
Ma nun ce casco pi, te l'assicuro...
- Davero? Me lo giuri? - Te lo giuro... -
E ognuno dice le raggione sue
quasi pe' libberasse dar rimorso:
ma per se capisce dar discorso
che se pijamo in giro tutt'e due:
ch appena me ricapita una quaja
io ce ricasco e l'Angelo se squaja.
 L'ACCOMPAGNO
Ecco ch'er carro passa
coperto de corone:
intorno ar carro cinque o sei persone
che reggheno er cordone a testa bassa,
e appresso tanta gente
coll'aria addolorata,
che parla allegramente.
- Eh! - dice - poveretto!
 annato all'antro monno...
- Era un bon omo, in fonno.
- Chi je l'avesse detto!
- Chi lascia? - Tre nipote.
- Figurete che dote!
- Io credo bene che je toccheranno
trecentomila lire... - Poverelle!
Chiss che dispiacere proveranno! -
M'avvicino a un vecchietto: - Scusi tanto:
- dico - chi  morto? - Dice: - Nun saprei...
- Forse lo sapr lei, -
chiedo a un antro signore che ci accanto.
- Purtroppo: - dice -  er socio de mi' zio.
Anzi er discorso funebre ho paura
che lo dovr fa' io.
Come avvocato de la societ,
certo me toccher... Che scocciatura!
Era un bon omo, benedetto sia,
ma se pijava quarche impuntatura
nun se smoveva pi, Madonna mia!
Che carattere! Ammazzelo! D'artronne
beveva troppo, eppoi,
a dilla qui fra noi,
ancora je piaceveno le donne...
A quell'et!... Nun  pe' faje torto,
ma quasi quasi  un bene che sia morto! -
Ecco che a un certo punto,
quanno er corteo se ferma, l'avvocato
s'accosta ar carro e, doppo av guardato
un fojo bianco indove ci un appunto,
comincia a di': - Coll'animo strazziato
parler de le doti der defunto.
Addio per sempre, addio,
povero amico mio,
nobbile e raro esempio de virt!
Nun ce vedremo pi!...
.....................................
- Quant'anni aveva? - Un'ottantina appena...
- L'ha ammazzato la balia! - E quann' stato?
- Jeri a le quattro... - Immaggina che scena!
- Era ammojato? - No.
- Ma ciaveva l'amica... - Questo s:
una certa Fann
che lo chiamava sempre zio Coc.
- Lui puro s' voluto divert...
- Accidenti, per!...
 A MIM
Te ricordi der primo appuntamento
quanno ch'avemo inciso er nome nostro
su quela vecchia lapida der chiostro
de dietro ar cortiletto der convento?
Fui io che scrissi: "Qui
Carlo baci Mimi.
Quindici maggio millenovecento".
Pi de vent'anni! Pensa! Eppure, jeri,
ner rilegge quer nome e quela data,
quasi ho rimpianto l'epoca beata
che m' costata tanti dispiaceri:
e t'ho rivisto l, come quer giorno,
coll'abbitino de setina lilla
e er cappelletto co' le rose intorno...
- Tutto passa! - dicevo - Le parole
che scrissi co' la punta d'una spilla
sfavilleno sur marmo, in faccia ar sole,
ma nun so' bone de rimette in vita
una cosa finita... -
Stavo pe' piagne, quanno, nun so come,
ho visto scritto su lo stesso posto
un'antra data con un antro nome:
"Pasquale e Rosa: li ventotto agosto
der millesettecentoventitr".
Allora ho detto: - Povero Pasquale,
sta un po' peggio de me...
 RICORDI D'UN COM
Jeri, cercanno certe vecchie carte
in fonno a un tiratore, ho ripescato
un ritratto ingiallito e impataccato
cr un nome e una data da 'na parte;
c' scritto: "T'amo eternamente!", e sotto.
"Ninetta tua. - Settembre novantotto".
Chi diavolo sar 'sta Nina mia
che tempo fa m'amava eternamente?
Pe' quanto ho ricercato ne la mente
nun m' riescito de cap chi sia...
Povera Nina mia! Povero amore,
che sei finito in fonno a un tiratore!
E de chi sar mai 'sta bomboniera
che c' stampato "Nozze" pe' traverso?
Vall'a cap! Sarebbe tempo perso.
Ormai se so' sposati e bona sera,
se so' sposati e ringrazziamo Iddio
ch'er marito felice nun sia io.
Fra l'antre cose ho ritrovato pure
uno specchietto rotto, un fiocco rosa,
un terno, una ricetta, un'antra cosa...
Tutti ricordi! Tutte fregature!
Ma la mejo che c' credo che sia
una fede de nascita: la mia.
Defatti, da la fede de battesimo
risurta che so' nato er tre febbraro
mille ottocento... L'anno nun  chiaro
perch c' un bucio ar posto der millesimo:
forse un sorcetto ha rosicato er fojo
pe' coprimme l'et con un imbrojo.
Ma ha voja a rosic! Resta lo specchio
che vale mejo de la carta straccia...
L'unico amico che me parla in faccia
jeri m'ha detto: - Eh, caro mio, sei vecchio,
nun tanto per l'et quanto per quello
che t'ha lograto l'anima e er cervello.
Ecco un capello bianco, ecco una ruga...
Tu strappi, levi, copri... e credi spesso
de compar vent'anni... Ma  lo stesso
a l'illusione de la tartaruga
ch'annisconne la testa, persuasa
che nun se veda pi manco la casa!
 L'ILLUSIONE
Er vecchio dava segni de pazzia.
Me disse: - In quela scatola de latta
ci chiusa drento l'anima ch'ho fatta
pe' la biondina ch' scappata via...
- Che dichi? Hai fatto un'anima?... - Sicuro!
E ci messo lo spirito pi puro
perch serviva pe' la donna mia.
L'ho fabbricata al lume de le stelle
in una notte piena de passione,
co' li pensieri de le cose bone,
co' li sospiri de le cose belle...
- E la donna?... - La donna ha preso er volo
e so' rimasto solo...
- Lassela perde pe' la strada sua,
- je dissi allora - stupido che sei.
L'anima che credevi de fa' a lei
nun  ch'er sopravanzo de la tua...
-  giusto: - fece er matto a denti stretti -
un'antra vorta, invece de fa' l'anima,
je fo li stivaletti... -
Er vecchio dava segni de pazzia.
La notte me strill: - Damme una mano
pe' ripesc la Luna ner pantano,
ch' scivolata ne la porcheria.
La vojo port a casa,
'sta Luna ficcanasa,
che guarda indiferente
l'infamie de la gente,
perch nun ha capito
ch'er monno s' ammattito! -
E detto fatto entr
nell'acqua sporca, ma
dodici rospi fecero cro-cro
e sei ranocchie fecero cra-cra...
- Tirate er fiato a voi -
je disse er matto, eppoi
co' tutt'e due le braccia
cerc ne la mollaccia.
- Bisogna ripescalla
'sta vecchia faccia gialla,
che quanno ride pare
che pensi solo ar mare
e invece, sottomano,
se ficca ner pantano... -
Ma a un certo punto l'acqua lo copr
e er vecchio matto nun se vidde pi.
Dodici grilli fecero cri-cri
e sei cecale fecero cru-cru...
La Luna piena, intanto,
che guardava la scena fra le stelle,
rideva a crepapelle...
15 agosto 1916
 LA RICONOSCENZA DE LI POSTERI
Una vorta, per un caso,
drento all'orto d'un amico
fu trovato un busto antico
d'un pupazzo senza naso,
co' li boccoli de marmo
e una barba longa un parmo.
Da le rughe der pensiero
che j'increspeno la fronte
ce se vedeno l'impronte
d'un filosofo davero;
ma chi diavolo sar?
ch'avr fatto? chi lo sa?
Sur davanti, veramente,
c' er cognome scritto sotto:
ma, siccome  mezzo rotto,
se distingue poco o gnente
e se legge, tutt'ar pi,
ch'era Stefano der Q...
Come mai fu sotterrato
fra li cavoli dell'orto?
Quann' nato? quanno  morto?
Ch'ha scoperto? ch'ha inventato?
Li spaghetti o le cambiale?
Fece bene o fece male?
Fu chiamato un antiquario:
- Questo - disse -  un mezzo busto
fatto male, senza gusto,
e d'un genere ordinario;
vale poco: sia chi sia
 una vera porcheria! -
E fu messo in un cantone
come fosse un muricciolo,
dove spesso c' un cagnolo
che pe' fa' quela funzione
forma un arco co' la cianca
su la bella barba bianca.
 BOLLA DE SAPONE
Lo sai ched' la Bolla de Sapone?
L'astuccio trasparente d'un sospiro.
Uscita da la canna vola in giro,
sballottolata senza direzzione,
pe' fasse cunnol come se sia
dall'aria stessa che la porta via.
Una Farfalla bianca, un certo giorno,
ner vede quela palla cristallina
che rispecchiava come una vetrina
tutta la robba che ciaveva intorno,
j'agnede incontro e la chiam: - Sorella,
fammete rimir! Quanto sei bella!
Er cielo, er mare, l'arberi, li fiori
pare che t'accompagnino ner volo:
e mentre rubbi, in un momento solo,
tutte le luci e tutti li colori,
te godi er monno e te ne vai tranquilla
ner sole che sbrilluccica e sfavilla. -
La Bolla de Sapone je rispose:
- So' bella, s, ma duro troppo poco.
La vita mia, che nasce per un gioco
come la maggior parte de le cose,
sta chiusa in una goccia... Tutto quanto
finisce in una lagrima de pianto.
 LA GENTE
Volle resta co' me perch la zia
j'aveva dato un'ombrellata in testa.
- Vedrai che sar bona, sar onesta...
Carlo! - me disse - nun me mann via!
Senn, lo sento, faccio una pazzia!... -
Io, che leggevo, j'arisposi: - Resta. -
Tutta la gente disse: - Ma ch'ha fatto?
S' presa a casa quela scivolosa...
Povero Carlo!  diventato matto! -
Naturarmente me n'innammorai:
l'amore  un'abbitudine; ma un giorno,
pe' via d'un fregno che je stava intorno,
me disse: - Carlo... me ne vado, sai?
Vado a Milano e forse nun ritorno... -
Io, che scrivevo, j'arisposi: - Vai. -
Tutta la gente disse: - L'ha piantato...
Se vede che c' sotto quarche cosa...
Era tanto carina... Che peccato! -
Un mese fa rivenne. Nun ve dico!
Quanno me vidde me baci le mani
come pe' ricorda l'amore antico...
Eppoi me disse: - Partir domani:
per, se me rivi, pianto l'amico... -
Io, che fumavo, barbottai: - Rimani. -
La gente disse subbito: - Hai sentito?
Se l' ripresa e forse se la spsa...
Povero Carlo! S' rincojonito!
 SCIAMPAGNE
Nun bevo che Frascati. Lo sciampagne
me mette in core come un'allegria
per una cosa che m'ha fatto piagne:
o pe' di' mejo sento
che er piacere che provo in quer momento
 foderato de malinconia.
Er botto che fa er tappo
quanno la stappo, er fiotto de la schiuma,
ch'esce, ricresce, friccica e finisce,
me rappresenta la felicit
che, appena nasce, sfuma:
che, come vi, sparisce.
Prova ne sia che tengo sur com
una vecchia bottija de spumante,
ma nu' la bevo e nu' la stapper;
perch me fa l'effetto che in quer vetro
ce sia riposta un po' de quela gioja
sincera e bella de tant'anni addietro.
 come una riserva. Forse un giorno,
combinazzione rivenisse lei,
chiss... la stapperei
pe' festeggi er ritorno;
ma lo spumante  un vino che svapora,
perde la forza... e allora
che figura ce faccio
se nun zompa er turaccio?
 LA RASSEGNAZZIONE
Er cortiletto chiuso
nun serve a nessun uso.
Dar giorno che li frati de la Morte
se presero er convento, hanno murato
le finestre e le porte:
e er cortile rimase abbandonato.
Se c'entra un gatto, ammalappena  entrato
se guarda intorno e subbito risorte.
Tra er muschio verde e er vellutello giallo
ancora s'intravede una Fontana
piena d'acqua piovan
che nun se move mai: come un cristallo.
O tutt'ar pi s'increspa
quanno la sera, verso una cert'ora,
se sente stuzzic da quarche vespa
o da quarche zampana che la sfiora.
Pare che in quer momento
je passi come un brivido: un gricciore
su la pelle d'argento.
Eppure 'sta Fontana anticamente
se faceva riemp da un Mascherone
che vommitava l'acqua de sorgente:
un'acqua chiara, fresca, trasparente,
che usciva cr fruscio d'una canzone
e se la scialacquava allegramente.
Dar giorno che nun butta,
er vecchio Mascherone s' avvilito:
forse je seccher d'esse finito
cr naso rotto e co' la bocca asciutta.
Perch de tanto in tanto
guarda sott'occhio la Fontana amica
e pare che je dica:
- Nun m'aricordo pi se ho riso o pianto.
T'ho dato tutto quello ch'ho potuto,
fino all'urtima goccia ch'hai bevuto
pe' la felicit de statte accanto! -
Ma la Fontana  sorda:
nun pensa, nun ricorda...
Resta tranquillamente a braccia aperte
e ancora se diverte
co' quer po' de sussidio che riceve
da la pioggia che casca e certe vorte
perfino da la neve...
e manco fa pi caso
ar vecchio Mascherone senza naso.
 L'OCA
Un giorno presi un'Oca e j'insegnai
a fa' li voli dritti, verso er celo,
che in generale l'Oca nun fa mai.
Infatti stacc er volo piano piano,
ma j'amanc la forza e per un pelo
me restava affogata in un pantano.
Allora me strill: - Brutt'animale!
Speravi tu che l'Oca der cortile
volasse come un'aquila reale? -
Ninetta ch' pi bona e pi gentile
nun m'avrebbe risposto cos male!
 ER CANE POLIZZOTTO
Jeri ho incontrato un Cane polizzotto.
Dico: - Come te va? - Dice: - Benone!
Ogni ladro che vedo je do sotto.
Li sento da l'odore, caro mio!
cr naso che ci io!... -
In quer mentre  passato un fornitore
che Dio solo lo sa quant'ha rubbato.
Ho chiesto ar Cane: - Senti un certo odore? -
Ma lui m'ha detto: - No... So' raffreddato... -
Er Cane polizzotto ch'ho incontrato
lo faranno prestissimo questore.
 RE LEONE
- Bisogna che venite appresso a me! -
disse er Leone ar popolo animale.
E tutti quanti agnedero cr Re.
Ma doppo un po' de strada cchete che
er Re rimase in coda, cr Cignale.
- Ritorna ar posto indove t'eri messo,
- je disse quello - e insegnece er cammino...
- Va' l, - rispose er Re - tanto  lo stesso:
oggi chi guida un popolo  destino
che poi finisce per annaje appresso.
 TEMPO PERSO
Jeri ho chiesto a la Strega: - Vecchia mia,
perch nun me riporti una vescica
co' li sospiri ch'ho buttato via?
- Va' l, va' l, risparmia la fatica,
- m'ha risposto la Strega - dar momento
che li sospiri sfumeno cr vento...
- Allora - ho detto - porteme una boccia
co' tutti queli pianti che versai... -
Ma la Strega ha sgrullato la capoccia
e m'ha risposto: - Fijo, nu' lo sai
che perfino le lagrime pi amare
so' gocce che se perdeno ner mare?...
 LA MODESTIA DER SOMARO
- Quello che te fa danno  la modestia:
- disse un Cavallo a un Ciuccio - ecco perch
nun sei riuscito a diventa una bestia
nobbile e generosa come me! -
Er Ciuccio disse: - Stupido che sei!
S'io ciavevo davero l'ambizzione
de fa' cariera, a 'st'ora gi sarei
Ministro de la Pubblica Istruzzione!
 ER PRIMO PESCECANE
Doppo av fatto l'Arca
No disse a le Bestie: - Chi s'imbarca
forse se sarver, ma chi nun monta
s e no che l'aricconta.
Perch fra pochi giorni, er Padreterno,
che s' pentito d'av fatto er monno,
scatener un inferno
pe' rimannacce a fonno.
Avremo da rest sei settimane
tutti sott'acqua: e, l, tocca a chi tocca! -
Ogni bestia trem. Ma un Pescecane
strill: - Viva er Diluvio! - E apr la bocca.
 L'EVOLUZZIONE
Un Communista disse a la Gallina:
- Quant'anni so' ch'esisti? Tanti e tanti!
Eppure nun hai fatto un passo avanti
e sei rimasta sempre una cretina!
Saranno da li tempi de No
che canti coccod! -
La Gallina rispose: -  la natura.
Voressi gnente che facessi l'ova
con una forma nova
cr rosso verde e co' la chiara scura?
Er mi' lavoro, invece,  sempre eguale
e la canzona mia rimane quella;
er coccod te scoccia? oh questa  bella!
che vi che canti? l'Internazzionale?
 ER POLLO E ER MASTINO
Un Pollo che raspava in un giardino
vidde un Cane Mastino
senza catena e senza musarola.
- Riverisco, Eccellenza... -
je fece er Pollo con un bell'inchino,
scivolanno sull'urtima parola.
Spesso, pi che la stima,  la prudenza
che ce consija a fa' la riverenza.
Prova ne sia che, doppo un mese, er Pollo,
ner pass dar cortile d'un ospizzio,
vidde er Mastino co' la corda ar collo.
- Ah, - dice - finarmente
t'hanno messo giudizzio?
Sei finito in cortile! Addio, pezzente!
- O in giardino o in cortile,
- rispose er Cane - resto sempre forte;
tu resti sempre un vile.
 LA BESTIA RAGGIONEVOLE
Arrivato a lo svorto d'un palazzo
er povero imbriaco inciampic,
capolitombol
e rimase cos, come un pupazzo.
- Zul, Zul, perch me lasci solo?
- ciangott l'intoppato ar Cagnolino
accucciato de dietro a un muricciolo -
Perch te sei nascosto? A bon bisogno
nun te ricordi pi che so' er padrone... -
Er Cane disse subbito: - Hai raggione,
ma a di' la verit me ne vergogno!
 LIBBERT, UGUAGLIANZA, FRATELLANZA
 LA LIBBERT
La Libbert, sicura e persuasa
d'esse stata capita veramente,
una matina se n'usc da casa:
ma se trov con un fotto de gente
maligna, dispettosa e ficcanasa
che j'imped d'ann libberamente.
E tutti je chiedeveno: - Che fai? -
E tutti je chiedeveno: - Chi sei?
Esci sola? a quest'ora? e come mai?...
- Io so' la Libbert! - rispose lei -
Per esse vostra ci sudato assai,
e m che je l'ho fatta spererei...
- Dunque potemo fa' quer che ce pare... -
fece allora un ometto: e ner di' questo
volle attastalla in un particolare...
Per la Libbert che vidde er gesto
scapp strillanno: - Ancora nun  affare,
se vede che so' uscita troppo presto!
 L'UGUAGLIANZA
Fissato ne l'idea de l'uguajanza
un Gallo scrisse all'Aquila: - Compagna,
siccome te ne stai su la montagna
bisogna che abbolimo 'sta distanza:
perch nun  n giusto n civile
ch'io stia fra la monnezza d'un cortile,
ma sarebbe pi commodo e pi bello
de vive ner medesimo livello. -
L'Aquila je rispose: - Caro mio,
accetto volentieri la proposta:
volemo fa' amicizzia? so' disposta:
ma nun pretenne che m'abbassi io.
Se te senti la forza necessaria
spalanca l'ale e viettene per aria:
se nun t'abbasta l'anima de fallo
io seguito a fa' l'Aquila e tu er Gallo. -
 LA FRATELLANZA
Un certo amico mio conserva un callo
riposto in un astuccio de velluto
sotto una scatoletta de cristallo.
- E che robb': - je chiesi una matina.
Dice: -  un ricordo! - Dico: - Ma te pare
che sia un affare da ten in vetrina?
Se fusse robba mia
la frullerebbe via!... -
Lui me rispose subbito: - Ar contrario!
'Sto callo rappresenta l'ideale
d'un programma sociale-umanitario
d'un omo che insegn per cinquant'anni
la vera fratellanza universale!
Era un brav'uomo, credi; un vero specchio:
bono, sincero, onesto... Se chiamava
Pasquale Chissen. Povero vecchio!
Passava l'ore e l'ore
davanti ar tavolino der caff
pe' fa' la propaganda de l'amore...
Povero Chissen!
Qual'era er sogno suo? Quello de vede
l'ommini abbraccicati fra de loro
uniti ne la pace e ner lavoro,
immassimati ne la stessa fede...
Ma pe' convince er popolo sovrano
de quello che diceva, ogni tantino
dava un cazzotto in mezzo ar tavolino...
finch je venne er callo ne la mano.
Ecco perch lo tengo! Ecco perch
quanno sento parl de fratellanza
ripenso ar callo e sento in lontananza
una voce che dice: Chissen...
 SEMPRE BESTIE...
 LA ZAMPANA
Mentre leggevo l'urtimo volume
de la Storia d'Italia, una Zampana
sonava la trombetta intorno ar lume.
Io, sur principio, nun ce feci caso:
ma quanno m' venuta sotto ar muso
pe' pizzicamme er naso,
ho preso er libbro e, paffete, l'ho chiuso.
Poi l'ho riaperto subbito, e in coscienza
m' dispiaciuto de vedella sfranta
a paggina novanta,
fra le campagne de l'Indipendenza.
M' dispiaciuto tanto che sur bordo
der fojo indove s'era appiccicata
ci scritto 'st'epitaffio pe' ricordo:
"Qui giace una Zanzara
che mor senza gloria,
ma suon la fanfara
per restar nella Storia."
In Italia, a un dipresso,
se p diventa celebri lo stesso.
 LA RAGGIONE DER PERCH...
Jeri sentivo un Grillo
che cantava tranquillo in fonno a un prato;
un po' pi in l, dedietro a lo steccato,
una Cecala risponneva ar trillo;
e io pensavo: - In mezzo a tanti guai
nun c' che la natura
che nun se cambia mai:
'ste povere bestiole
canteno l'inno ar sole
co' la stessa annatura,
co' le stesse parole
de seimil'anni fa:
cr solito cri-cri,
cr solito cra-cra...
Dar tempo der peccato origginale
tutto  rimasto eguale.
Dall'Aquila a la Pecora a la Biscia,
chi vola, chi s'arampica, chi striscia;
dar Sorcio a la Mignatta a la Formica
chi rosica, chi succhia, chi fatica,
ma ogni bestia s'adatta a fa' la vita
che Dio j'ha stabbilita.
Invece l'Omo, che nun se contenta,
sente er bisogno de l'evoluzzione
e pensa, studia, cerca, scopre, inventa...
Ma sur pi bello ch' arivato in cima,
quanno se crede d'esse pi evoluto,
vede un pezzetto d'oro... e te saluto!
 pi bestia de prima!
 L'ORCO INNAMMORATO
C'era una vorta un Orco
ch'annava appresso a 'na regazza onesta.
Quella je disse: - Che s' messo in testa?
V che me spsi un omo cos porco?
Madonna mia! Ce mancherebbe questa!...
- S, - fece l'Orco che nun era un micco -
so' stato un birbaccione, nu' lo nego,
ma m, per, so' diventato ricco,
rifaccio er galantomo e me ne frego. -
Lei sospir: - Ma che dir la gente
quanno sapr che un vecchio farabbutto
s' unito con un'anima innocente?
Bisognerebbe vive in quarche sito
dove se scorda tutto:
tanto er bene che er male,
tanto er bello che er brutto...
Ho inteso che ner bosco c' una fata
ch' rinomata assai per un decotto
dell'erba d'ogni mese: una cicoria
che fa perde debbotto la memoria... -
L'Orco scrocchi li denti e j'arispose:
- Senza che cerchi l'erba d'ogni mese,
ar monno c' un bellissimo paese
dove nun se ricordeno le cose...
- Qual'? - L'Italia. -
La regazza onesta
fece de s tre volte co' la testa.
 RAJI E GRUGNITI
Quanno er Somaro canta arza l'orecchia,
slarga le froce, ride e guarda er sole.
Tutti sanno la musica, ch  vecchia,
ma nessuno conosce le parole.
Che ce sar anniscosto in quer motivo?
un ritornello de rassegnazzione
o un inno sovversivo?
Ringrazzia forse Iddio che l'ha creato
per esse bastonato
o se la pija co' la Previdenza
perch nun je fa perde la pazzienza?
Certo, che quanno raja
se vede che se stacca e s'allontana
da le miserie de la vita umana:
e nun guarda nemmeno
n la paja n er fieno.
Ner Porco, invece, quanno fa er grugnito,
ce se sente lo sfogo materiale:
perch rif quer verso, sempre eguale,
come un'affermazzione de partito.
Ma nun pensa e nun crede
che a la robba che vede e ariccapezza
framezzo a la monnezza.
Quanno ha ficcato er muso
drento lo scudellone de la bobba
lo scopo de la vita  bell'e chiuso.
Chi sar pi felice e pi contento?
Quello che vive a stento,
ma ci in core una fede e una speranza,
o quello che raggiona co' la panza
e se ne frega d'ogni sentimento?
 ER MOSCONE E LA ROSA
Ner giardinetto mio, jeri ho veduto
una Rosa e un Moscone
che se so' dati l'urtimo saluto.
La Rosa ha detto: - Addio,
vecchio Moscone mio!
Come  finita presto la staggione!
Senti che ariaccia? Er vento se lamenta
e er celo che s'annuvola barbotta
contro la terra ghiotta
che nun  mai contenta...
Te ricordi quer giorno
quanno m'hai vista spalancata ar sole,
quante parole m'hai ronzato intorno?
Com'ero bella! E adesso so' finita
spampanata e appassita
cr vento che me sciupa e che me sfoja...
Me ne vado cos! Quest' la vita!
Che te ne fai d'un fiore
che nasce, cresce e more
senza prov una gioja,
senza sent un dolore?
Quanto sarei felice se una mano
me venisse a strapp da la radice
pe' portamme lontano!
Me piacerebbe tanto
che quer po' de profumo che m'avanza
servisse a rallegr quarche speranza,
svanisse ne la pena d'un rimpianto...
Ma, invece, no: per me nessuno ha riso,
per me nessuno ha pianto!
- Freghete! come sei sentimentale!
- j'ha risposto er Moscone, co' l'idea
de riarzaje er morale -
Nun sei contenta de rest cos?
Lo sai dov' finita l'Orchidea
che stava ne la serra der giardino?
 stata ritrovata in un casino
infangata per terra.
fra un piedone e un piedino...
Com' finito er Crisantemo giallo?
A una festa da ballo,
ammosciato sur fracche d'uno scemo...
Povero Crisantemo!
Io che come Moscone giro er monno,
e lo conosco a fonno,
te posso di' che a bazzic la gente
ce se rimette sempre quarche cosa:
e se l'umanit, presentemente,
pare pi bona, pare pi amorosa,
lo sai che segno ? Che se riposa
pe' via ch' stata troppo delinquente.
 SEIMILA ANNI FA...
Iddio fece un'inchiesta er primo giorno
pe' vede come staveno le cose:
- Che sia fatta la luce! - E j'arispose
l'eco der vto che ciaveva intorno.
In fonno ar celo subbito spuntorno
le prime nuvolette luminose.
Che vidde allora? Vidde un guazzabbujo,
un intrujo, un pasticcio,
un fricand de celo, terra e mare,
tanto che disse a un Angiolo: - Me pare
che me so' messo in un gran brutto impiccio,
che me so' messo in un gran brutto affare! -
Ma poi cominci subbito er lavoro:
spart la robba, accese er sole e fece
la luna nova co' le stelle d'oro,
e piante e pesci e bestie d'ogni spece.
J'usciva tutto quanto per prodiggio
come sorte la robba dar cappello
d'uno che fa li giochi de prestiggio.
Quer che pensava je veniva fatto.
Ideava un ucello? Ecco l'ucello.
Voleva un gatto; Gnao... Nasceva un gatto.
Ma appena se tratt de fa' er cristiano,
che je ce volle la materia prima,
ann a pij la fanga d'un pantano.
Allora form l'Omo,
je dette moje e, quello ch'e pi peggio,
je combin l'inghippo de quer pomo.
(Pe' 'sto fatto er Serpente
che sapeva er maneggio
se prest gentirmente.)
Quanno Iddio se n'accorse, immagginate
la scena che ce fu! Dice: - Ma come;
Doppo che te do un monno,
doppo che te do un nome,
me diventi nemmico
per una svojatura che nun dico!
Per penitenza te guadagnerai
er pane cor sudore de la fronte
dove ogni ruga porter l'impronte
der peccato ch'hai fatto, e morirai.
E a te, - disse a la moje -
giacch nun sei rimasta su la tua,
farai la serva all'omo e, per via sua,
partorirai li fiji co' le doje.
E, adesso, al! sgrullateve le foje
e annateve a fa' frigge tutt'e dua! -
Dato 'sto dispiacere, era destino
che ciavesse una brutta gravidanza:
Eva, defatti, partor Caino,
doppo je nacque Abbele e er resto poi
lo sapete benissimo da voi.
Un giorno, in una brutta circostanza,
Caino ner pass da la foresta
trov er fratello, je spacc la testa,
e cos cominci la fratellanza.
9 gennaio 1917
 COMIZZIO
L'antra matina un Cavallone borso,
aggitatore de la classe equina,
ann ar comizzio e fece 'sto discorso:
- Nun volemo pi brije!
Nun volemo pi morso!
Libberamo er paese
da la frusta borghese!
Evviva er communismo! Ecco er momento
che tutti li cavalli e le cavalle
deveno sort fra da le stalle
cr grugno ar sole e la criniera ar vento!
- Se abbolite la frusta a li signori,
- fece un Muletto -  pure necessario
che pensate ar bastone proletario
che quanno ariva addosso so' dolori!
Io servo da quattr'anni un carettiere
che m'arifila certe tortorate
evolute, coscenti e organizzate
che abbruceno la pelle ch'e un piacere!
- Nun chiacchierate troppo!
- raj un Somaro zoppo -
Invece d'ann avanti co' 'ste scene
cercamo de trov quarche persona
che ce rimetta su la strada bona,
che ce capisca e che ce guidi bene.
Una testa sicura
che nun abbia paura,
e nun ce rompa er sonno
coll'Inni de su' nonno,
e nun ce crocchi l'ossa
co' la Bandiera Rossa.
In quanto a la politica  un affare
che per noi bestie nun decide gnente:
resti un Sovrano o venga un Presidente
seguiteremo a fa' quer che ce pare.
In un paese buffo come questo
tutto quanto  possibbile der resto:
perfino la Repubblica Sociale
per decreto reale!
 LA RIVOLUZZIONE NELL'ORTO
Fra l'insetti dell'orto c' un via-vai
che nun s' visto mai.
- E ch' successo? - chiedo a lo Scorpione.
- Come sarebbe? - dice - Nu' lo sai
ch'ho organizzato la rivoluzzione?
Avemo stabbilito de da' addosso
a quela Tartaruga
che magna la lattuga
laggi, vicino ar fosso...
La vedi? Poveraccia!  rimbambita!
S' bella e persuasa
che perder la casa,
che perder la vita,
ma nun se move e resta
tranquilla, indiferente:
nun strilla, nun protesta...
Aspetta che je faccino la festa
filosoficamente.
E ormai ce semo.  l'ora der riscatto!
Quelo ch' fatto  fatto!... -
Principia la sfilata der corteo.
Davanti a tutti c' lo Scarabbeo
che spigne una palletta e porta via
l'urtimi avanzi de la borghesia.
Poi c' la Societ de le Zanzare
co' tutte le Zampane trombettiere
ch'aronzeno le solite fanfare:
e appresso a le bandiere bosceviche
passeno fra l'evviva e fra li strilli
Vespe, Cecale, Cavallette, Grilli,
Purce, Pidocchi, Vermini e Formiche.
Ecco la Lega de li Sartapicchi,
ecco la Lega de le Sarapiche...
Appena lo Scorpione fa er segnale,
er gruppo de le Vespe pi ribbelle
se scaraventa addosso a l'animale,
che, ner sentisse puncic la pelle,
ritira ne la coccia
le zampe e la capoccia
per aspett l'assarto generale.
E l'assarto incomincia. Ogni bestiola
je zompa su la groppa, ma so' in tante
che a contentalle tutte  una parola!
Chi casca, chi se sfregna chi se pista:
ognuna cerca d'ariv per prima
pe' riman pi in vista,
pe' riman pi in cima...
Ma mentre stanno pe' pij possesso
la Tartaruga sposta piano piano,
scivola, spiomba, casca ner pantano
e se stracina tutti quanti appresso.
Allora lo Scorpione vagabbonno,
ch'assiste sano e sarvo a la rovina,
arza la coda e strilla: - Tutti a fonno!
Viva la faccia de la disciprina!
 FIABE ROSSE
 LA PERLA
Er Re Falloppa disse a la Reggina:
- Prima de pranzo vattene in cucina
a fa' un pasticcio pe' l'Imperatore
ch'arriva da la Cina. -
E la Reggina, bella che vestita,
s'arz la coda, se sfil li guanti
e s'appunt la vesta su la vita:
e doppo d'av fritta una frittella
ne la reggia padella
la riemp de canditi e de croccanti.
Fu allora che una perla der diadema
cr calore der foco se stacc
e je casc ner piatto de la crema.
(Er coco se n'accorse, ma a bon conto,
speranno forse che finito er pranzo
l'avrebbe ritrovata in quarche avanzo,
s'ammascher da tonto.)
Da qui nacque l'impiccio:
perch l'Imperatore de la Cina
doppo pranzato disse a la Reggina:
- M'ha fatto veramente un bon pasticcio,
ma quer confetto grosso ch'ho inghiottito
me s'era messo qui, ner gargarozzo,
che un antro po' me strozzo...
- Ma che confetto! - je rispose lei -
S' magnata la perla principale
der diadema reale!
Ereno infatti sette: e m so' sei!
Propio la perla nera, propio quella
comprata espressamente ner Per
per un mijone e pi...
Ah, poveretta me,
se lo sapesse er Re!...
L'Imperatore, ch'era un gentilomo,
je disse: - In de 'sto caso stia sicura
che per domani sar mia premura
de fajela riav dar maggiordomo.
Far fa' le ricerche a un diplomatico,
serio, prudente e pratico,
ch'ogni tantino stampa un Libbro Verde
su quello che se trova e che se perde.
E adesso nun me resta
che chiede scusa de l'inconveniente,
ma tutto passa, e necessariamente
passer puro questa... -
La sera doppo, infatti sur diadema
de la bella Reggina fu rimessa
la perla... quella stessa
cascata ne la crema.
MORALE
Pe' rimette 'na perla a una corona
qualunque strada  bona.
 COME LA VA LA VI...
Doppo d'av guardato li reggistri
un Re chiese ar Governo - Come butta?
- Eh, caro lei, se la vedemo brutta!
- j'arisposero in coro li Ministri -
Se sfoja un momentino er libbro-mastro
nun trover che debbiti! Un disastro!
Nun c' pi bronzo! Semo disperati!
J'abbasti a di' che l'urtimi bajocchi
l'avemo fatti fa' co' li patocchi
der vecchio campanile de li frati:
er popolo, per, che se n' accorto,
gi fa foco dall'occhi... E nun ha torto.
Lei lo sa che la fede  necessaria:
ar giorno d'oggi puro er miscredente,
sfiduciato dell'ommini, se sente
come un bisogno de guard per aria
co' la speranza che le cose belle
se trovino lass, dietro a le stelle.
- Ma er Governo bisogna che s'industri:
- disse er Sovrano - e, dati li momenti,
rimedieremo co' li monumenti
dell'ommini pi celebri e pi illustri:
co' tanto bronzo inutile se ponno
rifabbric li srdi che ce vonno.
Tanto se sa: le cose de la terra
potranno cambia forma e cambi nome,
ma la sostanza resta quella, come
succede sempre doppo quarche guerra:
la Giustizzia... er Diritto... li Destini...
come vanno a fin? Tutt'in quatrini. -
L'idea fu buffa, e come  naturale
venne approvata senza discussione.
Subbito se form la commissione
pe' requis la gloria nazzionale,
e detto fatto fecero er dettajo
de quelli pi possibbili a lo squajo.
Cos, la notte stessa, uno per uno,
vennero messi gi dar piedistallo
sei Padri de la Patria cr cavallo,
un poeta, un filosofo, un tribbuno,
un tenore, un ostetrico, un guerriero
e un martire der Libbero Pensiero.
E er pi bello fu questo: che la testa
de quer povero mrtire fu presa
pe' rif le campane de la chiesa!
Defatti una matina, ch'era festa,
li tre patocchi dettero er bongiorno
contenti e soddisfatti der ritorno.
Per de tanto in tanto ogni campana
sonava con un'aria strafottente.
La pi grossa diceva: - Dio, che gente!
- Tutti tonti! - cantava la mezzana.
E la pi piccinina de le tre
ridondol: - Come la va la vi...
 L'INCORONAZZIONE
Cinque minuti prima de la festa
de l'incoronazzione der Sovrano,
Carlone primo disse ar Ciambellano
che la corona nun j'entrava in testa.
(La corona reale era un coperchio
incastrato in un cerchio
de tutte stelle d'oro
intrecciate fra loro.)
- Oh questa s ch' buffa!
- diceva er Re, ner mentre se passava
la mano reggia su la cocciamuffa -
O quarchiduno m'ha ristretto er giro
pe' famme un brutto tiro,
oppuramente la capoccia mia
 troppo grossa pe' la monarchia... -
Er Ciambellano disse: - O larga o stretta
bisogna che se sforzi e se l'infili;
guardi laggi: de dietro a li fucili,
c' tutto quanto un popolo ch'aspetta.
E er popolo ignorante se figura
che quanno un Re mette la corona
sia nato co' la testa su misura.
Se Dio ne guardi l'opinione pubbrica
s'incajasse der fatto... bona sera!
Casca er governo e scoppia la repubbrica!...
- Ma prima che me tocchi 'sto disastro
m'incarco la corona fino all'occhi!
- strill er Sovrano - Ce riprover...
- Forza! - Pi gi!... - S'intesero li scrocchi
dell'ossa che cedevano a l'incastro,
e la corona finarmente entr.
Cos Carlone fece la sortita:
ma per tutta la vita
rimase co' la punta de le stelle
ficcata ne la pelle
come un'ogna incarnita.
E ogni tanto diceva fra de s:
- Per adesso so' Re:
ma, se domani er popolo ribbelle
rivorr la Corona, nun me resta
che de daje la testa...
 LI PECCATI CAPITALI
C'era una vorta un Frate che una sera
nu' j'ariusciva de rientr ar convento
per via der tempo orribbile che c'era.
Che notte, Dio ce scampi!
Che rimbomba de scrocchi!
Le strisce de li lampi
j'entraveno nell'occhi,
li scoppi de li furmini
spaccaveno li campi!
L'acqua cascava a secchi, e un boja vento,
che pareva er lamento d'un cristiano,
soffiava e s'infrociava a tradimento
pe' sconocchi li stecchi
dell'arberi pi vecchi.
Er Frate camminava locco locco,
nun vedeva la croce der convento,
ma sentiva a bon conto la campana
de tant'in tanto che je dava un tocco
come una voce d'incoraggiamento.
Quann'ecchete che tutto in un momento
vidde che da una fossa
sort una fiamma rossa,
e da la fiamma rossa un omo secco,
brutto, tutto peloso, co' 'na mucchia
de sbrugnoccoli in fronte e un naso a becco
che toccava la punta de la scucchia.
- Chi sei? - je strill er Frate spaventato
mentre cercava de scapp ner bosco -
Che te s' sciorto? chi te ci chiamato?
Va' via! Nun te conosco!
- Ah, nun me riconoschi! - fece quello -
Nu' lo sai chi so' io? So' Farfarello!
So' Farfarello er diavolo a la moda,
fo er frammassone e ci li tre puntini
sotto l'attaccatura de la coda.
So' Farfarello er diavolo moderno
che nun conta pi un cavolo per via
ch'er monno se n'infischia de l'inferno.
Eh! so' passati queli belli tempi
che me ficcavo in corpo a le persone
co' la scusa de da' li boni esempi:
quanno, pe' mann avanti la bottega
der mago e de la strega,
ingarbujavo er popolo cojone...
Oggi nun vanno pi certi spettacoli,
ch er monno s' cambiato, Frate mio:
nun crede pi n ar Diavolo n a Dio,
n le stregonerie n li miracoli!
So' propio stufo, credeme, e oramai
nun m' rimasto pi che er desiderio
de famme frate, e tu m'ajuterai...
- Scherzi o parli sur serio?
- je chiese er Frate - Ma co' che criterio
me vienghi a fa' una simile proposta?
Che faccia tosta! Doppo quer ch'hai fatto
te voressi vest da francescano,
co' quele corna l!... Diventi matto?
Se veramente ciai 'sta vocazzione
ritira li peccati capitali
da la circolazzione...
- Ritir li peccati?  una pazzia!
- rispose allora er Diavolo - Davero
nun saprei dove metteme le mano.
Come diavolo faccio a port via
l'Accidia a l'impiegati ar ministero
e l'Avarizzia ar principe romano?
Chi strappa la Lussuria a le signore?
Chi p lev l'Invidia ar commediografo,
ar maestro de musica e ar tenore?
E come levo l'Ira ar peccatore
che quanno sta a magn sente er fonografo?
E cos pe' la Gola a li prelati
e la Superbia a li villani ricchi...
Credeme, Frate mio, che 'sti peccati
nu' l'abbolischi manco se l'impicchi...
Tu vai dicenno che la gente pecca
dietro er consijo mio:
e, francamente, questo qui me secca
perch er pi de le vorte nun so' io.
Se un giorno, travestito da serpente,
ho imbrojato er prim'omo
co' l'affare der pomo,
l'idea fu de Dio Padre onnipotente.
Lui commannava, e quanno semo ar dunque
ho ubbidito a un incarico speciale:
forse  per questo che me trovo male
e so' un povero diavolo qualunque.
1906
 LE DECISIONI DER RE
Anticamente, quanno commannaveno
li Re in persona, e solamente loro,
(ch allora nun ce staveno
Cammere der Lavoro),
successe un certo fatto
che a raccontallo m pare un mistero,
ma che dev'esse certamente vero
perch la Storia nu' ne parla affatto.
Ar tempo, dunque, de la Gattamavola
c'era una vorta un Re che fu chiamato
a commann ner Regno de la Favola.
Er Re ciann. Ma doppo quarche giorno
cap che se trovava in un impiccio
pe' via dell'Orchi che ciaveva intorno:
e Fate e Streghe e Maghi... Era un contorno
che, francamente, nun j'annava a ciccio.
E lo disse ar Ministro: - Qua bisogna
ch'aprimo l'occhi ar popolo in maniera
che, pi che ne le trappole che sogna,
impari a vive ne la vita vera,
lontano da l'imbroji e da li trucchi
che serveno a incant li mammalucchi.
Vojo che ciabbia fede ner lavoro
e no a la gente che je fa intravede
le galline che fanno l'ova d'oro!
Pe' questo  necessario che arrestate
tutte quante le Fate
e sciojete la Lega
der Mago e de la Strega.
In quanto all'Orco co' la su' compagna
li schiafferemo ignudi in una botte,
piena de vetri e de bottije rotte,
pe' falli rotol da la montagna...
- Badi, per, ch' un'arma a doppio tajo:
- disse allora er Ministro - e nun vorrei
che succedesse un guajo...
So' tasti delicati, caro lei...
Er popolo, se sa, da quanno  nato
s' messo sempre appresso a le persone
che l'hanno minchionato.
E in certi casi  facile che dia
pi retta a un giocatore de prestiggio
che a un professore de filosofia.
Ma se ariva a scopr che er ciarlatano
che je promette er solito prodiggio
ti quarche inghippo preparato in mano,
eh! allora so' dolori! Nun s'aregge!
Fa giustizzia sommaria,
manna tutto per aria,
nun guarda n la forza n la legge!
Lei, dunque, aspetti. Seguiti a fa' er Re
e li lasci sfog quanto je pare.
Dia tempo ar tempo. Questo qui  un affare
che sfumer da s...
- Se er fatto sta cos, tiramo avanti!
- disse er Sovrano - Allora
tanti saluti all'Orco e a la signora,
a li Maghi, a le Streghe... a tutti quanti!
Anzi, v'ariccommanno
d'assicuralli che, pe' parte mia,
vedo con una certa simpatia
tutte le fregature che me dnno.
 TRE PAPPAGALLI
Loreto
 un Pappagallo vecchio. In una zampa
ci intorno un cerchio che c' scritto l'anno:
milleottocentotr! Dunque saranno
cent'anni e pi che campa!
Per nun c' mai caso che me dica
una parola o un nome
che me l'accerti o me dimostri come
se sia trovato co' la gente antica.
Ci solo l'abbitudine
che quanno j'arigalo un biscottino
me dice: grazzie, eppoi me fa un inchino
quasi pe' dimostr la gratitudine...
E questo abbasta pe' cap ch' nato
ner secolo passato.
Coc
Puro Coc nun parla quasi mai.
Sta sempre a la finestra, ma nun bada
ar solito via-vai
de la gente pe' strada:
o che venga o che vada
n'ha vista tanta, ormai!
Passa un corteo co' la bandiera rossa?
Coc nun se scompone.
Passa la processione?
Coc nun fa una mossa...
O che s'affacci un Papa o arivi un Re
Coc resta tranquillo ne la gabbia:
guarda senza fiat. Pare che ciabbia
l'anima foderata de men...
Io me lo guardo e penso:
- Povera bestia! O s' rincojonita
oppure  un Pappagallo de bon senso
che ha capito la vita.
Fof
Poi c' Fof ch' veramente buffo:
perch quanno se trova tra la folla
zompa come una molla e ingrufa er ciuffo.
Forse je piacer
la popolarit.
Prova ne sia che appena
fa l'atto de discorre
c' tutto quanto un popolo che corre
pe' gustasse la scena.
E allora parla. Che je dice? Gnente:
ma je spiattella quarche parolona
cercanno d'ann appresso a la corrente,
cos contenta tutti e ar tempo istesso
s'assicura un bellissimo successo.
Fof, che in questo rappresenta er vero
Pappagallo moderno,  er pi felice,
perch chiacchiera sempre e quer che dice
nun ha bisogno de nessun pensiero.
 TROPEA
Sotto la luce gialla d'un lampione
c' un mucchio de persone
che guarda, ride e parla allegramente.
- Ch' stato? - Che succede?
- Ah, gnente:  un intoppato
ch'ha inciampicato in mezzo ar marciapiede.
- Perdio! che s'ha da vede! -
E l'imbriaco prova
d'arzasse su, ma scivola e s'attacca
in un punto d'appoggio che nun trova.
Chi j'incarca er cappello,
chi je tira la giacca...
- Bisogner riarzallo, poverello...
- E l, nun l'ajutate,
sinn finisce er bello!
Se famo du' risate...
- Chi sar? - Chi lo sa? Me sta in idea
che sia quer Capolega co' la panza
ch'ogni vorta che fanno un'adunanza
se pija una tropea...
- Se vede che stasera l'assembrea
ciaveva quarche affare d'importanza... -
Er Capolega, intanto,
ch' rimasto a sed su lo scalino,
chiacchiera cr lampione che ci accanto;
e je dice: - Pur'io so' come te,
libbero cittadino,
e vojo beve er vino
come la borghesia beve er caff.
Se sa: chi va da Pippo e chi d'Aragno
ner modo come sente l'ideale.
Sei socialista, tu? Sei solidale?
E allora abbraccicamose, compagno!
Damose un bacio! Speciarmente poi
che in oggi nun  facile da vede
du' socialisti tanto in bona fede
che vadino d'accordo come noi.
Dice: tutti per uno! Se capisce!
Per esse forti e libberi ce v
quela cosa che lega e che riunisce...
Percui... viva la So...
viva la Sodil...
la Solitariet...

 ER PROFESSORE DE FILOSOFIA
Lo chiamaveno er Matto, poveraccio!
Invece era un filosofo, purtroppo!
Pallido, allampanato, mezzo zoppo,
con un fascio de libbri sotto ar braccio
pareva che covasse li misteri
dedietro ar vetro de l'occhiali neri.
A mezzoggiorno lo vedevo spesso
ch'entrava a l'Osteria de la Speranza
pe' cojon lo stomaco e la panza
con un po' de minestra e un po' d'allesso,
ch er Professore, fra li tanti guai,
magnava poco e chiacchierava assai.
Se aveva da discute d'una cosa
pesava le parole, e piano piano
se grattava la barba co' la mano
con una mossa seria e pensierosa,
come se ricercasse in mezzo ar pelo
l'idee che je veniveno dar Celo.
E che discorsi! Robba mai sentita!
Dice: - Laonde la Raggione pura
dimostra come in tutta la Natura
esiste un'armonia prestabbilita:
er Sole  tondo, ma se fosse ovale
se chiamerebbe Sole tale e quale... -
Bench nessuno ce capisse un fico
tutti quanti je daveno raggione;
e quanno l'oste, ch'era un vassallone
l'approvava in un modo che nun dico
er Professore se copriva l'occhi
per aspett la fine de li scrocchi.
Allora s'arrabbiava: e quarche vorta
faceva un gesto tanto esaggerato
ch'er vecchio manichetto inammidato
sortiva da la manica un po' corta,
se scartocciava, je zompava via
e ruzzicava in mezzo a l'osteria.
- Per me, - me disse un giorno - nun c' gnente:
io nun credo n all'ommini n a Dio...
- A le donne, per? - je chiesi io -
Dico: ce creder sicuramente...
Come? nemmanco a quelle? Abbia pazzienza,
ma cos s'avvelena l'esistenza!
Chi vive senza fede e senza amore
nun p sentisse l'anima tranquilla:
la fede  l'acciarino che scintilla
su le speranze che ciavemo in core,
e la prima speranza  sempre quella
d'esse capito da una donna bella.
Lei ciavr avuto una persona cara,
forse un'amica... - Lui me disse un nome,
per lo disse a mezza bocca, come
se masticasse una parola amara:
poi s'aggiust l'occhiali, ma nun tanto
da nun fa' vede er luccichio der pianto.
E, un po' scocciato per avello detto,
toss, sput, se soffi er naso e rise:
se lecc un deto e subbito se mise
a sfoj le facciate d'un libbretto;
sfoja che t'arisfoja scapp fra
una fotograffia d'una signora.
- Eccola! - disse - Forse lei s'immaggina
ch'io sia tarmente stupido e balordo
da tenella qui drento pe' ricordo...
No, no... me serve per segn la paggina... -
Io nun risposi e dissi in mente mia:
- Che fregatura la filosofia!
 ER VENTO E LA NUVOLA
Una Nuvola nera disse ar Vento:
- Damme un appuntamento
perch stanotte ho da copr la Luna.
- E indove vi che venga? - Verso l'una
dedietro ar campanile der convento.
Se tratta de questioni delicate:
- disse piano la Nuvola - ho scoperto
un buggero de coppie innammorate
che la notte se baceno a l'aperto.
E un'immoralit
che propio nun me va!
- Quanto sei scema, Nuvoletta mia!
- je fece er Vento - Vi copr l'amore,
ch' la cosa pi bella che ce sia.
e lasci a lo sbarajo tanta gente
che s'odia e che se scanna inutirmente!
Guarda, infatti, laggi. Li vedi quelli
che stanno a litic su la piazzetta?
J'abbasta l'aria d'una canzonetta
pe' faje mette mano a li cortelli,
senza manco pens che so' fratelli
e che cianno una madre che l'aspetta! -
La Nuvoletta, ner ved la scena,
sbott in un pianto, fece uno sgrulone
e fracic un filosofo cojone
che stava a rimir la luna piena.
- So' le stelle che sputeno sur monno!
- disse tra s er filosofo - So' loro!
Hanno raggione, in fonno!
 LA GENTE
1927
 L'OMO FINTO
Dice che un giorno un Passero innocente
giranno intorno a un vecchio Spauracchio
lo prese per un Omo veramente;
e disse: - Finarmente
potr conosce a fonno
er padrone der monno!
Je becc la capoccia, ma s'accorse
ch'era piena de stracci e de giornali.
- Questi - pens - saranno l'ideali,
le convinzioni, forse:
o li ricordi de le cose vecchie
che se ficca nell'occhi e ne l'orecchie.
Vedemo un po' che diavolo ci in core...
Uh! quanta paja! Apposta pija foco
per cos poco, quanno fa l'amore!
E indove sta la fede?
e indove sta l'onore?
e questo  un omo? Nun ce posso crede...
- Certe vorte, per, lo rappresento,
- disse lo Spauracchio - e nun permetto
che un ucello me manchi de rispetto
cr criticamme quello che ci drento.
Devi consider che, se domani
ognuno se mettesse a fa' un'inchiesta
su quello che ci in core e che ci in testa,
resteno pi pupazzi che cristiani.

 LA VOCE DE LA COSCENZA
La sora Checca pare una balena:
ogni passo che fa ripija fiato:
per sotto quer grasso esaggerato
ce sta riposta un'anima che pena.
Era felice, ma la boja sorte
la fece rest vedova du' vorte.
Ci avuto du' mariti, sarvognuno!
Due se n' messi all'anima, purtroppo!
Gustavo prima e Benvenuto doppo
je so' campati dodicianni l'uno,
e adesso se li porta appennolone
attaccati a lo stesso medajone.
Li ti rinchiusi in un cerchietto d'oro
da una parte e dall'antra, sottovetro:
Gustavo avanti e Benvenuto dietro,
che cos nun se vedeno fra loro
e ognuno se figura e se consola
d'esse rimpianto da una parte sola.
Fa l'impressione che la vedovanza
je venga reggistrata da un controllo,
perch li du' ritratti che ci ar collo
je vanno a sbatte propio su la panza
e li mariti, cr girasse intorno,
se dnno er cambio cento vorte ar giorno.
Gustavo  pensieroso e guarda storto
quasi che prevedesse l'accidente;
invece Benvenuto  soridente
come fosse contento d'esse morto,
ma ce se vede in tutt'e due la posa
de gente che sospetta quarche cosa.
La sora Checca, infatti, ci er rimorso
che quann'er primo stava ancora ar monno
faceva gi la scema cr seconno
in una certa cammeretta ar Corso:
per je le metteva bene assai
perch Gustavo nu' lo seppe mai.
Poi Benvenuto se la prese lui.
- Io me te spso subbito - je disse -
purch me giuri de nun famme er bisse
co' quarcun'antro de l'amichi tui...
- Oh! - fece lei - ce mancherebbe questa!
Per chi me pigli?... - E j'allisci la testa.
Je fu fedele? Nun garantirei;
prova ne sia ch'adesso s' avvilita
pe' la paura che nell'antra vita
li du' mariti parlino de lei:
e quanno ce s'affissa cr pensiero
je pare de sentilli pe' davero.
Gustavo dice: - Vojo sap tutto!
De me che te diceva? - Ch'eri un porco:
quanno partivi tu, partiva l'orco:
diceva ch'eri grasso, ch'eri brutto,
che nun facevi gnente de speciale...
E invece me chiamava l'ideale!
- In dodicianni, dunque, ha sempre finto!
- strilla Gustavo - Nu' l'avrei creduto!
- Abbi pazzienza: - dice Benvenuto -
 stata propio lei che me ci spinto;
der resto, tu lo sai che nun so' pochi
quelli che ce facevano li giochi.
Se te dovessi fa' tutta la lista!
L'avvocatino der seconno piano,
er barone, er curato, er capitano,
perfino Giggi, quel'elettricista
ch'un giorno j'ha rimesso er campanello...
- Pure co' quello l? - Pure co' quello! -
'Sta voce che risente cos spesso
nun  che la coscenza che lavora
su li peccati che faceva allora
rimossi da li scrupoli d'adesso:
e le scappate fatte, o belle o brutte,
una per una, le rivede tutte.
Apposta soffre: ch le pene sue
so' appunto li ricordi de 'sti fatti:
allora se riguarda li ritratti,
pulisce er vetro, bacia tutt'e due
e, sospiranno, fiotta a denti stretti:
- Ereno tanto boni, poveretti!

 LE LETTERE
La Marchesa teneva tutte quante
le lettere d'amore e de passione
ner tiratore in fonno ar credenzone,
impacchettate amante per amante,
assieme a li ritratti de l'amichi
ch'ha conosciuto ne li tempi antichi.
Io come cammeriera de fiducia,
ch'ogni tanto ce pijo confidenza,
jeri je chiesi: - Ma perch, Eccellenza,
nun butta quela robba e nu' l'abbrucia?
Er signorino, capir da lei,
ormai s' fatto granne, e nun vorrei... -
Lei me rispose: - S! Ma, da una parte,
distrugge 'sti ricordi  un gran dolore!
Tu nun sai quante lagrime d'amore
ce so' riposte drent'a quele carte!
Tutta una vita! Pensa! Ma, der resto,
se l'avemo da fa', famolo presto. -
E giusto jerassera, co' la cosa
ch'er signorino fu invitato a un ballo,
se semo chiuse ner salotto giallo
pe' fa' l'operazzione dolorosa.
- Su! Stia alegra! - j'ho detto - Doppo tutto,
er bello ch' passato  quasi brutto... -
E avemo preso er tiratore in due
cos, come se porta una barella.
Lei piagneva e rideva, poverella:
e nun capivo se le labbra sue
in quer momento avessero deciso
l'urtimo pianto o l'urtimo soriso.
- Incominciamo - ha detto la Marchesa -
da quelle che me scrisse Mario mio...
- Povero Mario! - ho sospirato io:
e l'ho buttate ne la stufa accesa
che ce guardava a gola spalancata
come un mostro ch'aspetta l'imboccata.
- Ecco quelle de Pio... Quant'era caro!
Ecco tutto Lull... Quant'era bello!... -
Insomma, pija questo e pija quello,
me n'ha passate quarche centinaro:
e io, de prescia, le buttavo drento
pe' paura de quarche pentimento.
Solo co' li ritratti, certe vorte,
me fermavo a guardalli incuriosita.
In uno c'era: - A Lidia, per la vita! -;
in un antro: - Con te, fino a la morte!.. -
Poveri amori eterni, che saranno
rimasti in vita poco pi d'un anno!
Ma pi de tutto so' restata male
quanno ho veduto la fotografia
d'un tenentino de cavalleria...
- Vedi? - m'ha detto - questo  er generale. -
Dico: - Ma quale? quello cr panzone?
Madonna santa, che disillusione!... -
Trent'anni de sospiri e de pensieri
in tre minuti so' finiti in gnente.
Er foco schioppettava allegramente
come se l'abbruciasse volentieri,
e a mille a mille le faville d'oro
pareva che scherzassero fra loro.

 LA CICATRICE
Annavo a cena l, tutte le sere:
e intorno a quelo stesso tavolino
veniva un professore de latino,
un maestro de musica, un barbiere
e un certo generale mezzo sordo
che se chiamava... nun me ne ricordo.
Chi generale fosse era un mistero;
ma pe' noi ciabbastaveno l'impronte
d'una ferita che ciaveva in fronte
mischiata co' le rughe der pensiero:
pe' questo era tenuto, e co' raggione,
in una certa considerazzione.
Nun dico mica ch'ogni cicatrice
sia una marca de fabbrica d'eroi:
ma, quelo l, ciaveva er tipo, eppoi
quann'uno ner parl dice e nun dice
finisce pe' fa' crede pure a quello
che nemmanco je passa p'er cervello.
- Bench so' vecchio ce ritornerei... -
diceva spesso, e nun diceva dove:
e ce parlava der cinquantanove,
e ce parlava der sessantasei,
de Garibaldi, de l'Italia unita...
ma nun parlava mai de la ferita.
Cos la cosa rimaneva incerta,
e se quarcuno je lo domannava
invece de risponne ce se dava
una gran botta co' la mano aperta,
e barbottava: - Chi lo sa che un giorno
nun dica tutto?... - E se guardava intorno.
Ma quer giorno, per, nun venne mai:
e er vecchio, come fu come nun fu,
tutt'in un botto nun se vidde pi:
cosa che all'oste j'arincrebbe assai
perch nun solo je voleva bene,
ma j'avanzava pi de quattro cene.
Finch una sera, doppo quarche mese,
mentre stavamo a cena tutti quanti,
s'apr la porta e ce se fece avanti
una povera vecchia che ce chiese:
- Scusate tanto: - dice -  in de 'sto sito
che veniva er mi' povero marito?
- Chi? - chiese l'oste - quer vecchietto, forse
co' quela cicatrice? er generale? -
La vecchia a 'ste parole rest male,
ma l pe' l nessuno se n'accorse.
- Be', - dice - l'antro giorno a l'improviso,
Dio ce ne scampi,  annato in Paradiso.
Lass, purtroppo! - E con un viso affritto
che veramente ce commosse a tutti,
arz le braccia verso li preciutti
attaccati sur trave der soffitto.
- Lass, purtroppo! E nun c' pi riparo,
povero Checco ch'era tanto caro!
Un vero galantomo: tanto onesto
che all'urtimi momenti m'ha chiamato
pe' via d'un certo conto ch'ha lasciato...
- Oh, nun  er caso de parl de questo!
- je disse l'oste - Senza comprimenti:
una sciocchezza... Diciannove e venti! -
Doppo un silenzio che dur un minuto
s'arz er barbiere e disse: -  doveroso
che, ar vecchio eroe modesto e valoroso
je venga dato l'urtimo saluto!
 cr core strazziato che m'inchino
tanto ar sordato quanto ar cittadino!
E, per te, che rimani ne le pene,
per te, povera vedova der morto,
chi trova una parola de conforto?
Iddio lo sa se je volevi bene!
- Ah, questo  certo! - sospir la vecchia -
J'avrei portato l'acqua co' l'orecchia!
Stavamo sempre come pappa e cacio;
tutte le sere, prima d'ann a letto,
se facevamo er solito goccetto:
Addio Nina... addio Checco... damme un bacio...
In sessantanni e pi, solo una vorta
avemo liticato fr de porta.
E fu precisamente in una festa:
mentre ballavo con un bersajere,
povero Checco me tir un bicchiere
e io je detti una bottija in testa:
lo presi in fronte, disgrazziatamente,
e je rest lo sfreggio permanente!
 ER PUDORE
In fonno all'orto c' un pupazzo antico;
un gueriero de marmo, tutto ignudo:
co' la spada e lo scudo
e la foja de fico.
Una Lumaca scivola e je striscia
su la parte pi lucida e pi liscia
e se ferma in un posto che nun dico...
Ossia lo dico subbito, perch
co' quarche moralista c' pericolo
che vada cr pensiero a chi sa che!
Se tratta der bellicolo.
Ecco che un Ragno nero,
ch'ha filato una tela rilucente
da la spada a la testa der gueriero,
(l'ha fatto certamente
pe' regol l'azzione cr pensiero),
je va incontro e je chiede: - E indove vai?
Una Lumaca onesta nun fa mai
passeggiate sur genere de questa:
se poi perdi la stima, come fai? -
A la parola stima
la Lumaca s'imbroja, se confonne:
poi, risoluta, corre e s'annisconne
sotto a la foja che v'ho detto prima.
E dice ar Ragno: - Vedi, amico mio?
Ho conosciuto un sacco de signore
che in certi casi sarveno er pudore
co' lo stesso sistema che ci io...
 L'ONORE
- Povera societ senza giudizzio!
Povera nobbirt senza decoro!
- diceva un Rospo verde in campo d'oro
dipinto su uno stemma gentilizzio. -
Che diavolo direbbe l'antenato
se doppo dieci secoli a di' poco
sapesse ch'er nepote vince ar gioco
cr mazzo de le carte preparato?
- Va' l! - je fece un'Aquila d'argento
appiccicata su lo stemma stesso. -
Quel'antenato che stimamo adesso
nun era che un teppista der Trecento.
 er tempo che nobbilita: per cui
 inutile che peni e te ciaffanni.
Er nipote che rubba, tra mill'anni,
diventa un antenato puro lui.
 LA POESIA
Appena se ne va l'urtima stella
e diventa pi pallida la luna
c' un Merlo che me becca una per una
tutte le rose de la finestrella:
s'agguatta fra li rami de la pianta,
sgrulla la guazza, s'arinfresca e canta.
L'antra matina scesi gi dar letto
co' l'idea de vedello da vicino,
e er Merlo, furbo, che cap el latino
spalanc l'ale e se n'ann sur tetto.
- Scemo! - je dissi - Nun t'acchiappo mica... -
E je buttai du' pezzi de mollica.
- Nun  - rispose er Merlo - che nun ciabbia
fiducia in te, ch invece me ne fido:
lo so che nun m'infili in uno spido,
lo so che nun me chiudi in una gabbia:
ma sei poeta, e la paura mia
 che me schiaffi in una poesia.
 un pezzo che ce scocci co' li trilli!
Per te, l'ucelli, fanno solo questo:
chiucchi, cicc, pip... Te pare onesto
de facce fa' la parte d'imbecilli
senza cap nemmanco una parola
de quello che ce sorte da la gola?
Nove vorte su dieci er cinguettio
che te consola e t'arillegra er core
nun  pe' gnente er canto de l'amore
o l'inno ar sole o la preghiera a Dio:
ma solamente la soddisfazzione
d'av fatto una bona diggestione.
 LI SETTE PECCATI
 SUPERBIA
La principessa  bella e ci un gran nome,
per  superba: e, se ce fate caso,
quanno saluta fa una smorfia come
se ciavesse la puzza sotto ar naso.
Dice ch' aristocratica e se vede,
 de famija antica e ve l'ammetto;
ma quela smorfia... No, nun posso crede
che l'antenati faccino 'st'effetto!

 AVARIZZIA
Ho conosciuto un vecchio
ricco, ma avaro: avaro a un punto tale
che guarda li quatrini ne lo specchio
pe' vede raddoppiato er capitale.
Allora dice: - Quelli li do via
perch ce faccio la beneficenza;
ma questi me li tengo pe' prudenza... -
E li ripone ne la scrivania.
 LUSSURIA
La Venere, coperta da una pianta
che je serve da ombrello quanno piove,
 tutta quanta ignuda: tutta quanta
liscia, pulita, lucida... Per,
a un certo punto, nun ve dico dove,
c' scritto: "Checco Nocchia d'anni ottanta.
Roma, sei maggio novecentonove..."
Che voleva er sor Checco? Nu' lo so...
 IRA
Lidia, ch' nevrastenica,  capace
che quanno liticamo per un gnente
se d li pugni in testa, espressamente
perch lo sa che questo me dispiace.
Io je dico: - Sta' bona, amore mio,
ch senn te fai male, core santo... -
Ma lei per fa peggio, infino a tanto
che quarcheduno je ne do pur'io.
 INVIDIA
Su li stessi scalini de la chiesa
c' uno sciancato co' la bussoletta
e una vecchietta co' la mano stesa.
Ogni minuto lo sciancato dice:
- Moveteve a piet d'un infelice
che so' tre giorni che nun ha magnato... -
E la vecchia barbotta: - Esaggerato!
 GOLA
Er poverello  uscito dar trattore
e guarda er fagottello de l'avanzi:
- Dio! quanta robba! c' da fa' tre pranzi!
oggi c' da magn come un signore... -
Carne, pesce, insalata, pecorino...
 tutto un mischio: e in mezzo c' perfino
un bign co' la crema. Er poverello
incomincia da quello.
 ACCIDIA
In un giardino, un vagabbonno dorme
accucciato per terra, arinnicchiato,
che manco se distingueno le forme.
Passa una guardia: - Al! - dice - Cammina!
Quello se smucchia e j'arisponne: - Bravo!
Me sveji propio a tempo! M'insognavo
che stavo a lavor ne l'officina!
 PAPPAGALLI E SCIMMIOTTI
Oggi, ne la foresta,
c' la gran festa de li Pappagalli.
Loreto primo, cr pennacchio in testa
e l'uniforme verde a bordi gialli,
d un pranzo a lo Scimmiotto Scimpanz
Imperatore e Re.
A lo spumante, come v l'usanza,
Loreto s'arza e dice: - Maest!
un'amicizzia come questa qua
me cresce de prestiggio e d'importanza.
Noi sapemo ch'er popolo, oggiggiorno,
v che un Sovrano faccia bene er gesto:
in quanto ar resto nu' j'importa un corno.
E lei, che, grazziaddio, ci quattro mani
e p fa' quattro gesti in una volta,
 er pi bravo de tutti li sovrani! -
Lo Scimmiotto, commosso,
doppo d'av pulito la Reggina
che s' sversata lo spumante addosso,
s'arza, s'inchina e j'arisponne: - Sire!
Nell'epoca attuale
er Pappagallo  l'unico animale
che ciabbia veramente un avvenire.
Io, ne convengo, fo le mosse bene:
per, senza la chiacchiera, che vale,
la commediola de le controscene?
Qui nun ce manca che una cosa sola:
un cervello che pensi per davero...
Ma a che serve, in politica, er pensiero?
Basta la mossa e basta la parola.
Perfino l'Omo, che raggiona assai,
quanno fa la politica sur serio
aggisce cr medesimo criterio
e quer che pensa nu' lo dice mai.
 L'ILLUSI
Un vecchio Sorcio anarchico, in un giro
de propaganda rivoluzzionaria,
chiese un aiuto a la Marmotta e ar Ghiro.
- Avemo da mann tutto per aria!
- strillava er Sorcio - vojo fa' la guerra
a tutte l'ingiustizzie de 'sto monno,
a tutti li soprusi de la terra!
Quanno te svejerai, vecchia Marmotta
impastata de sonno? nu' lo sai
che la vita  una lotta?
- Nu' ne sento er bisogno!
- rispose la Marmotta insonnolita -
Perch me scocci l'anima? La vita
per me nun  che un sogno...
- E tu, compare Ghiro, nun te mvi?
Perch nun canti l'Internazzionale?
Bisogna che te formi un Ideale
verso la luce de li tempi novi...
- Io - fece quello - poco me ne curo:
ch l'Ideale mio nun me lo formo
antro che quanno dormo.
Viva la faccia de rest a lo scuro!
- Allora - disse er Sorcio - annate ar diavolo,
poveri sognatori de mestiere,
che pe' paura de le cose vere
chiudete l'occhi e nun vedete un cavolo!
Ve compatisco, o stupide bestiole
ch'odiate er sole e che vivete senza
un filo d'esperienza...
- Ma state peggio voi, poveri illusi!
- je disse er Ghiro - voi che sete certi
de vince l'ingiustizzie e li soprusi!
Io, quanno sogno, tengo l'occhi chiusi:
ma quanno sogni tu, li tenghi aperti...
 NOVE FAVOLE NOVE
 L'OPPORTUNISMO
Ner mejo de la lotta
fra li Sorci e l'Ucelli,
ce fu la Lega de li Pipistrelli
che s'ariun d'urgenza in una grotta.
- E noi che famo? - chiese er Presidente,
che pe' paura d'esse compromesso
era rimasto sempre indipennente -
Er sorcio, ne convengo, c' parente,
ma de l'ucello se p di' l'istesso. -
Un Pipistrello, che parlava in nome
der gruppo de le Nottole, rispose:
- Prima vedemo come
se metteno le cose.
La vecchia tradizzione der partito
c'insegna de decide l'intervento
all'urtimo momento,
quanno tutto  finito.
Pe' questo aspetterei
che se formi er corteo der vincitore
per imboccasse, senza fa' rumore,
framezzo a le bandiere e a li trofei.
Io, infatti, da che vivo,
ogni tre mesi cambio distintivo
e vado appresso a tutti li cortei.
 ER PROPIO DOVERE
- Er mi' padrone  un celebre strozzino,
- diceva un Cane - che me ti ar cancello
pe' nun fa' entr li ladri ner villino.
Ognuno che ne capita  un macello!
So' vecchio der mestiere
e faccio er mi' dovere...
Ma, a furia de da' addosso a tanta gente
che s'approfitta de la robba artrui,
pi d'una vorta m' venuto in mente
de mozzic li stinchi pure a lui...
Ma er dovere m'impone
de rispett er padrone...
 LA VANAGLORIA
Vinta che fu la guerra, er battajone
che sonava la marcia trionfale
sfil davanti ar Re.
Taratazun tet...
In prima fila, er vecchio generale
a cavallo a un magnifico stallone
apriva er defil.
Er Re volle parl. Dice: - La Storia
oggi ce mette in una nova luce.
Onore a voi, sordati! e onore ar Duce
che v'ha portati dritti a la Vittoria!
E io so' veramente soddisfatto
de rivedello in testa ar reggimento... -
Fu allora ch'er cavallo, un po' distratto,
fece un inchino de ringrazziamento.
 ER BONSENSO
Volevo fa' cov da la Gallina
un ovo fresco d'Aquila imperiale.
- Se te vi bene, - dissi - pe' Natale
sarai trattata come una reggina.
Nun  da tutti de cov un ucello
nobbile e coraggioso come quello! -
La Gallina rispose: - Fosse vero!
Ma come fo se l'Aquila che sorte
trova un cortile invece d'una Corte
e un sottoscala invece d'un Impero?
Se prima nun pulisci er gallinaro,
bonanotte, Ges, che l'ojo  caro!
 PAROLE E FATTI
Certi Sorcetti pieni de giudizzio
s'ereno messi a rosic er formaggio,
quanno, ner vede un Gatto de passaggio,
fecero finta de ten un comizzio.
Un Sorcio, infatti, prese la parola
con un pezzo de cacio ne la gola.
- Colleghi! - disse - questa  la pi forte
battaja der pensiero che s' vista:
io stesso lotter pe' la conquista
de l'ideale mio fino a la morte!
Voi pure lo farete, so' sicuro... -
Ogni Sorcetto j'arispose: - Giuro!
- Fanno le cose propio ar naturale,
- disse er Miciotto - come fusse vero!
L'appetito lo chiameno Pensiero,
er formaggio lo chiameno Ideale...
Ma io, per, che ci l'Istituzzione
me li lavoro tutti in un boccone.
 ER CERVO
Un vecchio Cervo un giorno
sfasci co' du' cornate
le staccionate che ciaveva intorno.
- Giacch me metti la rivoluzzione,
- je disse l'Omo appena se n'accorse -
te tajer le corna, e allora forse
cambierai d'opinione...
- No, - disse er Cervo - l'opinione resta
perch er pensiero mio rimane quello:
me leverai le corna che ci in testa,
ma no l'idee che tengo ner cervello.
 LA SCAPPATELLA DEL LEONE
Una vorta er guardiano d'un serrajo
lass per uno sbajo
uno sportello de la gabbia aperto.
- Giacch me se presenta l'occasione,
- disse er Re der Deserto - me la squajo... -
E zitto zitto esc da la priggione.
- Indove te ne vai? - chiese la Jena.
El Leone rispose: - Ar Colosseo,
a magn li cristiani ne l'Arena. -
La Jena disse: - Quanto me fai pena,
povero babbaleo!
Che credi? de rifa la pantomima
de le bestie ch'esciveno de fra,
cr pasto de le berve come allora
e li martiri pronti come prima?
Nun hai saputo che, da un pezzo in qua,
 proibbito d'ammazz la gente
senza er permesso de l'Autorit?
Tu rischi de rest senza lavoro:
da' retta a me, collega mio, rimani:
e lassa che li poveri cristiani
se magnino fra loro.
 LA GALLINA CHE COVAVA...
Un Gatto senza un filo de riguardo
rubb l'ovo a una Biocca e, d'anniscosto,
propio a lo stesso posto,
je ce messe una palla de bijardo.
Quella, soprappensiero,
nun s'accorse der cambio e la cov
come se fosse stata un ovo vero.
Clocl, clocl, clocl...
- Chiss che bell'ucello scappa fra
da un ovo cos bello e rilucente!
- diceva fra de s - nun vedo l'ora! -
E lo covava premurosamente.
Ma un giorno che scopr la marachella
incominci a beccallo a tutto spiano
finch se ruppe er becco, poverella!
E l'ovo, manc'a dillo, rest sano.
Caro avvocato,  un pezzettino ormai
che predichi la Pace Universale:
so' trent'anni ch'aspetti l'Ideale,
ma 'sto giorno de Dio nun spunta mai!
Per questo, se te guardo,
rivado cr pensiero a la Gallina
che covava le palle de bijardo.
 L'EDITTO
Er Re Leone fece usc un editto
indove c'era scritto:
- Chi sparler der Re de la Foresta
sar mannato ar tajo de la testa. -
Doppo 'sto manifesto  naturale
ch'ogni animale rimaneva zitto.
Una Gallina chiese ar Cane: - E tu?
come la pensi? - Eh, - dice - su per gi,
io credo che la penso come te... -
Allora er Cane fece: - Coccod... -
e la Gallina je strill: - Bubb... -
Un Pollo solamente nun cap
e cominci a cant: - Chicchirich... -
Ma, da quer giorno, nun s'intese pi.
 LO SPECCHIO
Ogni vorta che vado dar barbiere,
ner vede quela fila de me stessi
allineati come tanti fessi
ner gioco che me fanno le specchiere,
nun posso sta' se nu' je fo un versaccio
pe' vedelli rif quelo che faccio.
Metto fra la lingua, e cento lingue
me rifanno la stessa pantomima;
ogni testa ubbidisce: da la prima
all'urtima, ch'appena se distingue,
pareno ammaestrate a la parola
sotto er commanno d'una guida sola.
Se invece penso a te, ciumaca mia,
nun potrei garant che, ner ricordo,
queli me stessi vadino d'accordo
come ner gioco de fisonomia;
anzi, quarcuno dubbita e me pare
che nun veda le cose troppo chiare.
Qualunque idea me nasce ner cervello
se cambia cos presto e cos spesso
che nun fo in tempo de guard me stesso
che gi er pensiero mio nun  pi quello.
Immaggina un po' tu quelo che sorte
da un omo che rifrette cento vorte!
Ci fatto caso giusto stammatina;
doppo d'avemme insaponato er viso
er barbiere m'ha chiesto a l'improviso:
- L'ha pi rivista quela signorina?
- Chi? - dico - Bice? - E m' rimasta come
la bocca amara ne' rid quer nome...
Subbito cento bocche, tutte eguale,
piegate ne la smorfia d'un dolore,
hanno inteso er rimpianto d'un amore,
hanno ridetto er nome tale e quale;
ma quant'idee diverse! quante cose
leggevo in quele facce pensierose!
Io dicevo: - Oramai tutto sfum... -
E quelli appresso: - Certo... - Chi lo sa?...
- E se tornasse? - Che felicit!
Ce faccio pace subbito... - Per...
Doppo quela scenata che ce fu...
 forse mejo che nun torni pi.
- Me ricordo li baci de quer giorno...
- E quelo schiaffo che j'appiccicai...
- S, feci male... - Feci bene assai!
Ciaveva un conte che je stava intorno...
Era un'infame... - Un angelo... - Una strega...
- Chi se la p scord?... - Chi se ne frega! -
E scoprivo in ognuno un pentimento,
una gioja, un rimorso, un desiderio...
Ma quanno me so' visto cos serio
m' venuto da ride... E tutti e cento
m'hanno risposto, pronti a la chiamata,
con una risatina sminchionata.
 SOGNI
Da un anno, ogni notte, m'insogno e me pare
d'ann in un castello
che guarda sur mare;
nun sogno che quello.
C' Pietro, er portiere, ch'appena me vede
se leva er cappello, s'inchina e me chiede:
- Sta bene, Eccellenza? Sta bene, padrone? -
E tutto contento richiude er portone.
Qualunque portiere che v'apre la notte
ve manna a fa' fotte;
invece c' Pietro che sente er bisogno
de dimme 'ste cose gentile e sincere
che solo da questo capisco ch' un sogno.
Che bravo portiere!
Er mastro de casa, ch' un vecchio mezzano,
m'insegna una porta, me bacia la mano
eppoi sottovoce me dice: -  arrivata
la donna velata...
- Ma quale? - je chiedo - la pallida, forse,
che stava a le corse?
o quela biondina coll'abbito giallo
ch'ho vista in un ballo? -
 commodo e bello
d'avecce un castello
nascosto ner sonno,
ch armeno, la notte, ce faccio l'amore
co' tante signore
ch'er giorno nun vonno.
- Der resto lei stessa,
signora duchessa,
co' tutta la posa
superba e scontrosa,
m'accorgo che in sogno me tratta un po' mejo
de quanno sto svejo.
Nun solo me guarda, ma spesso me dice:
- So' propio contenta! So' propio felice! -
- Davero? - je chiedo - ma allora perch
nun resti co' me? -
E appena m'accorgo ch'ariva er momento
de dije sur serio l'amore che sento,
m'accosto, l'agguanto, la bacio... Ma allora
me strilla: - Sta' bono. No, no... Me vergogno!... -
E solo da questo capisco ch' un sogno;
che brava signora!
Nun ci che un amico, sincero e leale,
che dice le cose papale papale,
che quanno ho bisogno de questo o de quello
s'investe e m'aiuta, da vero fratello.
 a lui che confido le gioje e le pene
perch me capisce, perch me v bene...
Infatti ogni notte lo vado cercanno
ner vecchio castello che sogno da un anno.
 ER MATTO
Er vecchio Matto gira pe' la villa
ne le sere d'estate senza luna,
acchiappa a volo e infila una per una
tutte le Lucciolette in una spilla.
Ogni tanto la gente, pe' vedello,
s'arampica a le spranghe der cancello:
- Che fai? - je chiede. E er vecchio je risponne
- Smorzo le Lucciolette vagabbonne.
Perch dar foco che me mise in core
quela birbona che nun  pi mia
una favilla se n'agnede via
e s' cambiata in Lucciola d'amore.
Cos successe questo: a poco a poco
er core mio rimase senza foco,
mentre la Luccioletta ch' sortita
ancora se la gode e fa la vita.
Io so' convinto che me vola intorno
pe' ricordamme l'epoca pi bella
che, invece d'una povera fiammella,
ciavevo er core illuminato a giorno:
ma ormai, purtroppo, ho perso la fiducia
in una fiamma ch'arde e nun abbrucia,
e me dispiace che me porti in giro
l'urtimo bacio e l'urtimo sospiro.
 FIABE
 L'ORCO NERO ossia LA SINCERIT
C'era una vorta, quanno ancora c'era
quello ch'adesso nun se trova pi,
una regazza tanto mai sincera
che trattava la gente a tu per tu
e spiattellava coraggiosamente
qualunque cosa je venisse in mente.
La nonna je diceva: - Leila mia,
tu sei troppo sincera e questo  bello,
ma ce v puro un po' de furberia
in modo che te regoli er cervello,
perch nun se sa mai quer che ce tocca
quanno er pensiero sorte da la bocca.
Presempio, l'Orco nero, l'antro giorno,
m'ha detto che sei bella e che je piaci;
dunque, siccome  ricco, staje intorno
e, se te bacia, lassa che te baci:
faje un po' de politica e vedrai
che quarche cosa ce rimedierai. -
Invece Leila, quanno ann dall'Orco,
cominci a dije: - Come sete brutto!
Me parete mezz'omo e mezzo porco! -
Quello ce rise e disse: - Doppo tutto,
ho conosciuto un sacco de persone
che stanno ne la stessa condizzione!
- Voi, per, sete l'asso! - fece lei -
Nun ho mai visto un omo cos vecchio,
grasso e peloso! Ce scommetterei
che quanno ve guardate ne lo specchio
er cristallo s'appanna pe' paura
che j'arimanga impressa la figura!
Ma che v'importa? Un omo che possiede
un portafojo gonfio com'er vostro
ci sempre quarche donna che je cede:
in certi casi  bello puro un mostro!
Io stessa, se ho bisogno de bajocchi,
spalanco la manina e chiudo l'occhi.
- Perch nun me fai fa' l'esperimento?
- je chiese l'Orco che capiva a volo:
e cacci fra tre pappi da cento -
Nun te dar che un bacio, un bacio solo...
- Accetto! - fece lei che stava all'erta
coll'occhi chiusi e la manina aperta.
Senza da' tempo ar tempo, l'Orco nero
j'ann vicino e sospir tre vorte:
- Doppo 'sto bacio torner com'ero,
doppo 'sto bacio cambier la sorte:
ecco... m te lo do... tesoro mio!
-  fatto? - Ho fatto! - Ringrazziamo Iddio! -
Appena ch'ebbe dette 'ste parole
Leila apr l'occhi e se trov davanti
un giovenotto bello come er sole
cr manto e la corona de brillanti
e, da un bastone che ciaveva in mano,
cap che se trattava d'un Sovrano.
Dice: - Dormo o sto sveja?  un sogno, forse? -E quasi nun credesse all'occhi sui
attast er Re, ma quanno che s'accorse
ch'annava per attasti puro lui,
incominci a strill: - Le mano a casa!... -
pe' fa' cap che s'era persuasa.
- Scusa, - je disse er Re - ma so' cent'anni
ch'aspetto 'sto momento, e fino a che
una donna sincera e senza inganni
nun me parlava chiaro come te,
sarei rimasto brutto come un diavolo
e invece d'esse Re nun ero un cavolo.
Fu doppo una congiura de Palazzo
che venni sequestrato da l'Orchesse:
ar posto mio ce mssero un pupazzo
perch la gente nun se n'accorgesse,
e me fecero fa' l'omo servatico
per via d'un certo imbrojo dipromatico.
Adesso che m'hai rotto l'incantesimo
levo er pupazzo e me ripijo er trono.
Sar chiamato Mardoccheo ventesimo
fijo de Mardoccheo decimonono
e, se tu pure approverai l'idea,
diventerai Reggina Mardocchea.
Ma prima, dimme: hai fatto mai l'amore?
t'hanno baciato quela bocca santa? -
Leila s'aricord d'un senatore
che l'aveva baciata tutta quanta:
stava quasi pe' dijelo, per
ripens ar trono e j'arispose: - No!
 LA BATTECCA DER COMMANNO
C'era una vorta un povero barbiere
con una moje tanto mai incitosa
che, quanno je chiedeva per piacere
che je portasse questa o quela cosa,
la sentiva strill: - Vattel'a pija!... -
senza nessun riguardo a la famija.
Ne li momenti ch'era inviperita
j'arisponneva a furia de stornelli
su li motivi de la malavita:
e spesso je n'usciveno de quelli
che, da li fiori, indovinavi prima
dove finiva er gioco de la rima.
Ma Gnocco (lo chiamaveno cos)
sopportava la moje e, persuaso
che j'amancasse quarche venerd,
chiudeva un occhio e nun faceva caso
nemmanco a un giovenotto de l intorno
che lo faceva becco in pieno giorno.
Una notte per che, da un rumore,
scopr un pompiere drent'a la credenza,
disse a la moje: - E indove ciai l'onore?
Berta! Ch'hai fatto? Questa  un'indecenza!
Io so' un marito, mica so' un pupazzo...
- Allora, - cant lei - fior de rampazzo!
- Va'! - disse Gnocco - Perfida che sei!
Se la pena che soffro entrasse drento
a la pietra pi dura, puro lei
risentirebbe tutto er mi' tormento!
Tu, invece, te la ridi, te la canti
e me fai minchion da tutti quanti!
Doppo che pe' tant'anni t'ho tenuto
come la rosa ar naso, me fai questo!
Lo sai che nova c'? Che te saluto!
M'impicco e bonasera! - E, lesto e presto,
pij una corda, dette un bacio ar gatto
e usc da casa come un razzo matto.
Arivato che fu vicino a un bosco,
vidde una poverella che je chiese:
- Perch sospiri, Gnocco? Io te conosco:
tu sei l'omo pi bono der paese
perch ciai un core d'oro e me ricordo
che ogni tanto me davi quarche srdo.
Io - dice - so' la nonna de le fate:
e siccome le fate, a l'occasione,
co' tutto che so' femmine, so' grate
a chi j'ha fatto quarche bona azzione,
t'insegno un mezzo pratico e sicuro
pe' mette Berta co' le spalle ar muro.
cchete 'sta battecca der commanno.
Se tu' moje pijasse er sopravvento,
prima je la fai vede, e, fino a quanno
un capischi che cambia sentimento,
je ce tocchi la schina e, s' possibile,
dove trovi pi spazzio disponibbile. -
Gnocco la ringrazzi tutto felice,
ritorn a casa e volle fa' la prova.
Buss. J'apr la moje. - Oh, senti, - dice -
famme da cena, sbatteme un par d'ova... -
E quella principi: - Fiore d'erbaccia,
se nun t'azzitti te le sbatto in faccia! -
Allora, lui, co' la battecca in mano
come facesse un gioco de prestiggio,
je ce tocc la schina piano piano
e subbito s'accorse der prodiggio,
ch Berta cambi viso e cambi voce,
pieg le braccia e se le mise in croce.
E disse: - Sar bona come er pane:
da 'sto momento nun far pi scene,
e quanno canter fior de banane
sar pe' ditte che te vojo bene.
cchete un bacio. Er bacio  er pi ber fiore
che nasce ner giardino de l'amore. -
Berta, cos, nun fece pi la matta,
e der resto er fenomeno se spiega.
Quela battecca maggica era fatta
cr manico de scopa d'una strega:
e un bon tortore, pi che la maggia,
 er mezzo pi sicuro che ce sia!
 PER...
In un Paese che nun m'aricordo
c'era una vorta un Re ch'era riuscito
a mette tutto er popolo d'accordo
e a unillo in un medesimo partito
ch'era quello monarchico, percui
era lo stesso che voleva lui.
Quanno nasceva un suddito, er governo
je levava una glandola speciale
per aggiustaje er sentimento interno
seconno la coscenza nazzionale,
in modo che crescesse ne l'idea
come un cocchiere porta una livrea.
Se cercavi un anarchico, domani!
macch, nu' ne trovavi pi nessuno
n socialisti n repubbricani
manco a pagalli mille lire l'uno:
qualunque scampoletto d'opinione
era venduto a prezzo d'occasione.
Certi princip, in fonno, so' un rampino,
e li partiti, quanno semo ar dunque,
serveno pe' da' sfogo ar cittadino
che spera in una carica qualunque
e acchiappa, ne la furia de l'arrivo,
l'ideale pi spiccio e sbrigativo.
Pe' questo, in quer Paese che v'ho detto,
viveveno cos, ch'era un piacere:
senza un tiret'in l, senza un dispetto,
ammaestrati tutti d'un parere.
Chi la pensava diferentemente
passava per fenomeno vivente.
Er popolo, ogni sera, se riuniva
sotto la Reggia pe' ved er Sovrano
ch'apriva la finestra fra l'evviva
e s'affacciava tra li sbattimano,
finacch nun pijava la parola
come parlasse a una persona sola.
- Popolo! - je chiedeva - Come stai? -
E tutto quanto er popolo de sotto
j'arisponneva in coro: - Bene assai!
Ce pare d'av vinto un terno al lotto! -
E er Re, contento, doppo aveje detto
quarch'antra cosa, li mannava a letto.
cchete che una sera er Re je chiese:
- Sete d'accordo tutti quanti? - E allora
da centomila bocche nun s'intese
che un "S" allungato, che dur mezz'ora.
Solamente un ometto scanton
e appena detto "S" disse "Per...".
V'immagginate quelo che successe!
- Bisogna bastonallo! -url la folla -
L'indecisioni nun so' pi permesse
senn ricominciamo er tir'e molla...
- Lasciate che me spieghi, eppoi vedremo... -
disse l'ometto che nun era scemo.
Defatti, appena er Re ci domannato
s'eravamo d'accordo, j'ho risposto
ner modo ch'avevamo combinato;
ma un bon amico che me stava accosto,
pe' fasse largo, propio in quer momento
m'ha acciaccato li calli a tradimento.
Io, dunque, nun ho fatto una protesta:
quer "per" che m' uscito in bona fede
pi che un pensiero che ciavevo in testa
era un dolore che sentivo ar piede.
- Per - dicevo -  inutile, se poi
se pistamo li calli fra de noi.
Quanno per ambizzione o per guadagno
uno nun guarda pi dove cammina
e monta su li calli der compagno
va tutto a danno de la disciplina... -
Fu allora che la folla persuasa
disse: - Va be'... Per... stattene a casa.
 PER CUI...
Er solleone abbrucia la campagna,
la Cecala rifrigge la canzone
e er Grillo scocciatore l'accompagna.
-  la solita lagna! -
dico fra me: ma poi
penso che pure noi,
chi pi chi meno, semo tutti quanti
sonatori ambulanti.
Perch ciavemo tutti in fonno ar core
la cantilena d'un ricordo antico
lasciato da una gioja o da un dolore.
Io, quella mia, me la risento spesso:
ve la potrei rid... ma nu' la dico.
Nun faccio er cantastorie de me stesso.
 LIBRO N. 9
1929
 1921-1927
 ER PENSIERO
Qualunque sia pensiero me vi in mente,
prima de dillo, aspetto e, grazzi'a Dio,
finch rimane ner cervello mio
nun c' nessuno che me p di' gnente.
Ma s'opro bocca e je do fiato, addio!
L'idea, se nun confinfera a la gente,
me p fa' nasce quarche inconveniente
e allora er responsabbile so' io.
Per questo, ner risponne a quarche amico
che vorebbe sap come la penso,
peso e misuro tutto quer che dico.
E metto tra er pensiero e la parola
la guardia doganale der bon senso
che me sequestra er contrabbanno in gola.

 COME FU CHE NUN PRESI MOJE...
 I
Hai visto Nina, come s  ingrassata?
Pare propio una botte che cammina!
Invece a sedici anni era carina,
palida, bionda, fina, delicata...
Io l'incontravo spesso la matina
quanno ch'annava a scla, accompagnata
da una servetta zozza e scarcagnata
che doveva chiamalla signorina.
Fu appunto un giorno che sort da scla
che me feci coraggio e la fermai:
- Signorina... permette una parola?
Lei nun p crede quanto m' simpatica...
anzi... j'ho scritto questo... - E j'infilai
un bijettino in mezzo a la Grammatica.
 II
- Se ci bone intenzioni - disse lei -
bisogna che ne parli co' mi' zio...
- Se nun  che per questo, - feci io -
fra quarche giorno me deciderei... -
Dice: - Sto a Via dell'Oca, centosei:
trover scritto Nacchia: er nome mio;
per stia attenta, pe' l'amor de Dio!,
che zi' Pietro  severo... e nun vorrei... -
Dico: - Nun pensi... - E un po' de giorni doppo
me presentai glorioso e trionfante
fino su a casa, e cominci l'intoppo.
Defatti lessi sopra du' targhette:
"Professor Pietro Nacchia, chiromante.
Consultazioni dalle tre alle sette".
 III
Sonai. M'opr la serva. -  compermesso?
- Uh, - dice - chi se vede! er signorino!
Che venga puro! - E con un bell'inchino
me fece l'atto che j'annassi appresso.
Ma, appena entrato, un boja cagnolino
che stava ne la cammera d'ingresso
incominci a abbaj come un ossesso
manco s'avesse visto un assassino.
La serva, un po' pe' fa' li comprimenti,
un po' pe' fa' sta' zitta quel'arpa,
sentivo che diceva fra li denti:
- Er professore: credo che ce sia...
Zitto, Lull! S'accomodi... Accidenti...
Favorisca... A la cuccia!... Passa via! -
 IV
Immagginate un po' che sbatticore
quanno s'opr una porta piano piano
e sbuc fra un omettino anziano
che fece segno de nun fa' rumore.
Poi chiese: - Che desidera er signore?
V forse che je legga ne la mano? -
Io ch'avevo da fa'? Feci l'indiano
e dissi: - Pe' l'appunto, professore...
- Va bene; - me rispose - in de 'sto caso,
se metta a sede... 3 Se schiaff l'occhiali,
me guard ne la mano e aggricci er naso.
- Lei - dice -  un giovanotto de talento,
per sente l'influssi mercuriali...
-  vero, - j'arisposi - me li sento. -
 V
Dice: - Guardi 'ste righe. Vede questa?
Significa che lei ciavr fortuna:
ma tra er monte de Venere e la Luna
c' un punto che se spezza e je s'aresta.
Badi a le donne. Onesta o nun onesta
cerchi de nun sposanne mai nessuna:
ch qualunque ne pija, o bionda o bruna,
ciavr pi corna che capelli in testa.
- Grazzie! - je dissi; e doppo av posato
una carta da cinque sur pianforte
me n'agnedi avvilito e scoraggiato.
Se nun m'avesse letto l'avvenire,
chiss... forse a quest'ora... Quante vorte
ho benedetto quele cinque lire!
 LA SCENATA DER SIGNORINO
Parla il cameriere
Se so' lasciati jeri. La Contessa
l' venuto a trov verso le sei.
- Mario, nun t'amo pi! - j'ha detto lei. -
S'avemo da lasci stasera stessa... -
Lui j'ha risposto: - Ah, cinica che sei!
Forse c' un antro... Dimmelo! Confessa!
- Oh - dice - questo... poco t'interessa
e, bench fosse, non te lo direi... -
A 'ste parole er signorino ha pianto.
- Ecco - j'ha detto - er sogno che svanisce!
Povero core mio che soffre tanto! -
Faceva pena! Invece quela strega
lo sai che j'ha risposto: - Ge m'anfisce... -
che in francese v di': chi se ne frega!

 LA MASCHIETTA D'OGGI
 I
Parla cr fidanzato
De chi sospetti? der commennatore?
Me potrebb'esse padre, amore santo!
Vie pe' casa,  verissimo, ma in quanto...
Te giuro: mai! Parola mia d'onore!
Perch ce srto assieme?  un disonore
se me porta a balla de tant'in tanto?
Questo dipenne ch'abbitamo accanto,
ma c'entra tutto meno che l'amore.
Da quanno lo conosco nun m'ha detto
una mezza parola fri posto:
mai che m'abbia mancato de rispetto...
Io me n'accorgo quanno che ce ballo:
avressi da ved com' composto;
mica fa come te, brutto vassallo!
 II
Parla cr boccetta
Tu dichi che j'ho dato confidenza,
per te sar parso, cocco bello,
che a tutti la darei meno ch'a quello:
 troppo regazzino, abbi pazzienza!
Quarche vorta ce scherzo, ma, in coscenza,
me pare de gioc co' mi' fratello;
a me me piace l'omo attempatello
che ciabbia un pochettino d'esperienza.
Io preferisco a te, Pasquale mio,
a tanti giovenotti che ci intorno:
je fai fichetto... Te lo dico io!
Te posso garant che a petto a loro...
Ma questo te lo dico un antro giorno,
quanno me compri l'orloggetto d'oro.
 LA SCOPERTA DE VORONOFF
Un professore ha fatto un'invenzione:
dice che quanno un omo  indebbolito
se je metti una grandola in un sito
ridiventa pi forte de Sansone.
Con una grandoletta de montone
ha riaddrizzato un vecchio rimbambito,
tanto ch'er vecchio ha subbito sentito
le conseguenze de l'operazzione.
E dice, pe' deppi, che 'sta scoperta
serve perfino a rinforz er talento
a chi nun ci la mente troppo aperta...
Anzi er dottore, ch' un ometto pratico,
pare che voja fa' l'esperimento
cr Fascio libberale democratico.
 LA MADRE BONA
Lei dice che mi' fija  una ciovetta...
Lo so da me: ma ch'ho da fa', d'artronne,
se porta li capelli a la garzonne
e se specchia e s'incipria e s'imbelletta?
Spesso je dico: - Jole, damme retta:
lascia ann de ball, nun te confonne... -
Ma lei, cocciuta, invece de risponne
me se mette a fum la sigheretta!
Se, Dio ce scampi, fosse ancora vivo
quela benedett'anima der padre!
Quello s, che davero era cattivo!
Io, invece, chiudo un occhio... Caro lei!
 difficile assai de fa' la madre
ner millenovecentoventisei!
 LA MADRE PREVIDENTE
Je lo dicevo: - Abbada a quer che fai!
Checca, nu' lo spos, nun fa' la matta:
ch resti co' 'na scarpa e 'na ciavatta
e un bucio a la carzetta. Lo vedrai! -
Invece, lei, tignosa pi che mai,
l'ha vorsuto pe' forza, e m se gratta;
ch'avressi da ved come la tratta:
povera fija! sempre tra li guai!
Nun ci che una speranza ner compare
ch' stato ar Ministero de l'Interno,
e adesso s'interessa de l'affare.
Gi lo ti d'occhio e, presto, co' la scusa
che un giorno ha detto male der Governo
lo manna a fa' li bagni a Lampedusa.
 ER CAMMERIERE INDECISO
Devi sap che l'antra settimana
er signor duca ha dato 'na gran festa,
che j' costata un occhio de la testa
per via che ci la moje americana.
Ma la cosa pi buffa  stata questa:
du' signorine e una signora anziana
staveno a sede sopra un'ottomana
come se nun ciavessero la vesta.
Ecco che la signora, doppo er ballo,
m'ha detto: - C' mi' fija che v un t
un po' allungato, ma piuttosto callo... -
Io j'ho risposto: - Subbito, eccellenza!
Ma su' fija, s' lecito, qual'?
quella co' le mutanne o quella senza?
 ER CONSUMO DE LA FEDE
Quer San Pietro de bronzo che se vede
drento San Pietro, co' la chiave in mano,
a furia de baciallo, piano piano
j'hanno magnato pi de mezzo piede.
E quella  tutta gente che ce crede:
perch devi pens ch'ogni cristiano
ch'ariva da vicino o da lontano
lo logra co' li baci de la fede.
Per c' un sampietrino che m'ha detto
come er consumo p dipenne pure
che lo vanno a pul cr fazzoletto.
Ma questo qua nun sposta la questione:
e, a parte quele poche fregature,
 un gran trionfo pe' la religgione.
 ER MARITO CHE RINVIA
Corsi in questura e dissi ar commissario:
- Venite co' du' aggenti, fate presto,
perch la mia signora... questo e questo...
in una casa a via der Seminario.
- Procederemo subbito a l'aresto!
- rispose risoluto er funzionario -
Lui, per, chi sarebbe?  necessario
che prima sappia er nome e tutt'er resto. -
Ma ammalappena je lo nominai
fece un zompo e strill: - Caro signore,
nun sa che quello  un pezzo grosso assai?
Sarebbe er capitano... - A 'sta notizzia,
dissi: - Va bene: sarver l'onore
in un'antra occasione pi propizzia.
 LA TERZA ROMA
Parla Checco er benzinaro
 I
La terza Roma nun s'intenne mica
che da Romolo in qua ce so' tre Rome:
naturarmente je se d 'sto nome
pe' potella distingue da l'antica.
De Roma nostra, Dio la benedica,
nun ce n' che una sola: ma, siccome
fu rimpastata, je successe come
succede co' la crosta e la mollica.
Infatti, sur pi bello d'un lavoro,
te ritrovi l'Impero gi in cantina
con una strada che va dritta ar Foro:
e scopri che, presempio, la finestra
indove s'affacciava Messalina
corrisponne a 'na chiavica maestra.
 II
Er tempo, che lavora co' la lima,
con una mano scrive e l'antra scassa,
e succede ch'er postero sfracassa
quello che l'antenato ha fatto prima.
Cos vedrai che fra mill'anni e passa
rifaranno la stessa pantomima,
e tutto quello ch'oggi sta pi in cima
sar guardato come Roma bassa.
E forse un cicerone der tremila
dir a un ingrese: - Vede, mosi mio,
quer Cammerone co' li posti in fila?
Laggi, in un tempo, se parlava troppo,
e m se sente solo er gnavolo
de li gatti ch'aspetteno er malloppo.
 GIOVE
 I
A immagginasse Roma anticamente,
pe' quanto faccia, un omo se confonne:
ched'era Roma? un bosco de colonne,
una citt de marmo arilucente.
Le chiese nun ce staveno pe' gnente,
nun c'ereno n Cristi e n Madonne,
perch de queli tempi, ommini e donne,
ciaveveno una fede diferente.
E lo sai chi pregaveno? Giunone,
Nettuno, Apollo, Venere, Minerva,
Marte, Vurcano, Cerere, Prutone...
E a capo a tutti quanti c'era Giove,
er solo Dio ch'adesso se conserva
perch se chiama Pluvio quanno piove.
 II
E Giove, che ciaveva ne le mano
tutta l'azzienna elettrica celeste,
viveva fra le nuvole e da queste
furminava la gente da lontano.
D'accordo co' Nettuno e co' Vurcano
faceva l'uragani e le tempeste
pe' sconocchi li boschi e le foreste
e spacc le montagne a tutto spiano.
Se sa: so' tutte pappole ch'ormai
fanno ride li polli; ma l'antichi
se l'ereno bevute bene assai.
Questo v di' che l'ommini so' pronti
a crede a tutto quello che je dichi
e a qualunque fregnaccia j'aricconti.
 III
Eppuro, 'sti pagani babbalei,
faceveno le cose co' decoro
perch hanno scritto fra le stelle d'oro,
in mezzo ar celo, er nome de li dei!
E li temp? e li fori? e li musei?
So' pieni zeppi de ricordi loro:
guarda l'Apollo, che capolavoro!
Venere sola, basterebbe lei!
La pi benfatta, quella de Cirene,
pare che ciabbia un'anima e je senti
er sangue friccic drent'a le vene.
Nun ci testa, ma pensa: e forse spera
de cap mejo tanti cambiamenti
ch'ha fatto l'omo pe' resta com'era.
 L'ANIMALI
 I
Fra li cibbi pi boni e pi leggeri
vi avanti a tutti er fritto de cervello.
A me, per, nun me parl de quello
che nu' l'ho mai magnato volentieri.
Solamente a l'idea che fino a jeri
 stato ne la testa de l'agnello
che magara cap d'ann ar macello
me pare de magnamme li pensieri.
Naturarmente, povera bestiola,
nun dice quer che pensa, come noi,
perch Iddio nun j'ha dato la parola;
ma che te credi tu? che l'animali
nun ciabbino li martiri e l'eroi
e, a modo loro, puro l'ideali?
 II
Lo scimpanz, defatti,  un infelice:
martire der dovere e de la scenza,
che, pe' da' forza all'omo, resta senza
quello che in generale nun se dice.
E nun so' eroi da mettese in cornice
er somarello pieno de pazzienza
e er mulo che va in guerra e, a l'occorenza,
trasporta pure la mitrajatrice?
E dove trovi un sentimento vero
come quello der cane? Devi ammette
che  l'amico pi bono e pi sincero:
perch, senza bisogno de controllo,
 fedele ar padrone che je mette
la musarola e la catena ar collo.
 ER TELEFONO
Co' quello antico? Vergine Maria!
Giravi per un'ora er girarello
e, se volevi un oste, sur pi bello
te risponneva quarche farmacia.
Invece m, coll'urtimo modello,
chiami cr deto, parli e tiri via,
che se tu vedi la signora mia
ce se diverte come un giocarello.
Jeri, presempio, appena s' svejata
ha bevuto er caff cr rosso d'ovo
eppoi s' fatta la telefonata.
E manco ha preso in mano l'apparecchio
ch'ha liticato co' l'amante novo
e ha fatto pace co' l'amante vecchio.
 L'AMORE D'OGGIGGIORNO
L'amore, a tempo mio, nun era mica
facile e sbrigativo com' adesso:
lo scopo, se capisce, era lo stesso,
ma te costava un sacco de fatica.
Perch la donna, cr vest a l'antica,
ciaveva un po' pi scrupolo der sesso:
nun era come m, ch'annaje appresso,
doppo un minuto gi te fai l'amica.
Oggi che fanno tutto a tir via
pure l'amore ha prescia ne la vita
e se ne frega de la poesia.
Va dritto, ar sodo, senza comprimenti...
Nun potrebbe sfoj la margherita
su 'na Torpedo cinquecentoventi!
 MALINCONIE
Ner giardinetto accanto ar monastero
sette pupetti fanno a girotonno
e, in mezzo ar cerchio, cianno messo er nonno,
tutto contento d'esse priggioniero.
M'affaccio e guardo e chiudo in un pensiero
er gran dolore d'esse solo ar monno
senza nemmanco un diavoletto bionno,
senza nemmanco un angioletto nero.
Se me fossi deciso a pij moje
forse pur'io ciavevo un ber pupetto,
ch' sempre la pi cara de le gioje!
- Pap, pap... - Me pare de vedello...
Ma che me dico! A 'st'ora l'angioletto
sarebbe gi tenente colonnello.
 LI CANNIBBALI
 I
In un paese de li pi lontani,
ch' sempre pieno de miniere d'oro,
c' un popolo guidato da un Re moro
capo de li Cannibbali africani.
Mentre el Re, come tutti li sovrani,
nun parla che de pace e de lavoro,
li sudditi se magneno fra loro
fino a sbranasse peggio de li cani.
Pure la carne bianca forastiera
ogni tanto l'assaggeno, ma poi
aritorneno sempre a quela nera;
ch er cannibbale vero, in generale,
sente l'amor de patria e, come noi,
preferisce er prodotto nazzionale.
 II
Tutti, laggi, dar ricco ar poverello,
cianno per distintivo un cerchio ar naso:
e el Re, che li ti d'occhio, quann' er caso,
li lega, uno per uno, pe' l'anello.
Se quarche moro, poco persuaso,
cerca de mette bocca, sur pi bello,
el Re tira lo spago, e allora quello,
come sente tir, mosca Tomaso!
Co' 'sto sistema er popolo rimane
legato a chi lo guida o lo stracina
e l'ubbidisce come fosse un cane.
Ma er capo, che capisce e che raggiona,
s'accorge spesso che la disciprina
ne vi da lo spaghetto che funziona.
 ER MARITO INFELICE
 I
Se Giggia  nevrastenica? Accidenti!
Perch vorebbe un fijo, ecch'er motivo:
ma a sessantanni e pi, come ciarivo?
E, nota, che mi' moje ce n'ha venti!
Dice: - Tu nun sei bono... - Eh, - dico - senti!
Nun sar bono, ma nun so' cattivo:
in fonno ci un carattere espansivo:
bisogna, Giggia mia, che te contenti... -
Jeri m'ha chiesto: - Che fascista sei?
- Der diciannove; - j'ho risposto io -
per so' nato ner cinquantasei.
Come pretenni che ce scappi un fijo?
ma manco se vi gi Dommineddio,
manco se s'ariunisce er Gran Consijo!
 II
E m che s' affissata in quer pensiero
va a letto senza dimme 'na parola,
mette la testa sotto a le lenzola,
piagne, sospira e vede tutto nero.
Mi' socera ogni tanto la consola:
-  un anno ch'hai sposato: mica  vero...
- No, - dice - da l'assieme nun ce spero:
 destinato ch'ho da rest sola! -
Io ch'ho da fa'? Sto zitto, la sopporto,
e la matina, appena che me svejo,
la guardo e penso: - Nun aveva torto! -
Defatti, lei, la prima notte, a Napoli,
me disse: - Ah, Pippo mio, quant'era mejo
se pagavi la tassa su li scapoli!
 LI FRAMMASSONI D'OGGI
 I
Un anno fa, quann'ero frammassone,
se strignevo la mano d'un fratello
me ricordavo der tinticarello,
ma lo facevo senza convinzione.
Annavo in Loggia pe' gioc a scopone,
a sett'e mezzo, a briscola, a piattello,
con uno scopo solo, ch'era quello
de pot mijor la condizzione.
Ma da quanno ce chiusero la Loggia
nun trovi pi nessuno che ce crede,
nun trovi pi nessuno che t'appoggia.
Perch la Fratellanza Universale
che ce riuniva tutti in una fede
fin co' la chiusura der locale.
 II
Er frammassone d'oggi, s' prudente,
pe' sta' tranquillo e fa' la vita quieta,
invece der giochetto de le deta
s'adatta a salut romanamente.
Cos che ce capischi? Un accidente.
Finch l'associazzione era segreta
se sapeva dall'a fino a la zeta,
nome e cognome d'ogni componente.
Invece m, che nun  pi un mistero,
chi riconosce er frammassone puro?
chi riconosce er frammassone vero?
chi riconosce er frammassone esperto
che, nun potenno lavor a lo scuro,
te d le fregature a lo scoperto?
 ZI' PRETE
 I
Siccome sto de casa co' mi' zio,
ch'adesso  monsignore, je fo vede
che l'ubbidisco in tutto quer che chiede
pe' diverse raggioni che so io.
- Nun biastim! - me dice: e ce pi crede
che nun me scappa pi manco un perdio.
Dice: - Ce v pi fede, caro mio... -
e m' cresciuta subbito la fede.
Ciavevo quarche amico frammassone;
dice: - Nun vojo... - E io da bon cristiano
ce parlo d'anniscosto ner portone.
Ma zi' prete, purtroppo, ci er vizziaccio
che, come je do un deto, v la mano,
e se je do la mano agguanta er braccio.
 II
Lui s' presa la vigna, ch' un affare,
la casa, la bottega e tutto er resto:
j'ho dato, insomma, quello che m'ha chiesto
pe' fallo scapricci come je pare.
Ma ancora nun j'abbasta! cr pretesto
che nun vede le cose troppo chiare,
ha scritto un'antra lettera ar compare
pe' dije che v quello e che v questo...
Io, se capisce, abbozzo, sputo fiele
e me rimetto a la coscenza mia
che vede Iddio pi su de le cannele.
Ma se nun fussi un bon cristiano vero
me farebbe ven la fantasia
de raggion cr libbero pensiero.
 L'ADULTERIO
 I
Che l'amore sia bello ve l'ammetto,
ma quanno sur pi mejo ve sentite
un commissario che ve strilla: - Aprite!
in nome de la legge!... - cambia aspetto!
Io che stavo co' Jole... me capite...
come sento accos, zompo dal letto,
corro verso la porta e da un bucetto
intravedo du' guardie travestite.
Aprite, aprite! Eh, gi! se dice presto!
Se m'acchiappava in quele condizzioni
me dichiarava subbito in aresto.
Fra lei che se strappava li capelli
e io che nun trovavo li carzoni...
Che momenti teribbili so' quelli!
 II
Come Dio volle, aprii la porta e allora
er commissario entr coll'antri appresso.
Io feci er tonto. Dico: - E ch' successo
pe' venimme a chiam propio a quest'ora?
- Voi - dice - state qui co' la signora...
C' la querela der marito stesso...
- Ma scusi, - dico - che nun  permesso,
de faje compagnia mentre lavora?
- Be', - dice - favorischino co' noi...
- In questura? e perch? - dico - Bisogna
ch'io spieghi prima... - Spiegherete poi! -
Intanto, Jole, pallida e confusa
singhiozzava: - Addio onore! Ah che vergogna!
Ce fosse armeno una carrozza chiusa! -
 III
Ma er momento pi brutto fu er passaggio
tra la folla che stava sur portone:
gente, te dico, senza educazzione,
che nemmanco fra un popolo servaggio.
Dice: - Nun vedi lei? pare un trombone!
- Ci pensato abbonora a piant maggio!
- E lui, me lo saluti? Che coraggio!
- Se vede che je vanno le tardone... -
Basta: in questura nun ciagnede male
pe' via che nun ce crsero in fragante,
ma er fatto venne messo sur giornale.
Diceva chiaramente: "La scenata
de la moje infedele co' l'amante,
presa col sorcio in bocca in via Privata!"
 IV
Che pe' sarv l'onore d'un marito
rincojonito - giusto ce fa rima, -
ce sia bisogno de 'sta pantomima,
io, francamente, nu' l'ho mai capito.
Quanno l'onore  perso  bell'e ito;
ma, se la gente nu' lo sa e ve stima,
voi rimanete tale e quale a prima
e sete rispettato e riverito.
Dunque a che giova sputtan una fija,
che se azzeccava de sposa un antr'omo
era una bona madre de famija,
e d raggione a lui che j'aritorna
la smania de sentisse gentilomo
solo quanno je rodeno le corna?
 LA TOLETTA DE LA MARCHESA
 I
Quanno je fa er massaggio la matina
la ti sotto mezz'ora e manc'abbasta.
Come se la lavora! Io so' rimasta
ner vede tutto quello che combina!
Prima l'impiastra co' la vasellina,
poi je passa lo spirito e l'impasta
e l'acchiappa e la pizzica e l'attasta,
la stira, la sculaccia e la strufina.
Lei dice che lo fa co' la speranza
de perde er grasso e rinforz la pelle
e fa' spar le crespe de la panza:
ma pe' levaje tutti li ritreppi
e faje regge certe cascatelle,
lo sai che ce vorebbero? li zeppi.
 II
Ma la cosa pi comica e pi bella
 ne le sere quanno c' serata,
che se presenta tutta infarinata
coll'occhi neri fatti a carbonella.
Ogni tanto se d quarche passata
de rosso su la bocca de ciafrella,
con una precisione che a vedella
pare un siggillo d'un'assicurata.
Cos ne vi che quanno un mammalucco
va pe' bacialla, lei pensa ar colore
e dice: - Bono! ch me levi er trucco! -
In mancanza de mejo, nun  male
che le donne risentino er pudore
attraverso er rossetto artificiale.

 LISA E MOLLICA
Sonatori ambulanti.
 I
Se voleveno bene Dio sa quanto,
eppure nun annaveno d'accordo
perch Mollica, ch'era mezzo sordo,
l'accompagnava e nun sentiva er canto.
In quela voce piena de rimpianto
c'era la cantilena d'un ricordo:
ma chi capiva? Er pubblico balordo
li minchionava e ce rideva tanto.
- Manna, Mollica! Facce un pezzo bello! -
E 'r vecchio pizzicava la chitara
mentre Lisa attaccava un ritornello:
- Inverno o estate, autunno o primavera,
quann'una canta co' la bocca amara
nun c' pi gnente che je dice: spera! -
 II
Un giorno che giraveno cr piatto
Lisa me disse: - Se m'avesse vista
quanno facevo la canzonettista
caro signore, diventava matto!
Dijelo tu, Mollica... - Er chitarista
approv co' la testa, soddisfatto,
eppoi me disse: - Guardi 'sto ritratto
ch'usc in quer tempo sopra una rivista... -
E cacci fra un pezzo de giornale
indove c'era la fotografia
d'Isa Pup, "l'eccentrica mondiale".
- Allora nun avevo che vent'anni!
- sospir Lisa co' malinconia -
Ma se m'avesse vista sottopanni!
 III
Mollica, dillo tu com'ero grassa... -
Subbito er vecchio, che beveva er vino,
scrocchi la lingua come un vetturino
mentre se pizzicava la ganassa.
- Perch saranno ormai vent'anni e passa
che conosco Mollica! Era destino.
Cantavo ne lo stesso teatrino
dove che lui sonava la grancassa.
M'insegnava la musica, e a le prove
portava la chitara espressamente
pe' ripassamme le canzone nove.
Daje e ridaje, me se mise intorno...
per in quer tempo nun successe gnente
ch, purtroppo, ero vergine. Ma un giorno...
 IV
Doppo tre mesi, come vorse Iddio
fui scritturata a Genova. Ciannai.
Ma a lass Roma me dispiacque assai
massimamente pe' Mollica mio.
Partii de notte. Venne a dimme addio.
- Sta' attenta a te, - me fece - e caso mai... -
Cominci a piagne. Dico: - Ma che fai!
Quanto sei scemo! - E un po' piansi pur'io.
In tutt'er viaggio me pareva che
quele parole fussero restate
ner rumore der treno: Attenta a te...
Attenta a te! Ma dice bene quello:
quanno se nasce pecore segnate
o prima o poi s'ha da fin ar macello. -
 V
E Lisa riallacci con un sospiro
er ricordo d'un fatto ormai lontano,
quanno s'un con un fachiro indiano
che cerc de giocaje un brutto tiro.
Dice: - Deve sap che 'sto fachiro,
che invece era un barbiere de Milano,
aveva combinato tutto un piano
cr solo scopo de portamme in giro.
Per mesi e mesi, stupida che fui!,
ho lavorato ne l'esperimenti
vestita da odalisca, assieme a lui.
In uno me legava li capelli
e, mentre me teneva co' li denti,
faceva er gioco de li tre cortelli. -
 VI
Allora Lisa me spieg com'era
che ciaveva la voce rovinata.
- Fu lo spavento d'una cortellata
che me dette er fachiro quela sera.
Pe' potello sarv da la galera
detti a d'intenne ch'ero scivolata...
Ma guardi qua, che sfrizzola m'ha data! -
E se slacci la camicetta nera.
- So' sedici anni e ancora se conosce... -
E mise er deto ne la cicatrice
che se sperdeva tra le pelle flosce.
Mollica disse: - Se me dava retta
nun succedeva, povera infelice! -
E je riabbotton la camicetta.
 VII
In quer momento, da la commitiva
d'un gruppo de signori e de signore
uno strill: - Volemo er professore!
Musica, sor peloso! Evviva, evviva!... -
Una biondina disse: - Per favore,
ce vorebbe cant la "Casta diva"?
- La "Norma"? - chiese Lisa - e chi ciariva?
Quarche stornello s, co' tutto er core... -
E incominci a cant: - Fiore de menta,
in mezzo ar petto ancora ci l'impronta
de la passione mia che me tormenta...
- Brava! - je disse l'oste - nun te resta
che de faje la mossa! - E Lisa, pronta,
arz la cianca e se sgrull la vesta.
 ER MARITO FILOSOFO
Se p sap che diavolo j'ho fatto?
Fra mi' moje, mi' socera e mi' fija,
ci contro tutta quanta la famija:
forse ce l'ha co' me perfino er gatto!
Se a cena, Dio ne guardi, faccio l'atto
de protest, succede un parapija;
come me movo, vola una bottija;
appena ch'apro bocca, vola un piatto.
Poi, tutt'e tre d'accordo, vanno via:
allora resto solo e piano piano
scopo li cocci e faccio pulizzia.
Finch arivato all'urtimo pezzetto
m'accnno mezzo sighero toscano,
strillo: Viva l'Italia!... e vado a letto.
 DEMOLIZZIONE
Stanotte, ner rivede casa mia
mezza buttata gi, m'ha fatto pena.
Er mignanello se distingue appena,
le scale, la cucina... tutto via!
Tutto quer vto de malinconia
illuminato da la luna piena
me faceva l'effetto d'una scena
d'un teatrino senza compagnia.
E, l, me so' rivisto da regazzo
quann'abbitavo in quela catapecchia
ch'era, per me, pi bella d'un palazzo.
Speranze, dubbi, lagrime, singhiozzi...
quanti ricordi in una casa vecchia!
Ma quanti sorci e quanti bagarozzi!
 ER PENSIERO POLITICO
 UNO CHE SVICOLA...
Tu voressi sap s'io so' propenso
e me lo chiedi propio sur tranvai!
Da la stessa domanna che me fai
capisco che gi sai come la penso.
Ecco... vedi... per... forse... se mai...
Io dico pane ar pane, ma in compenso
so' stato sempre un omo de bon senso
perch me piace l'ordine e lo sai.
Dunque, su questo qui, nun se discute
che essenno tutti quanti d'un pensiero
ciavemo le medesime vedute.
Der resto, tu, m'hai bello che capito...
Dico bene? A proposito... ma  vero
che Giggia s' divisa dar marito?
 LA CRISI DE COSCENZA
La crisi de coscenza p succede
da un dubbio che te rode internamente:
come rid la fede a un miscredente,
p rilevalla a quello che ce crede.
In politica  eguale. Quanta gente,
che ciaveva un principio in bona fede,
s'accorge piano piano che je cede
e je vi fra tutto diferente?
Te ricordi de Checco er communista
che voleva ammazz de prepotenza
tutta la borghesia capitalista?
Invece, m, la pensa a l'incontrario:
e doppo quarche crisi de coscienza
s' comprato un villino a Monte Mario.

 ER MARTIRE DE L'IDEA
Guarda la testa mia ch' diventata!
so' tutte cicatrice. Vedi questa?
Fu quanno scrissi, in segno de protesta,
"Viva Oberdan!", davanti a l'Ambasciata.
Qua su... fu un clericale, in una festa;
pi gi, 'na guardia, in una baricata;
e 'sta ficozza in mezzo, una sassata
d'un communista, che me prese in testa.
Qui, fu a un comizzio; questa, in un corteo...
E tu, doppo 'ste buggere, me chiedi
come la penso adesso? Marameo!
Co' la testa che ci nun  possibbile
qualunque sia pensiero... Nu' lo vedi?
Mancherebbe lo spazzio disponibbile!
 ER SALUTO ROMANO
Parla un portiere
Er saluto me piace perch  bello,
e nessuno lo critica: ar contrario!
Ma se vi usato pi der necessario
 come la levata de cappello.
S'io sto qui pe' portiere e m'aranchello
a fa' er pecione pe' sbarc er lunario,
mica  vero che faccio er leggionario,
che devo arz la mano a quest'e a quello!
Eppoi chi s' lagnato? Quer puzzone
de lo strozzino der seconno piano,
che fa er fascista pe' speculazzione.
Io, per, che conosco l'idee sue,
un giorno o l'antro, invece d'una mano,
finisce che je l'arzo tutt'e due.
 LO "SMEMORATO"
Cosa vi che ce stia drento un cervello
d'un omo che se scorda d'esse lui,
che nun conosce pi l'amichi sui
n socera, n moje, n fratello?
E tutti 'sti scenziati de cartello
che sanno legge ner pensiero artrui
ch'hanno capito? cavoli! Per cui
che je fa de sap s' questo o quello?
Eppoi succede spesso e volentieri
ch'ogni tanto quarcuno, pe' prudenza,
se scorda quer che  stato infino a jeri.
Una prova lampante  er mi' padrone:
da quanno che lo chiameno eccellenza
nun se ricorda pi d'esse un cojone.
 LE DONNE MEZZE NUDE
Vanno troppo scollate? E che t'importa?
Fanno vede le gambe? Oh, senti questa!
Per me qualunque donna che protesta
 brutta e vecchia o perlomeno  storta.
M nun so' pi li tempi d'una vorta
quanno l'onore d'una donna onesta
dipenneva dar tajo d'una vesta
che fosse troppo lunga o troppo corta.
Guarda, presempio, la padrona mia:
quanno se mette l'abbito scollato
nun ci che un fiocco, uno spacchetto e via.
Ma questo va a svantaggio der peccato
perch er lavoro de la fantasia
se riduce a uno spazzio limitato.
 QUELLO CHE DICE MEO...
A proposito della psicanalisi
Er pensiero che nasce in un cristiano
che guarda, gusta, odora, sente e tocca,
 er lavorio dell'occhi, de la bocca,
der naso, de l'orecchie e de la mano.
Qualunque sia parola, la pi sciocca,
ce rinfresca er ricordo pi lontano;
voi, infatti, ner parl d'un lavamano
m'avete fatto ripens a la brocca.
A la brocca, purtroppo, che sfasciai
sur groppone a mi' socera e, in coscenza,
m me ne pento e me dispiace assai.
Ma er dolore che sento e che dimostro,
s'annamo a vede er punto de partenza,
l'ha rinfrescato er lavamano vostro.
 LA STRETTA DE MANO
Quela de da' la mano a chissesia
nun  certo un'usanza troppo bella:
te p succede ch'hai da strigne quella
d'un ladro, d'un ruffiano o d'una spia.
Deppi la mano, asciutta o sudarella,
quanno ha toccato quarche porcheria,
conti er bacillo d'una malatia
che t'entra in bocca e va ne le budella.
Invece, a salut romanamente,
ce se guadagna un tanto co' l'iggene
eppoi nun c' pericolo de gnente.
Perch la mossa te vi a di' in sostanza:
- Semo amiconi... se volemo bene...
ma restamo a una debbita distanza. -
 ER DUELLO DE JERI
Appena ch'er dottore arz l'ombrello
l'avvocato je dette 'no spintone.
- Va' la! - je disse - brutto beccaccione!
- Vecchio ruffiano! - je rispose quello.
Siccome, in fonno, aveveno raggione
venne deciso subbito er duello;
e, jeri, ne la villa d'un castello,
ce fu lo scontro che riusc benone.
Uno, come risurta dar verbale,
c'ebbe uno sgraffio ar cuojo capelluto
e l'antro ne lo spazzio intercostale.
Doppo de che se dettero la mano:
cos er dottore nun  pi cornuto
e l'avvocato nun  pi ruffiano.
 L'ARESTO DER COMMENDATORE
La sera de l'aresto, l'inquilini
ereno esciti tutti pe' le scale;
- Eh, - dice - se capiva! -  naturale!
- Ecco come se fanno li quatrini!
- Da un pezzo in qua faceva un lusso tale...
- E carozza... e automobbili... e villini...
- E la moje? Che anelli! che orecchini!
- Io lo dicevo che finiva male... -
E quanno scese assieme ar delegato
nessuno seppe dije una parola
che l'avesse un pochetto incoraggiato.
Nessuno! Solamente la portiera
ch'era rimasta in fonno a la guardiola
pens a le mance e disse: - Bona sera!
 CRONACA MONDANA
Te ricordi de Checca la portiera
che spos l'avvocato a via Fratina?
Dovressi vede come se combina!
 diventata 'na signora vera!
Infatti li giornali, stammatina
parlanno der gran ballo de jersera,
fra l'antre dame dicheno che c'era
Donna Francesca Stronsi e Signorina.
Tu pure, Mimma, stupida che sei,
se facevi 'na vita pi tranquilla
te godevi la pacchia come lei:
solo con un pochetto de giudizzio
potevi divent Donna Cammilla...
e, invece, resti donna de servizzio!

 ER SONATORE AMBULANTE
Ogni tanto veniva in trattoria
pe' son quer violino strappacore
che quanno nun raschiava er "Trovatore"
martirizzava la "Cavalleria".
Successe che una sera, un avventore,
je disse: - Basta, co' 'sta zinfonia!
perch ciai rotto l'anima! Va' via!
Sempre una lagna! Brutto scocciatore! -
Ner sent 'ste parole, er violinista,
radica vera de baron fottuto,
j'incominci a son l'inno fascista.
Allora l'avventore, rassegnato,
arz la mano in segno de saluto,
ma sottovoce disse: - M'hai fregato!
 ER SIGNORE DECADUTO
 I
E spenne e spanne, fra le donne e er gioco
e a furia de da' feste e de da' balli,
li quatrini finiva pe' buttalli
come se butta la cartaccia ar foco.
Ha visto spar tutto a poco a poco:
er palazzo, la villa, li cavalli,
li servitori co' li bordi gialli,
er maggiordomo, er cammeriere, er coco...
E arazzi e quadri e lampadari e specchi...
Povera robba! Se n'ann a fa' fotte
da l'antiquari e da li robbivecchi.
Der patrimonio, ormai, nun j' restato
che un'ottomana co' le molle rotte
e 'na cornice senza l'antenato.
 II
Peppe de Borgo, er vecchio cammeriere
che lo serv nell'epoca pi bella,
ha aperto un bucio, assieme a la sorella:
"All'antica osteria del Belvedere".
Er principe ce va tutte le sere
e l, tra un mezzo litro e 'na ciaramella,
principia a raccont quarche storiella
mentre accarezza l'orlo der bicchiere.
- Peppe, te n'aricordi de quer ballo
che, doppo cena, persi la pazzienza
e sfasciai fino all'urtimo cristallo?
- S. - dice Peppe - C'era Sciarla, Orsini...
m'aricordo benissimo, eccellenza... -
Eppoi sospira: - Poveri quatrini! -
 III
Eppuro, doppo quello ch' successo,
spasseggia e se la fuma allegramente:
anzi, dar giorno che nun  pi gnente,
 pi che mai padrone de se stesso.
Se passa sotto, e je succede spesso,
ar palazzo abbitato anticamente,
arza la testa e guarda indiferente
la mostra d'un dentista che c' adesso...
E rivede attraverso un finestrone
er Satiro che balla er sartarello
dipinto sur soffitto der salone;
allora, ripensanno ar tempo antico,
- Tu solo - dice - sei rimasto quello!... -
E lo saluta come un vecchio amico.

 PAESETTO
 I
Ner paesetto de la balia mia
c' 'na pace e 'na quiete che consola:
so' trenta case intorno a 'na chiesola
affumicate da la ferrovia.
Un po' pi su se vede l'Abbazzia
e er campanile co' la banderola,
dove nun c' che una campana sola
che serve pe' son l'avemmaria.
E da tant'anni la campana sona
come dicesse a tutta la vallata:
- A chi domanna, la Madonna dona... -
La banderola, invece, che nun gira
perch s' aruzzonita, sta incastrata...
cos nessuno sa che vento tira.
 II
 un paesetto senza pretenzione,
bench su la piazzetta principale
c' er Gran Caff dell'Aquila Imperiale
dove c'entreno ar pi dieci persone.
Ma la mejo bottega  lo spezziale
che ti esposti in vetrina, a pennolone,
tre lavativi, e sotto l'iscrizzione:
"Preferite er prodotto nazzionale".
In mezzo, in un barattolo de vetro,
c' ammalloppato un verme solitario
che a misurallo ce vorebbe er metro.
'Sto verme, che fu fatto co' la testa,
dicheno ch' d'un reggio commissario
che se trovava l per un'inchiesta.
 III
Prima, tutte le sere, er farmacista
giocava a scopa ner retrobottega
cr curato, er dottore, er capolega
e er maestro de scla communista.
Allora discuteveno e se spiega:
ma appena s'afferm l'idea fascista
fecero tutti un cambiamento a vista
e la riunione prese un'antra piega.
Adesso, infatti, er gioco  sempre quello,
per la commitiva resta zitta
e trova tutto bono e tutto bello.
S'abbada a la partita; ar pi se critica
si quarchiduno imbroja1 o s'approfitta.
Ma, in questo qui, nun c'entra la politica.
 IV
Er sor Checco er droghiere, anticamente,
faceva er magnapreti, tant' vero
ch'er Circolo del Libero Pensiero
l'aveva nominato presidente.
Ma, adesso, un po' che serve er monastero,
un po' per ann appresso a la corente,
va sempre in chiesa come un pio credente
e pare convertito pe' davero.
E ci a bottega una Madonna antica,
una Madonna der Divino Amore,
che ner guardallo pare che je dica:
- Nun te ricordi che ner novantuno
stavi ner Comitato promotore
de l'onoranze pe' Giordano Bruno?
 V
Ma a noi che ce ne preme se raggiona
cr tornaconto de la convenienza?
Oggiggiorno chi sarva l'apparenza
 sempre una bravissima persona.
- Eppoi; - dice er curato - quanno sona
l'ora de la Divina Providenza,
l'omo se ripulisce la coscienza
e se rimette su la strada bona.
Perch, chi s'allontana da San Pietro
e s'incammina per un'antra via,
a la lunga nun va che torna addietro. -
E se capisce: in un momento brutto,
er peggio miscredente che ce sia
j'abbasta un gnente pe' ricrede a tutto.
 VI
Don Marco, ch' un curato pacioccone,
 l'omo pi contento e pi felice
massimamente quanno benedice
la folla che se mette in ginocchione.
Da che c' stata la Concijazzione
fioccheno li miracoli, e se dice
ch'un San Micchele Arcangelo in cornice
ha cambiato persino d'espressione.
Infatti, adesso, l'Angelo  contento:
pista la testa ar diavolo, ma pare
che se lo guardi con compiacimento.
E forse pensa: - Tanto, prima o poi,
appena se presenta un bon affare
faremo er concordato pure noi.
 SOGNO BELLO
 I
- Macch! - je disse subbito er dottore -
Qui nun se tratta mica d'anemia!
 gravidanza, signorina mia:
soliti incertarelli de l'amore! -
Pe' Mariettina fu una stretta ar core:
- So' rovinata! Vergine Maria!
Madonna santa, fate che nun sia!
Nun potrei sopport 'sto disonore! -
Ma appena vidde ch'era propio vero
corse da Nino. - Nun  gnente! - dice -
Se leveremo subbito er pensiero.
Ce v la puncicata. Domatina
te porto da 'na certa levatrice
che gi l'ha fatto a un'antra signorina. -
 II
La sera Mariettina agnede a letto
coll'occhi gonfi e con un gnocco in gola,
e s'anniscose sott'a le lenzola
pe' piagne zitta, senza da' sospetto.
Poi pij sonno e s'insogn un pupetto
che je diceva: - Se te lascio sola,
povera mamma mia, chi te consola
quanno t'invecchierai senza un affetto? -
E, sempre in sogno, je pareva come
se er fijo suo crescesse a l'improviso
e la baciava e la chiamava a nome...
Allora aperse l'occhi adacio adacio
e s'intese una bocca accanto ar viso,
che la baciava co' lo stesso bacio.
 III
Era la madre. - Mamma, mamma bella! -
E se la strinse ar petto. - Amore santo!
Che t'insognavi che parlavi tanto
e facevi la bocca risarella?
Per ciai l'occhi come avessi pianto...
Dimme? che t' successo? - E pe' vedella
pi mejo in faccia, apr la finestrella
e fece l'atto de tornaje accanto.
S'intese un fischio. - Mamma! questo  lui
che sta aspettanno sotto l'arberata...
Dije che vada pe' li fatti sui.
Anzi faje cap che se l'onore
se p sarv con una puncicata
preferisco de dajela ner core.
 GIOVE E LE BESTIE
1932
 1928-1932
 ALL'OMBRA
Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all'ombra d'un pajaro,
vedo un porco e je dico: - Addio, majale! -
vedo un ciuccio e je dico: - Addio, somaro -
Forse 'ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazzione
de pot di' le cose come stanno
senza paura de fin in priggione.
 L'AZZIONE
Un Somarello, appena ch'ebbe visto
che in testa d'un corteo c'era un Cavallo,
fece succede un mezzo acciaccapisto:
perch, co' la speranza d'arivallo,
scanz la folla e ruppe li cordoni
a furia de zampate e de spintoni.
La gente protest: - Che modo  questo
de fasse avanti? Brutto propotente!
Co' 'sti sistemi, sfido! Se fa presto!... -
Er Somaro rispose: - Certamente:
io m'ajuto a la mejo, mica  vero
che me posso fa' largo cr Pensiero...
 L'AMORE E L'ODIO
L'Amore disse all'Odio:
- Hai fatto un bel lavoro!
 per via tua che l'ommini
s'ammazzeno fra loro.
- In questo nun ci scrupoli:
- disse l'Odio - perch
ho fatto sempre, in genere,
come hai voluto te.
Infatti pure er Diavolo,
ch' protettore mio,
 stato er pi bell'angiolo
ch'abbia creato Iddio.
 LA PACE
Un Omo apr er cortello
e domann a l'Olivo: - Te dispiace
de damme un "ramoscello"
simbolo de la Pace?
- No... no... - disse l'Olivo - nun scherzamo.
perch ho veduto, in pi d'un'occasione,
ch'er ramoscello  diventato un ramo
e er simbolo... un bastone.
 ER NEMMICO
Un Cane Lupo, ch'era stato messo
de guardia a li cancelli d'una villa,
tutta la notte stava a fa' bubb.
Perfino se la strada era tranquilla
e nun passava un'anima: lo stesso!
nu' la finiva pi!
Una Cagnola d'un villino accosto
je chiese: - Ma perch sveji la gente
e di l'allarme quanno nun c' gnente? -
Dice: - Lo faccio pe' nun perde er posto.
Der resto, cara mia,
spesso er nemmico  l'ombra che se crea
pe' conserv un'idea:
nun c' mica bisogno che ce sia.
 LA GIRAFFA E L'ELEFANTE
- Cara Giraffa, - disse l'Elefante -
de bestie buffe n'ho incontrate assai:
ma co' quer collo mai! Pari un gigante!
Quasi me fa l'effetto
ch'ogni giorno che passa
te ne cresce un pezzetto... -
La Giraffa rispose: -  naturale!
Er collo me s'allunga a mano a mano
aspettanno la Pace universale
ch'ho intraveduto sempre da lontano...
-  l'ironia der caso e der destino!
- sospir l'Elefante persuaso -
Invece, a me, me s' allungato er naso
perch l'ho vista troppo da vicino.
 RIMEDIO
Un Lupo disse a Giove: - Quarche pecora
dice ch'io rubbo troppo... Ce v un freno
per imped che inventino 'ste chiacchiere... -
E Giove je rispose: - Rubba meno.
 LA PENA
La Vorpe fece un mese de priggione
perch s'era magnata sei galline.
- Spero che v' servita de lezzione! -
je disse er Cane quanno l'incontr.
La Vorpe je rispose: - Ve sbajate:
la pena l'ho scontata, e co' raggione,
pe' le galline che me so' pappate,
ma no pe' quelle che me papper.
 LA FOLLA
- Nun soffi pi, risparmia la fatica,
- disse una Canna ar Vento -
tanto lo sai che nun me spezzi mica...
- Io - disse er Vento - sfido
l'arberi secolari e li sconquasso:
ma de te me ne rido! Me contento
che te pieghi e t'inchini quanno passo.
 LA CUCUZZA
Cresciuto er fiume, una Cucuzza gialla
sospirava a fior d'acqua: - Quanta gente
s' incanalata appresso a la corrente
cr solo scopo de rimane a galla,
e tira avanti co' la convinzione
d'av servito la rivoluzzione?...
 LI VECCHI
Certi Capretti dissero a un Caprone:
- Che belle corna! Nun se so' mai viste!
Perch te so' cresciute a tortijonee?
- Questo  un affare che saprete poi...
- disse er Caprone - Ch, se Iddio v'assiste,
diventerete becchi pure voi.
 LECCAZZAMPE
- So' propio stufo! - disse er Re Leone -
Tutti 'sti leccazzampe che ci intorno
m'impedischeno er passo, e quarche giorno
me faranno pij 'n inciampicone.
D'ora in poi, tutt'ar pi, je do er permesso
de venimme, cr seguito, de dietro:
a distanza, per, de quarche metro
perch senn me leccheno lo stesso.
 CORTIGGIANI
- Ho preso un granchio a secco, grosso assai! -
strill un Re che pescava in riva ar mare.
Er Maggiordomo disse: - Ma je pare!
Un Re, li granchi, nu' li pija mai!
- Allora - fece er Granchio fra de s -
diranno che so' io ch'ho preso un Re!
 ER CANE LUPO E LA PECORELLA
Un Cane Lupo, fijo naturale
d'un lupo e d'una cagna,
fu preso da un mercante de campagna
che lo messe de guardia in un casale.
L conobbe una Pecora e ogni tanto,
quanno che l'incontrava in mezzo ar prato,
parlaveno der tempo ormai passato
e l'occhi je s'empiveno de pianto.
- Te vojo fa' conosce mamma mia;
- je disse un giorno er Cane - la vedrai:
 la cagna pi bona che ce sia.
Spesso me fa le prediche e me dice:
Se voi vive felice
tratta le pecorelle
come tante sorelle...
E Dio, che vede tutto, ricompensa
o prima o poi qualunque bon'azzione...
- Beene! - bel la Pecora - ha raggione:
ma pap? che ne pensa?
 ATTILA
Attila, er Re pi barbero e feroce,
strillava sempre: - Dove passo io
nun nasce pi nemmanco un filo d'erba:
so' er Fraggello d'Iddio! -
Ma, a l'amichi, diceva: - Devo insiste
su l'affare dell'erba perch spesso
me so' venuti, doppo le conquiste,
troppi somari appresso.
 LA MARGHERITA
- Vojo sap se Nino mio me sposa -
diceva Bianca. E tutta impensierita
incominci a sfoj la Margherita
perch je risponnesse quarche cosa.
Invece er Fiore disse: - E che ne so?
Farai pi presto se lo chiedi a lui...
- Gi je l'ho chiesto, stupida che fui!
- sospir Bianca - e m'ha risposto no.
- E allora - dice - questo basta e avanza
senza scocci li fiori der giardino.
Quello ch' stato scritto dar Destino
mica se p scass co' la speranza.
 FEDELT
- Ci avuto sei padroni in vita mia:
- diceva un Cane a un Micio - e giurerei
d'esse stato fedele a tutti e sei,
perfino a chi m'ha detto: Passa via!
Per me nun c' nessuna diferenza:
qualunque sia padrone, o bello o brutto,
bono o cattivo, l'ubbidisco in tutto
con una spece de riconoscenza...
-  una bella virt la gratitudine:
ma, francamente, - j'arispose er Micio -
quello d'esse fedele  un sacrificio...
- Macch! -je disse er Cane -  un'abbitudine...
 LA MOSCA INVIDIOSA
La Mosca era gelosa Dio sa come
d'una Farfalla piena de colori.
- Tu - je diceva - te sei fatta un nome
perch te la svolazzi tra li fiori:
ma ogni vorta che vedo l'ale tue
co' tutto quer velluto e quer ricamo
nun me posso scord quann'eravamo
poveri verminetti tutt'e due...
- Gi, - disse la Farfalla - ma bisogna
che t'aricordi pure un'antra cosa:
io nacqui tra le foje d'una rosa
e tu su 'na carogna.
 LE MISURE
Un povero Somaro d'una stalla
diceva a la Cavalla:
- Dimme la verit: te pare giusta
la maniera d'aggi de sto' padrone
ch'a te te sfiora appena co' la frusta
e co' me nun addopra ch'er bastone? -
La Cavalla rispose: - C' er motivo.
Quanno l'Omo ti sotto un animale
ricorre a quer potere esecutivo
che corrisponne ar fisico e ar morale.
Pe' famme ubbid a me, basta una mossa,
un fischio, un nome, una carezza, un gnente;
co' te, che sei somaro e sei pazziente,
ce v un tortore che t'arivi all'ossa.
 LO SFRATTO
- Perch me cacci? - chiese un vecchio Gatto
a una Guardia der Foro
che je dava lo sfratto.
- Li mici stanno bene a casa loro:
- disse la Guardia - nun te crede mica
che, co' tutte 'ste bestie, Roma antica
guadagni de prestiggio e de decoro...
Te la figuri un'epoca imperiale
co' li gatti che aspetteno la trippa
e l'avanzi incartati in un giornale?
o che stanno, magara, a fa' l'amore
tra le colonne indove Marco Agrippa
annava a spasso co' l'Imperatore?
- E va be'! - fece lui - Ma prima o poi,
quanno verranno in mezzo a le rovine
le sorche de le chiaviche vicine,
richiamerete certamente a noi...
Capisco: l'ambizzioni so' ambizzioni,
perch la storia  storia e nun se scappa:
ma li sorci, per, chi je l'acchiappa?
Mica ce ponno mette li leoni!
 ER GAMBERO E L'OSTRICA
- Ormai che me so' messo
su la via der Progresso,
- disse er Gambero all'Ostrica - nun vojo
rest vicino a te che sei rimasta
sempre attaccata su lo stesso scojo. -
L'Ostrica je rispose: - E nun t'abbasta?
Chi nun te dice ch'er Progresso vero
sia quello de sta' fermi? Quanta gente,
che combatteva coraggiosamente
pe' vince le battaje der Pensiero,
se fece rimorchi da la prudenza
ar punto de partenza?... -
Er Gambero, cocciuto,
je disse chiaramente: - Nun m'incanti!
Io vado all'antra riva e te saluto. -
Ma, appena ch'ebbe fatto quarche metro
co' tutta l'intenzione d'ann avanti,
cap che camminava a parteddietro.
 UN RAGNO UMANITARIO
Un Ragno stava a fa' la sentinella
per acchiapp un moscone ch'era entrato,
con un raggio de sole imporverato,
da la fessura d'una finestrella.
- Questo me lo lavoro de sicuro:
- pensava - tutto sta che se decida
d'entr nell'ombra e d'accostasse ar muro... -
Ma er moscone, sbadato, se pos
su 'na striscia de carta moschicida
e, manco a dillo, ce s'appiccic.
- Nun s'era mai veduto - strill er Ragno -
un sistema pi barbero e feroce... -
Ma sottovoce disse: - E m, che magno?
 L'OCA E ER CIGNO
Un Rospo, pi burlone che maligno,
diceva all'Oca: - Bella come sei,
un po' ch'allunghi er collo, pari un cigno...
- Eh, mica hai torto! - j'arispose lei -
Co' 'sto cattivo gusto che c' adesso
sarei pi che sicura der successo. -
E a forza de ginnastica svedese
e a furia de sta' ar sole e de sta' a mollo
er fatto sta che all'Oca, doppo un mese,
je s'era quasi raddoppiato er collo:
e un Critico stamp sopra un giornale:
"La scoperta d'un Cigno origginale."
 UN MARTIRE: L'UCELLO DE RICHIAMO
- Perch - chiese un Fringuello a un Cacciatore -
me levi tutto quello
ch'esiste de pi bello e de pi santo?
La libbert, l'amore,
l'aria, la luce, l'arbero, er ruscello...
La vita mia, che dovrebb'esse un canto
a la bellezza de la primavera,
in mano tua, diventa una galera,
una tortura, un pianto.
E devo preg Iddio che nun me tocchi
de fa' la brutta fine der verdone
che, pe' fallo cant fr de staggione,
j'hanno levato l'occhi!
- So' infamie, s, ma come vi che faccia?
- rispose er Cacciatore - Raggionamo:
se nun ce so' 'sti mezzi de richiamo
 inutile ann a caccia.
E quanno l'Omo v mann per aria
quello ch'ha stabbilito la natura,
se nun ce p ariv co' l'impostura,
ricorre a la barbaria.
 LA MORALE
Una bella matina er direttore
d'un Giardino Zoologgico vest
le scimmie, le scimmiette e li scimmioni
co' li carzoni de tela cachi.
Una vecchietta disse: - Meno male!
che armeno nun vedremo certe scene...
Er direttore l'ha pensata bene:
se vede che je preme la morale... -
Una Scimmia, che stava ne la gabbia
tutta occupata a rosic una mela,
intese e disse: - Ammenoch nun ciabbia
un parente che fabbrica la tela...
 L'AMOR PROPIO
Quanno er Bagarozzetto de la rogna
guard un compagno drento ar microscopio,
invece de mor da la vergogna,
s'intese stuzzic ne l'amor propio;
tanto che disse: - In fonno in fonno, poi,
vedo che semo granni puro noi!
 LI SBAFATORI1 DE LA GLORIA
Un Aquila reale
s'era trovata, doppo una vittoria,
un fottio de pidocchi sotto l'ale.
Allora disse a Giove: - O sommo Dio!
se, come spero, passer a la Storia,
nun ricord chi c'era ar fianco mio...
 LA STIMA
Un Vetro s'inquiet con un Brillante:
- A quante brutte cose sei servito!
A compr le carezze d'un'amante,
a fa' pass le furie d'un marito...
Prima t'ho visto in mezzo a la collana
d'una vecchia mezzana,
e adesso fai la mostra ner ditino
d'un celebre strozzino... -
Er Brillante rispose: - E che m'importa?
Sia ner brelocco come ne l'anello
er valore che ci rimane quello,
qualunque sia la gente che me porta.
Chi me vede me stima:  ormai da un pezzo
che sto giranno er monno avanti e dietro...
- Ma che conta la stima - chiese er Vetro -
se c' attaccato er prezzo?
 LEGGE DE NATURA
La Vipera, che a maggio va in amore,
s'attacca tanto ar maschio inviperito
che quello more doppo av sentito
l'urtima gioia e l'urtimo dolore.
Finito er tempo de la gravidanza,
l'aspetta un'antra bella fregatura
perch li fiji,  legge de natura,
prima d'usc je strappeno la panza.
Er peggio  ch'ogni fijo, appena nato,
je zompa addosso senza compassione...
Io penso che la Vipera ha raggione
d'avecce er dente tanto avvelenato!
 ER LUPO CONVERTITO
- Dar giorno che cascai ner precipizzio
- diceva un vecchio Lupo - e me sgrugnai,
ho messo un pochettino de giudizzio. -
L'Omo je chiese: - 'Sti proponimenti
me ponno assicur ch'hai perso er vizzio?
- S, - disse er Lupo - e piucchemmai li denti.
 LA FINE DELL'ORCO
Le Favole oramai stanno in ribbasso:
a principi dar Mago e da la Strega,
che chiusero bottega,
puro le Fate so' rimaste a spasso
e vanno in compagnia de la Befana
che je fa da mezzana.
Perfino l'Orco, quello
che prima se magnava in un boccone
li regazzini vivi
quann'ereno cattivi,
adesso  diventato un bonaccione:
nun mette pi paura
a nessuna aratura.
Anzi, la notte, spesso je succede
che vede in sogno tutto quer ch'ha fatto:
e allora fiotta, soffia come un gatto,
e piagne in bona fede...
Ma l'Orchessa, che dorme cr marito,
quanno sente 'ste buggere je strilla:
- Finiscela de piagne, arimbambito!
senn... chiamo un balilla!
 LA BONT PROVVISORIA
L'Agnello disse a un Lupo: - Me so' accorto
che la notte t'imbocchi piano piano
pe' sgranfign li broccoli dell'orto:
e da quant' che sei veggetariano?
- Da quanno m' rimasto un osso in gola,
- rispose er Lupo - magno l'erba sola...
Sto a reggime, capischi? E, dato questo,
nun  pi er caso che te zompi addosso... -
L'Agnello disse: - Gi: ma come resto
er giorno che guarischi e sputi l'osso?
Prima devo trov chi m'assicura
come la penserai doppo la cura.
 UN RE INDECISO
Re Pipino  indeciso a un punto tale
ch'appena s'arza chiede a l'Indovina:
- Esco o nun esco? Faccio bene o male?
Che vento tira? Er celo  brutto o bello?
Che pelliccia me metto stammatina?
quella del Lupo o quella de l'Agnello? -
L'Indovina risponne: - Je consijo
d'aspett quela nuvola che corre,
che m pare un leone o m un conijo.
Se invece d'ann dritta verso er mare
se straccia fra li merli de la Torre
 segno che p fa' come je pare. -
Ma Re Pipino resta un po' in pensiero
perch la nuvoletta a l'improviso
ha pijato la forma d'un gueriero.
- Sar mejo che vada o che nun vada? -
sospira er Re: poi sorte e, ormai deciso,
apre l'ombrello e sfodera la spada.
 L'ORSO VENDITORE DE FUMO
Un Orso se vantava con un Gatto:
- Per me la Reggia  come casa mia.
Er Re Leone me v un bene matto,
me tratta a tu per tu! Prova ne sia
ch'a mezzoggiorno ci l'appuntamento:
se m'aspetti un momento, vado e torno... -
L'Orso, infatti, ann su; ma er Re Leone,
appena se lo vidde compar,
vort la schina, arz la coda e... praffete!
E l'udienza fin.
- Emb? - je chiese er Gatto - Ciai discorso?
Che t'ha detto? Racconta! Com' annata?
- Nun me lo domann! - rispose l'Orso -
Se tratta d'una cosa delicata...
 LA LIBBERT
- Ched' la Libbert? M te lo spiego:
- diceva Menepijo a Menefrego -
la Libbert d'un popolo  compagna
all'acqua che vi gi da la montagna.
Se la lasci pass dove je pare
se spreca ne li fiumi fino ar mare:
ma, se c' chi la guida e la riduce
e l'incanala verso l'officina,
appena ariva smove la turbina,
diventa forza e se trasforma in luce.
- Bella scoperta! Grazzie der consijo!
- rispose Menefrego a Menepijo -
Ma quanno l'acqua ha smosso ner cammino
una centrale elettrica o un mulino,
se canta o se barbetta nun  male
lasciaje un po' de sfogo naturale.
 L'INCROCIO
Una Cavalla disse a un Somarello:
- No, co' te nun ce sto: vattene via.
Io vojo un maschio de la razza mia,
nobbile, arzillo, fumantino e bello.
- Pur'io - rispose er Ciuccio - vojo bene
a una certa Somara montagnola
ch'ammalappena dice una parola
me sento bolle er sangue ne le vene.
Ma qui se tratta che a l'allevatore,
che bont sua ci fatto trov assieme,
je serveno li muli e nun je preme
se li famo per forza o per amore.
De dietro a l'ideale e ar sentimento
lo sai che c'? l'industria mulattiera.
Dunque, dmoje sotto e bona sera,
chiudemo un occhio e famolo contento.
 L'OMO E L'ARBERO
Mentre segava un Arbero d'Olivo
un Tajalegna intese 'sto discorso:
- Un giorno, forse, proverai er rimorso
de trattamme cos, senza motivo.
Perch me levi da la terra mia?
Ciavressi, gnente, er barbero coraggio
de famme massacr come quer faggio
che venne trasformato in scrivania?
- Invece, - j'arispose er Tajalegna -
un celebre scurtore de cartello,
che lavora de sgurbia e de scarpello,
te prepara una fine assai pi degna.
Fra poco verrai messo su l'artare,
te porteranno in giro in processione,
insomma sarai santo e a l'occasione
farai quanti miracoli te pare. -
L'Arbero disse: - Te ringrazzio tanto:
ma er carico d'olive che ci addosso
nun te pare un miracolo pi grosso
de tutti quelli che farei da santo?
Tu stai sciupanno troppe cose belle
in nome de la Fede! T'inginocchi
se vedi che un pupazzo move l'occhi
e nun te curi de guard le stelle! -
Appena j'ebbe dette 'ste parole
s'intravidde una luce a l'improviso:
un raggio d'oro: Iddio dar Paradiso
benediceva l'Arbero cr Sole.
 LA CANDELA
Davanti ar Crocefisso d'una Chiesa
una Candela accesa
se strugge da l'amore e da la fede.
Je d tutta la luce,
tutto quanto er calore che possiede,
senza abbad se er foco
la logra e la riduce a poco a poco.
Chi nun arde nun vive. Com' bella
la fiamma d'un amore che consuma,
purch la fede resti sempre quella!
Io guardo e penso. Trema la fiammella,
la cera cola e lo stoppino fuma...
 ER PROVEDIMENTO
Er Leone diceva ar Ranguttano:
- Tutte le notte, gi pe' la foresta,
sento come una voce de protesta
d'un Somaro che raja da lontano:
nun m'ariva che l'eco, ma confesso
che me fa male pi der rajo stesso.
- Io penso ch'er Somaro nun s'arrischia
- rispose er Ranguttano - Quel lamento
sar l'aria che tira o forse er vento
che passa tra le piante e se la fischia.
Se damo foco all'arberi, te giuro
che l'eco se sta zitto de sicuro. -
Cos fu fatto. Doppo un'ora appena
la foresta pareva una fornace:
ma quanno nun rimase che la brace
sotto ar silenzio de la luna piena,
se risent, pi limpido e pi chiaro,
er rajo der medesimo Somaro.
 L'AQUILA E ER GABBIANO
Appena vidde l'Aquila reale
un Gabbiano gioc de furberia:
- Che Dio protegga la reggina nostra!
Viva la monarchia!...
- Bravo! - je fece lei -
Quello che dichi  bello e me dimostra
che bon'ucello sei.
E adesso ch'hai veduta la reggina
lascia li monti e torna a la marina. -
Contento d'esse libbero, er Gabbiano
fece un inchino e doppo un po' de scene
spalanc l'ale e rivol lontano.
L'Aquila disse: - Quanto me v bene! -
Eppoi pens: - Che sia repubbricano?
 L'OMO E ER LUPO
Un Omo disse a un Lupo: - Se nun eri
tanto cattivo e tanto propotente,
te guadagnavi er pane onestamente
e io t'avrei protetto volentieri...
- Mejo la libbert che un po' de pane.
- rispose er Lupo subbito - Der resto,
er giorno ch'ero bono e ch'ero onesto
finivi pe' trattamme come un cane.
 LA MUSAROLA
- Tu sai ch'io so' fedele e affezzionato
- diceva er Cane all'Omo - e sempre pronto
a zomp addosso a chi te fa un affronto,
a costo puro de mor ammazzato.
Tutto questo va be': ma francamente
'sta musarola nun me piace affatto;
perch, piuttosto, nu' la metti ar Gatto,
che nun t' amico e nun t'ajuta in gnente? -
L'Omo rispose: - Ma la legge  legge:
eppoi 'sta musarola, a l'occasione,
dimostra l'esistenza d'un padrone
che t'assicura un pane e te protegge. -
- S' come dichi, basta la parola, -
je disse er Cane. E infatti, da quer giorno,
come j'annava quarchiduno intorno
diceva bene de la musarola.
 LA GIUSTIZZIA AGGIUSTATA
Giove disse a la Pecora: - Nun sai
quanta fatica e quanto fiato sciupi
quanno me venghi a raccont li guai
che passi co' li Lupi.
 mejo che stai zitta e li sopporti.
Hanno torto, lo so, nun c' questione:
ma li Lupi so' tanti e troppo forti
pe' nun av raggione!
 LE PRETESE DER CAMALEONTE
Mentre cantava l'inno ar Solleone,
una Cecala se trov de fronte
a tu per tu con un Camaleonte
pi nero der carbone.
- Quant' che me rifriggi 'sta canzone!
- incominci a di' lui. - Lascela perde!
Me la cantavi ar tempo ch'ero rosso,
me la cantavi ar tempo ch'ero verde...
Che vai cercanno? che te zompi addosso?
- Io canto ar sole, - je rispose lei -
e la luce der sole  sempre eguale:
che vi che ce ne freghi, a noi cecale,
de che colore sei?
 LO SPECCHIO
Uno Specchio diceva a la Credenza:
- Quant'era mejo se restavo un vetro
limpido e puro, senza
'sta vernice de dietro!
Uno de queli vetri, fatte conto,
incorniciati in certe finestrelle,
che vanno a foco all'ora der tramonto
per aspett le stelle,
e fanno da vetrina
ar Sole che rinasce ogni matina.
Invece, ccheme qua! De tanta gente,
sia giovene sia vecchia,
che me passa davanti e me se specchia,
che ce rimane? Gnente.
La vita mia nun  che un'illusione:
rifletto, ma nun penso: e se me tocca
de di' la verit senza apr bocca
nun trovo un cane che me d raggione.
 UN MIRACOLO
C'era una vorta un poverello muto
che, volenno di' male d'un Governo,
agnede a messa e chiese ar Padreterno
la grazzia de parl per un minuto.
- Fate, o Signore, che, per un momento,
je dica chiaro come me la sento... -
E er Padreterno, ch' bont infinita,
lo fece riparl tutta la vita.
 LA NASCITA
La luce se sbiadisce e le Galline,
ch'aritorneno a casa una pe' vorta,
se lagneno ch'er Gallo su la porta
nun je d pi le solite occhiatine.
-  gi da quarche giorno
che nun ce guarda e ce trascura l'ova...
- Pe' me, gatta ce cova!
- Chiss che scivolosa ciavr intorno!...
- E purtroppo  cos! - strilla una Biocca -
Da che s' messo co' la pollanchella
nun ingalla che quella
e guai chi je la tocca!
- Fosse armeno de razza, meno male!
Ma ne vi da un cortile e c' chi dice
ch' nata cr calore artificiale
perch  la fija d'un'incubbatrice...
- Se nasce bene o male nun m'importa!
- barbotta er Gallo - Io guardo come vive,
come fa l'ova e come se comporta. -
Le Gallinelle, stupide e cattive,
una per una imboccheno la porta...
 ER GRILLO ZOPPO
- Ormai me reggo su 'na cianca sola.
- diceva un Grillo - Quella che me manca
m'arimase attaccata a la cappiola.
Quanno m'accorsi d'esse priggioniero
col laccio ar piede, in mano a un regazzino,
nun c'ebbi che un pensiero:
de rivol in giardino.
Er dolore fu granne... ma la stilla
de sangue che sort da la ferita
brill ner sole come una favilla.
E forse un giorno Iddio benedir
ogni goccia de sangue ch' servita
pe' scrive la parola Libbert!
 PASQUINO, SEMPRE SCONTENTO
- Povero mutilato dar Destino,
come te sei ridotto!
- diceva un Cane che passava sotto
ar torso de Pasquino -
Te n'hanno date de sassate in faccia!
Hai perso l'occhi, er naso... E che te resta?
un avanzo de testa
su un corpo senza gambe e senza braccia!
Nun te se vede che la bocca sola
con una smorfia quasi strafottente... -
Pasquino barbott: - Segno evidente
che nun ha detto l'urtima parola.
 MATINA ABBONORA
Doppo una notte movimentatella
ritorno a casa che s' fatto giorno.
Gi s'apreno le chiese; l'aria odora
de matina abbonora e scampanella.
Sbadijo e fumo: ci l'idee confuse
e la bocca pi amara de l'assenzio.
Casco dar sonno. Le persiane chiuse
coll'occhi bassi guardeno in silenzio.
Solo m'ariva, da lontano assai,
er ritornello d'una cantilena
de quela voce che nun scordo mai:
- Ritorna presto, sai?
Senn me pijo pena... -
E vedo una vecchietta
che sospira e m'aspetta.
 UN CONIJO CORAGGIOSO
- Tu sei lo specchio de la perfezzione.
- diceveno le bestie ar Re Leone -
In tutto quer che dichi e quer che fai
ciazzecchi sempre e nun te sbaji mai. -
Er Leone rugg, smosse la coda
e disse: - Fra 'sta gente che me loda
se c', per caso, quarche bestia amica
pronta a famme una critica, lo dica.
Me so' scocciato ormai d'esse perfetto!
Coraggio! Su! Trovateme un difetto!
- Io te lo dico... - se n'usc un Conijo -
ma solamente da lontano un mijo:
forse un difetto te lo riconosco,
ma te lo strillo quanno sto ner bosco... -
E je lo disse tanto mai distante
che la voce se perse fra le piante.
 FAVOLE...
Pe' conto mio la favola pi corta
 quella che se chiama Giovent:
perch... c'era una vorta...
e adesso nun c' pi.
E la pi lunga?  quella de la Vita:
la sento raccont da che sto ar monno,
e un giorno, forse, cascher dar sonno
prima che sia finita...
 LIBRO MUTO
1935
 1931-1935
 LIBBRO MUTO
Ner mobbiletto antico, che comprai
tant'anni fa da un antiquario in Ghetto,
c'era, sott'a la tavola, un cassetto
che tira tira nun s'apriva mai:
finch scoprii er segreto e fu una sera
che nun volenno spinsi una cerniera.
Subbito, da la parte de l'intacco,
la tavoletta fece un mezzo giro
e er cassetto s'apr con un sospiro
ch'odorava de pepe e de tabbacco.
Guardai ner fonno e viddi in un incastro
un libbro intorcinato con un nastro.
Un libbro rosso rilegato in pelle
dove spiccava, tra li freggi d'oro,
un'arma gentilizzia con un toro
e un mago che giocava co' tre stelle:
e, sott'all'arma, er titolo in cornice:
"La Regola per vivere felice".
- Dati li tempi, - dissi -  una fortuna! -
Ma in tutt'er libbro nun trovai nemmanco
una parola scritta. Tutto bianco.
Riguardai le facciate, una per una:
zero via zero. E chi sar er sapiente
che fece un libbro senza scrive gnente?
L'avr lasciato in bianco co' l'idea
de minchion la gente che lo sfoja,
o avr capito che la vera gioja
finisce ner momento che se crea?
Era un matto o un filosofo? Chiss
come sognava la felicit?
 CERIMONIA
Ce semo. Tra un minuto scopriranno
er busto der filosofo ch'aspetta,
in mezzo a la piazzetta,
coperto con un panno:
(se ne vede una fetta).
Gente, bandiere, musiche
e tutta quanta un'allegria de sole.
Silenzio! Fermi! Arriva l'onorevole.
Dir poche parole.
- Cittadini! Quer marmo che ricorda
l'illustre Marco Mappa... - E ar punto giusto
squilla la tromba, tireno la corda,
er panno casca e comparisce er busto.
- Uh! quanto  buffo! - Pare Purcinella...
- Perch ce l'hanno messo?... - E chi lo sa?
- Era un gran genio. - Nun discuto, ma...
me ce piaceva pi la fontanella. -
Finita ch' la festa e la cagnara,
la folla se sparpaja e nun rimane
che Marco Mappa, solo come un cane,
infregnato ner marmo de Carrara.
 GIARDINO
Da quanno su' Eminenza er Cardinale
compr er giardino e lo lasci ar convento
c' stato un cambiamento generale.
Da quer momento, addio, poveri fiori!
L'insalatina ha preso er sopravvento
incoraggiata da li pomodori.
Sur piedistallo stesso,
dove spiccava un satiro de pietra
che sonava la cetra
tutt'inverdito da l'ummidit,
li fraticelli cianno messo un busto
der Cardinale in gesso,
che ce va giusto giusto:
e in mezzo a la verdura
fa una certa figura.
D'allora in poi nessuno ve raccoje,
povere margherite abbandonate!
Ma che je fa? Le coppie innamorate,
che un tempo ve strappaveno le foje,
so' passate de moda. Pure er core
attraversa la crisi de l'amore.
 LE PAROLE INUTILI
Er Pappagallo, tutto soddisfatto
magna un biscotto silenziosamente.
- Perch nun parli mai? - je chiede un Gatto -
Com' che nun t'insegneno a di' gnente?
S'io fossi quer che sei
quarche parola me l'imparerei. -
Er Pappagallo cr ciuffetto dritto
spalanca l'ale e se le sgrulla ar sole;
poi dice ar Gatto: - Pi che le parole,
ho imparato a sta' zitto.
 inutile che insisti. Addio, Miciotto! -
E se rimette a rosic er biscotto.
 LA GLORIA
Una notte d'estate m'insognai
de trovamme in un tempio, sopr'a un monte,
dove la Gloria me baciava in fronte
co' tanta forza che me ce svejai.
E feci propio bene: se per caso
nun spalancavo l'occhi ar punto giusto,
la vespa, che ciaveva preso gusto,
me dava un antro pizzico sur naso.
 SENSIBILIT
A la Gallina, povera bestiola,
j'hanno ammazzato er Pollo. Un vecchio Gatto,
che s' trovato ar fatto,
je porta la notizzia e la consola:
- Nun ha fiatato, nun ha detto un'a!
Da s che monno  monno, nessun pollo
s' fatto tir er collo
co' tanta dignit. -
La vedova sospira e se commove:
- Chi  stato? er coco? Sempre quel'infame!
E dove me l'ha cotto? - Ner tegame,
co' le patate nove...
- Come mi' padre! Puro lui, 'st'inverno,
fin sopra un bracere de carbone,
che pareva un inferno...
- Macch: - je dice er Gatto - er mi' padrone
ci la cucina a gasse. E che cucina!
- Mb, meno male - fiotta la Gallina -
che armeno j'hanno usato 'st'attenzione.
 BONSENSO PRATICO
Quanno, de notte, sparsero la voce
che un Fantasma girava sur castello,
tutta la folla corse e, ner vedello,
casc in ginocchio co' le braccia in croce.
Ma un vecchio rest in piedi, e francamente
voleva dije che nun c'era gnente.
Poi ripens: "Sarebbe una pazzia.
Io, senza dubbio, vedo ch' un lenzolo:
ma, pi che di' la verit da solo,
preferisco sbajamme in compagnia.
Dunque  un Fantasma, senza discussione".
E pure lui se mise a pecorone.
 LA PAURA
Un Sorcio, trasportato in un deserto
drento ar bagajo d'una carovana,
a mezzanotte se n'usc a l'aperto;
ma un'ombra, che sbucava da una tana,
lo fece insospett d'esse scoperto.
- Chi va l? - chiese er Sorcio. Detto fatto
un ruggito rispose: - So' un Leone.
Che te spaventi a fa'? Diventi matto?
- Uh! - dice - scusa!  stata l'apprensione
perch t'avevo preso per un gatto.
 ABBITUDINE
Er giorno stesso che la Capinera
fu fatta priggioniera,
ingabbiata che fu,
nun volle cant pi.
E disse: - Come posso
rest lontana dar boschetto mio
dove ci er nido su l'abete rosso?
- Ringrazzia Iddio che nun t' annata peggio;
- trill un Canario che je stava accanto -
pur'io, sur primo, ci sofferto tanto:
ma poi ripresi subbito er gorgheggio.
E m, piuttosto che schiatt de rabbia,
m'adatto a fa' li voli su misura:
me bevo er Celo e canto a la Natura
che vedo tra li ferri de la gabbia.
 L'AMICIZZIA
La Tartaruga aveva chiesto a Giove:
Vojo una casa piccola, in maniera
che c'entri solo quarche amica vera,
che sia sincera e me ne dia le prove.
- Te lo prometto e basta la parola:
- rispose Giove - ma sarai costretta
a vive in una casa cos stretta
che c'entrerai tu sola.
 L'OSPITE
Un Cane se scocci che la Cornacchia
spadroneggiasse troppo ner cortile.
- Perch nun voli pi sur campanile?
Ch'hai trovato? la pacchia?
Nun credo ch'er motivo principale,
che te fa rest qui, sia l'affezzione...
- No: - disse la Cornacchia -  er tu' padrone
che m'ha tajato l'ale.
 COSCENZA
C'era un ber pollo sopra a la credenza.
Er Cane, che lo vidde, disse ar Micio:
- Io nu' lo tocco: faccio un sacrificio,
ma armeno sto tranquillo de coscenza.
- Per te, va b': ma io che ce guadagno?
- je chiese er Micio che fissava er piatto -
Co' 'sta fame arretrata? Fossi matto!
Preferisco er rimorso e me lo magno.
 LA GUIDA
La Zebra passeggiava cr Cavallo
e je faceva er solito discorso:
- Io nun fo come te, che pe' la biada
te pieghi all'Omo che te mette er morso...
- Per me guida su la bona strada:
- je rispose er Cavallo - e ci un controllo
semmai m'impenno e corro a scapicollo.
L'istinto, nu' lo nego,  bell'assai:
ma er giorno che ce manca ne la vita
un freno che lo regola,  finita.
Libberi, sempre; scatenati, mai!
 L'APE
- Pur'io vorrei la pace:
- diceva l'Ape a un Grillo -
ch'er lavoro tranquillo
me soddisfa e me piace.
Ma finch su la terra
parleranno de guerra
terr sempre, a bon conto,
un pungijone pronto:
er pungijone mio
che m'ha arrotato Iddio.
 PECORE
Er Pastorello disse ar su' Padrone:
- Tu, nu' lo nego, parli bene assai
ch' mejo a vive un giorno da leone
che cent'anni da pecora... Ma guai
se pure fra le pecore che ciai
pijasse piede quela convinzione!
- Certo: - fece er Padrone - e prega Iddio
che a quarche vecchio lupo nun je roda
de mette er muso ne l'ovile mio:
senn, co' 'st'agnelletti che ci io,
nun ce fanno rest manco la coda.
 LA VIPERA CONVERTITA
Appena che la Vipera s'accorse
d'esse vecchia e sdentata, cambi vita.
S'era pentita? Forse.
Lo disse ar Pipistrello: - Me ritiro
in un orto de monache qui intorno,
e far penitenza fino ar giorno
che m'esce fri l'urtimo sospiro.
Cos riparer, con un bell'atto,
a tanto male inutile ch'ho fatto...
- Capisco: - je rispose er Pipistrello -
la crisi de coscenza  sufficente
per aggiust li sbaji der cervello:
ma er veleno ch'hai sparso fra la gente,
crisi o nun crisi, resta sempre quello.
 ER DESTINO
Una notte er Destino,
mentre se scatenava un temporale,
pens de ariparasse sotto a un pino.
Ma, appena vidde che da piedi all'arbero
c'era ingrufata un'Aquila Reale,
se sgrull l'acqua e seguit er cammino.
- No, - disse - vado via:
perch, se per disdetta
Giove scaraventasse una saetta,
potrebbero pensa ch' crpa mia.
 PRESUNZIONI
La Luna piena che inargenta l'orto
 pi granne der solito: direi
che quasi se la gode a rompe l'anima
a le cose pi piccole de lei.
E la Lucciola, forse, nun ha torto
se chiede ar Grillo: - Che maniera  questa?
Un po' va b': per stanotte esaggera! -
E smorza el lume in segno de protesta.
 LA TARTARUGA
Mentre, una notte, se n'annava a spasso,
la vecchia Tartaruga fece er passo
pi lungo de la gamba e casc gi
co' la casa vortata sottins.
Un Rospo je strill: - Scema che sei!
Queste so' scappatelle
che costeno la pelle...
- Lo so: - rispose lei -
ma, prima de mor vedo le stelle.
 FISCHI
L'Imperatore disse ar Ciambellano:
- Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m'accompagna sempre indove passo.
Io nun so s' la rota o s' un cristiano...
Ma in ogni modo daje un po' de grasso.
 LA COLOMBA
Incuriosita de sap che c'era,
una Colomba scese in un pantano,
s'inzaccher le penne e bonasera.
Un Rospo disse: - Commarella mia,
vedo che, pure te, caschi ner fango...
- Per nun ce rimango... -
rispose la Colomba. E vol via.
 L'INDECISI
Appena che scoppiava una tempesta,
un Pino in riva ar mare
abbassava la cresta.
Una Quercia je disse: - A quanto pare,
voi pure v'inchinate
secondo le ventate...
- S, - je rispose er Pino -
quello che dite  esatto:
ma nun capisco mai, quanno m'inchino,
se me piego davero o se m'adatto.
 L'AGNELLO INFURBITO
Un Lupo che beveva in un ruscello
vidde, dall'antra parte de la riva,
l'immancabbile Agnello.
- Perch nun venghi qui? - je chiese er Lupo -
L'acqua, in quer punto,  torbida e cattiva
e un porco ce fa spesso er semicupo.
Da me, che nun ce bazzica er bestiame,
er ruscelletto  limpido e pulito... -
L'Agnello disse: - Accetter l'invito
quanno avr sete e tu nun avrai fame.
 DISINTERESSE
Disse un Porco a la Quercia: - Tu sei grande,
forte e potente!  tanto che t'ammiro!...
- Lo so... - rispose lei con un sospiro -
 un pezzo che t'ingrassi co' le ghiande.
 L'IDOLO
L'idolo disse: - Io penso
che in tutte quele nuvole d'incenso
c' una prova d'amore e de fiducia;
ma in quanti casi, l'Omo che l'abbrucia,
m'affumica l'artare
pe' nun famme ved le cose chiare!
 STATURA
Er vecchio Nano de la pantomima,
pe' compar pi grande e pi importante,
se fece pij in braccio dar Gigante:
ma divent pi piccolo de prima.
 ER SALICE PIANGENTE
- Che fatica sprecata ch' la tua!
- diceva er Fiume a un Salice Piangente
che se piagneva l'animaccia sua -
Perch te struggi a ricord un passato
se tutto quer che fu nun  pi gnente?
Perfino li rimpianti pi sinceri
finisce che te sciupeno er cervello
per quello che desideri e che speri.
Pi ch'a le cose che so' state ieri
pensa a domani e cerca che sia bello! -
Er Salice fiott: - Pe' parte mia
nun ci n desideri n speranze:
io so' l'ombrello de le rimembranze
sotto una pioggia de malinconia:
e, rassegnato, aspetto un'alluvione
che in un tramonto me se porti via
co' tutti li ricordi a pennolone.
 LA GLORIA ARTIFICIALE
Li razzi, a mille a mille,
fischieno in celo e scoppieno. Ogni sparo
sparpaja una fontana de scintille.
Stelle d'argento, serpentelli d'oro,
s'incroceno fra loro con un gioco
de colori de foco.
Ma, finita la festa,
ritorna tutto scuro e tutto zitto:
e nun resta che un fumo fitto fitto
che s'abbassa, se sparge e se ne va.
Quer che rimane, in genere, a chi passa
un quarto d'ora de celebbrit.
 PRETENZIONI
Appena se specchi ne la vetrina
un Mulo disse: - Da l'aspetto,  chiaro
che so' un campione de la razza equina.
Per, vorrei sap: chi rappresento?
Un perfezzionamento der somaro
o so' un cavallo stile novecento?
 LA GENEROSIT DER LEONE
Quanno la Vorpe vidde er Re Leone
incominci a trem da la paura,
ma fece finta ch'era l'emozzione.
Prova ne sia che disse: - Quante vorte
ho letto su li libbri de lettura
che sei 'na fiera generosa e forte!
Vicino a te me sento pi sicura... -
A 'st'uscita er Leone, gi in procinto
de d' de guanto ar povero animale,
chiuse le varvolette de l'istinto.
- Vattene pure! - disse - Se nun t'odio,
nun c' raggione che te faccia male.
Solamente vorrei che 'st'episodio
venisse pubblicato sur giornale...
 QUESTIONE DE RAZZA
- Che cane buffo! E dove l'hai trovato? -
Er vecchio me rispose: -  brutto assai,
ma nun me lascia mai: s' affezzionato.
L'unica compagnia che m' rimasta,
fra tanti amichi,  'sto lupetto nero:
nun  de razza,  vero,
ma m' fedele e basta.
Io nun faccio questioni de colore:
l'azzioni bone e belle
vengheno su dar core
sotto qualunque pelle.
 MASSIME ETERNE
- Ama er prossimo tuo come te stesso.
- diceva un Padre ar Fijo -
Vorrei che 'sto consijo
lo ricordassi spesso.
- Ma un tedesco? un francese?
- je chiese er Fijo - pure quello  prossimo?
E l'avrei da tratt come se fossimo
de lo stesso paese?
- Sfido! - rispose er Padre - Sia chi sia.
Tutt'ar pi, co' la gente forastiera,
te potrai regol ne la maniera
ch'ha stabbilito la Dipromazzia.
 LA VORPE SINCERA
Doppo d'av magnato una Gallina,
la Vorpe incontr un Gallo:
ma, invece d'agguantallo,
lo salut con una risatina.
- Co' te - je disse - nun m'abbasta l'anima.
Ritorna a casa ch te fo la grazzia...
- Dunque - je chiese er Gallo - sei magnanima?...
- S: - je rispose lei - quanno so' sazzia.
 IN FINESTRA
La Cornacchia, in cortile, guarda er celo,
spalanca er becco e chiede l'acqua, come
se la chiamasse a nome.
Ma appena che la sente un Gatto rosso,
ch' l'amico der sole, arruffa er pelo,
je raschia un soffio e je s'affiara addosso.
-  inutile che fai, Miciotto mio:
- je strilla la Portiera da la loggia -
er bel tempo e la pioggia
nu' la p fa' che Lui: Dommineddio.
Qualunque sia la bestia che discute
le decisioni de la Providenza
o cerca rogna o manca d'esperienza;
dunque sta' zitto e pensa a la salute.
 LA TARTARUGA LEMME-LEMME
La Tartaruga disse a la Lucertola:
- Abbi pazzienza, frmete un momento!
E giri, e corri, e svicoli, e t'arampichi,
sempre de prescia, sempre in movimento.
Me fai l'effetto d'una pila elettrica...
Te piace d'esse attiva? Va benone.
Per l'attivit, quanno s'esaggera,
lo sai come se chiama? Aggitazzione:
forza sprecata.  la mania der secolo.
Correno tutti a gran velocit:
ognuno cerca d'arriv prestissimo,
ma dove, propio dove... Nu' lo sa.
 PECCATO N. 1
Dio chiese a Adamo: - Chi ha magnato er pomo?
- Io! - fece lui - Ma me l'ha dato lei.
- Eva? - Sicuro. Mica lo direi... -
E scapp fra er primo gentilomo.
 RIPARI
Un vecchio Merlo se vantava spesso
de dorm fra le zampe d'un Leone,
senza di' ch'er Leone era de gesso.
Quante persone, co' lo stesso trucco,
hanno scroccato la reputazzione
riparate da un simbolo de stucco!
 DIGNIT
Un Barbone e un Lupetto
se so' trovati dar veterinario,
ne la sala d'aspetto.
- Me presento da me:
- dice er Lupetto, con un bell'inchino -
io so' quer cagnolino
che giorni fa casc dal lucernario.
Me chiamo Pompon...
- Pompon; Ma perch - chiede er Barbone -
t'hanno messo quer nome forestiero;
Semo o nun semo? Dillo ar tu' padrone...
Io, come vedi, ci la rogna,  vero,
ma me chiamo Nerone!
 L'AGNELLO PRUDENTE
- Che ne pensi de me? -
chiese un Lupo a l'Agnello.
Naturarmente, quello
se n'usc con un beee...
- Spighete mejo, sbrighete...
- Ah, - dice - no davero!
Me sento troppo debbole
pe' divent sincero.
 LA LUMACA
La Lumachella de la Vanagloria,
ch'era strisciata sopra un obbelisco,
guard la bava e disse: - Gi capisco
che lascer un'impronta ne la Storia.
 PUNTI DE VISTA
Un Cane disse ar Gatto: - Abbi giudizzio,
ch'ammalappena che sarai castrato
diventerai fedele e affezzionato
all'omo che t'ha fatto quer servizzio. -
Er Gatto sgnavol: - Forse hai raggione:
ma sarei pi felice e pi contento
d'esse fedele per temperamento,
senza bisogno de l'operazzione.
 LA PROPRIET
Appena che spunt l'arcobaleno,
la Tartaruga usc, ma una fiumana
d'acqua piovana la rivortic.
- Ce semo! - sospir - Questa  la vita!
Ero la propietaria
d'una bella casetta, e so' finita
co' le zampe per aria! -
Come la vidde ruzzic ner fosso,
una Ranocchia je strill: - Lo vedi?
Sei schiava de la robba che possiedi:
campavi mejo senza pesi addosso.
Chi nun ci gnente, in fonno,
se ne frega de tutti:
in tempi belli o brutti
 padrone der monno.
 LO SCIALLETTO
Cr venticello che scartoccia l'arberi
entra una foja in cammera da letto.
 l'inverno che ariva e, come ar solito,
quanno passa de qua, lascia un bijetto.
Jole, infatti, me dice: - Stammatina
me vojo mette quarche cosa addosso;
nun hai sentito ch'aria frizzantina? -
E cava fri lo scialletto rosso,
che sta riposto fra la naftalina.
- M'hai conosciuto proprio co' 'sto scialle:
te ricordi? - me chiede: e, mentre parla,
se l'intorcina stretto su le spalle -
S' conservato sempre d'un colore:
nun c' nemmeno l'ombra d'una tarla!
Bisognerebbe ritrov un sistema,
pe' conserv cos pure l'amore... -
E Jole ride, fa l'indiferente:
ma se sente la voce che je trema.
 SOFFITTA
Un tanfo de rinchiuso e de vecchiume,
robba ammucchiata che nessuno addopra,
stracci, cartacce, libbri sottosopra,
un antenato, un lavativo, un lume...
De tant'in tanto nonna, impensierita,
va su in soffitta e passa la rivista
de li ricordimpicci de la vita,
prima che un nipotino futurista
facci piazza pulita...
Ma oramai c' rimasto poco e gnente.
L'unico che resista  l'antenato
che se la ride sminchionatamente:
forse rivede er secolo passato
e un pochettino er secolo presente...
 BAR DE L'ILLUSIONE
La Finzione e l'Inganno
hanno aperto bottega. Su la mostra
c' scritto: "Sogni. Produzzione nostra.
Speranze garantite per un anno".
Un vecchio Mago, cr barbone bianco,
serve, dedietro ar banco,
un beverone a quelli che ce vanno.
Tutta gente che spera e ch'ha bisogno
de vede, armeno in sogno,
quer che nun trova ne la vita vera.
Quanno passo davanti a 'sta bottega
guardo la folla e penso,
con un senso de pena, a quel'illusi
che beveno a occhi chiusi
li decotti der Mago e de la Strega.
Li compatisco, s: ma, certe sere
che le cose nun vanno a modo mio,
me guardo intorno, svicolo e pur'io
me ne scolo un bicchiere.
 COMPASSIONE
La Quercia  tutta nera. Una saetta
la fece secca, la lasci stecchita
e da quer giorno nun s' mossa pi.
Ma la Natura, sempre generosa,
pe' daje l'illusione de la vita
ogni tanto je copre la ferita
co' le foje de rosa...
 CORTILE
Li panni stesi giocano cr vento
tutti felici d'asciugasse ar sole:
zinali, sottoveste, bavarole,
fasce, tovaje... Che sbandieramento!
Su, da la loggia, una camicia bianca
s'abbotta d'aria e ne l'abbottamento
arza le braccia ar celo e le spalanca.
Pare che dica: - Tutt'er monno  mio! -
Ma, appena er vento cambia direzzione,
gira, se sgonfia, resta appennolone...
E un fazzoletto sventola l'addio.
 UNA MANO
Mattina
A la finestra der seconno piano
c' una vecchietta quasi centenaria:
ma io nun j'intravedo che una mano:
una mano che trema e alliscia l'aria
come se accarezzasse le parole
d'una voce lontana e immagginaria:
finch se posa e se riposa ar sole.
Sera
- Che vecchietta simpatica e amorosa! -
ho detto a la portiera: e, incuriosito,
j'ho chiesto se sapeva quarche cosa.
Dice: - Quann'abbitava cr marito
assieme a tre nipote giovenotte
affittava le cammere... - Ho capito.
Allora bona notte... - Bona notte.
 MANIA DE PERSECUZZIONE
La notte, quanno guardo l'Ombra mia
che s'allunga, se scorta e me vi appresso,
me pare, pi che l'ombra de me stesso,
quella de quarcheduno che me spia.
Se me fermo a parl con un amico
l'Ombra s'agguatta ar muro, sospettosa,
come volesse indovin una cosa
che in quer momento penso, ma nun dico.
Voi me direte: " poco ma sicuro
che nun te fidi pi manco de lei...".
No, fino a questo nun ciarriverei...
Per, s'ho da pens, penso a l'oscuro.
 LA STRADA MIA
La strada  lunga, ma er deppi l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ci er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.
Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo ajuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cr destino in saccoccia.
 ACQUA E VINO
1944
 1931-1944
 ACQUA E VINO
Se certe sere bevo troppo e er vino
me ne fa quarchiduna de le sue,
bench sto solo me ritrovo in due
con un me stesso che me vi vicino
e muro-muro m'accompagna a casa
pe' sfugg da la gente ficcanasa.
Io, se capisce, rido e me la canto,
ma lui ce sforma e pe' de pi me scoccia:
- Nun senti che te gira la capoccia?
Quanno la finirai de beve tanto?
-  vero, - dico - ma pe' me  una cura
contro la noja e contro la paura.
Der resto tu lo sai come me piace!
Quanno me trovo de cattivo umore
un bon goccetto m'arillegra er core,
m'empie de gioja e me rid la pace:
nun vedo pi nessuno e in quer momento
dico le cose come me la sento.
- E questo  er guajo! - dice lui - Pi bevi
pi te monti la testa e pi discorri
e nun pensi ar pericolo che corri
quanno spiattelli quello che nun devi;
sei sincero, va be', ma ar giorno d'oggi
come rimani se nun ciai l'appoggi?
Impara da Zi' Checco: quello  un omo
ch'usa prudenza e se controlla in tutto:
se pensa ch'er compare  un farabbutto
te dice ch'er compare  un galantomo,
in modo ch'er medesimo pensiero
je nasce bianco e scappa fri nero.
Tu, invece, quanno bevi co' l'amichi,
svaghi, te butti a pesce e nun fai caso
se ce n' quarchiduno un po' da naso
pronto a pes le buggere che dichi,
che magara t'approva e sotto sotto
pija l'appunti e soffia ner pancotto.
Stasera, a cena, hai detto quela favola
der Pidocchio e la Piattola in pensione:
ma te pare una bell'educazzione
de nomin 'ste bestie propio a tavola
senza nemmanco un occhio de riguardo
pe' l'amichi che magneno?  un azzardo!
Co' tutto che c' sotto la morale
la porcheria rimane porcheria:
e se quarcuno de la compagnia
se sente un po' pidocchio, resta male.
Co' la piattola  peggio! Quanta gente
vive sur pelo e nun sapemo gnente?
Le verit so' belle, se capisce,
ma pure in quelle ciabbisogna un freno.
Eh! se ner monno se parlasse meno
quante cose annerebbero pi lisce!
Ch'er Padreterno te la manni bona
da li discorsi fatti a la carlona! -
E ammalappena er vino che ci in testa
sfuma nell'aria e me ritrovo solo
capisco d'av torto e me consolo
che in un'epoca nera come questa
s'incontri ancora quarche bon cristiano
che, se sto pe' casc, me d una mano.
1942
 LA SERENATA DE LE RANOCCHIE
A mezzanotte  incominciato er coro
de le Ranocchie verde, e tutte quante
strilleno la passione a modo loro
nascoste tra li sassi e tra le piante.
Un Ranocchione co' l'occhiali d'oro,
arampicato in mezzo a un galleggiante,
manna e dirigge con un fiore in mano
er gargarismo ch'esce dar pantano.
Co' chi ce l'hanno? Co' la Luna piena
che s' agguattata in una nuvoletta,
tanto che se distingue ammalappena.
Vonno vedella, ma la Luna aspetta
che cresca er tono de la cantilena
perch la messinscena sia perfetta.
A la fine, decisa, se presenta,
saluta le Ranocchie e l'inargenta.
Doppo d'av strillato Dio sa quanto,
la buriana finisce: er direttore
ha fatto segno de sospnne er canto.
- Un po' per uno! - dice; e manna er fiore
a l'Usignolo de la fratta accanto,
che trilla li stornelli de l'amore.
-  giusto. - dico - Un po' per uno! - E penso
ch' un Ranocchione pieno de bon senso.
1940
 CAFF DEL PROGRESSO
Er Caff del Progresso
 una bottega bassa, cos scura
ch'ogni avventore  l'ombra de se stesso.
Nessuno fiata. Tutti hanno paura
de di' un pensiero che nun  permesso.
Perfino la specchiera,
tutt'ammuffta da l'ummidit,
 diventata nera
e nun rispecchia pi la verit.
Io stesso, quanno provo
de guardamme ner vetro,
me cerco e nun me trovo...
Com' amaro l'espresso
ar Caff der Progresso!
1938
 SOGNO
Jernotte m'insognai
che intrufolavo er muso
in un cancello chiuso,
che nun s'apriva mai.
Vedevo un ber giardino
e stavo co' l'idea
de coje un'azalea
ner vaso pi vicino.
Ma, propio ner momento
ch'allungavo la mano
m'ariva da lontano
come un bombardamento.
Me svejo tra li lampi
che m'entreno nell'occhi:
che furmini, che scrocchi,
che tempo, Dio ce scampi!
Pensai: - C'era bisogno
de fa' tanto rumore
perch rubbavo un fiore
ner giardino der Sogno?
1937
 TINTE
Un Sorcio, che correva a pi nun posso
pe' nun fasse acchiapp da un Micio rosso,
s'intrufol de dietro a un cassabbanco
dove c'era accucciato un Micio bianco.
L pure la scamp; ma verso sera
casc fra l'ogne d'una Micia nera.
- Purtroppo, - disse allora - o brutta o bella,
la tinta cambia, ma la fine  quella.
1938
 RE LEONE PREVIDENTE
Er vecchio Scimpanz de la foresta,
pe' mette a posto li nemmichi sui,
se fece dittatore da per lui
e se n'usc con un pennacchio in testa.
Chiam le bestie e disse: - D'ora in poi
la penserete sempre a modo mio:
quello che vojo nu' lo so che io
e nun  er caso che lo dica a voi... -
Ma er Re Leone, pratico der gioco,
chiam d'urgenza er Cane polizzotto.
- Che succede? - je disse - 'Sto Scimmiotto
 un dittatore che me piace poco...
Nun nego che sia furbo e che nun ciabbia
le bone qualit come animale,
per somija all'Omo a un punto tale
ch' pi prudente de schiaffallo in gabbia.
1938
 LA PRESCIA
Nell'Isoletta de li Presciolosi
cianno un da fa' che nun finisce mai:
lo stesso Re, che regola er via-vai,
sorveja che nessuno s'ariposi.
- Forza! - je strilla - Presto! - E tutti quanti,
per esse primi, fanno a chi pi corre.
Perfino er vecchio orloggio de la torre,
pe' nun sbajasse, va mezz'ora avanti.
1938
 L'ECO
Ve ricordate l'Eco
che passava la notte
sotto l'arcate rotte
der vicoletto ceco?
Doppo l'urtimi sfratti
fu l'Eco che rimase
ner vto de le case
a piagne co' li gatti:
finch, persa la voce,
rest disoccupato
ner vicolo sbarrato
da du' palanche in croce.
Ma er giorno ch'er piccone
spian le catapecchie,
l'Eco appizz l'orecchie,
scapp da la priggione.
E in mezzo a quer via-vai
de carri e de cariole
in un mare de sole
che nun finiva mai,
s'intese pi leggero
e corse a fa' le gare
appresso a le fanfare
su la via de l'Impero.
Allora solamente
cap che ne la vita
senza una via d'uscita
nun se combina gnente.
 DIFETTO DE PRONUNZIA
Er Re, finito er giro der castello,
chiese ar guardiano: - E dov'avete messo
quer Pappagallo che strillava spesso
"Viva la libbert!", dietr'ar cancello?
Ancora me ricordo de la pena
che prov l'avo mio quanno l'intese;
s'interess der fatto e a propie spese
decise d'allungaje la catena. -
Er guardiano rispose: - Ancora campa:
ma je s' rotto er becco p'er motivo
ch'ogni tanto faceva er tentativo
de levasse l'anello da la zampa.
Mo' sta avvilito, povera bestiola,
e ogni vorta che chiacchiera, s'ingrifa:
invece de di' "viva" dice "fifa"...
e 'r rimanente je s'incastra in gola.
1936
 LA VERGINELLA CON LA CODA NERA
C'era una vorta una regazza onesta
chiamata Annuccia, onesta a un punto tale
che spesso inciampicava pe' le scale
pe' nun volesse tir su la vesta;
da questo immagginateve er tormento
ne le giornate che tirava vento.
Era un'esaggerata, ve l'ammetto,
ma queste qui so' favole e d'artronne
in quer tempo er pudore de le donne
incominciava da lo stivaletto;
invece, m, principia dar ginocchio
e je finisce dove ariva l'occhio.
Per 'sta verginella casta e pura,
'st'esempio d'innocenza a tutta prova,
'sto specchio d'onest, che nun se trova
nemmanco su li Libbri de Lettura,
per quanto fosse bona e fosse bella
era finita pe' rest zitella.
Perch ogni tanto, quanno un giovenotto
ciannava co' l'idea de fa' l'amore,
davanti a quelo straccio de pudore
pensava: - Quarche buggera c' sotto:
senn come se spiega 'sta vergogna?
che ciabbia, Dio ce libberi, la rogna? -
Successe che una sera un pretennente,
ch'era rimasto sempre a bocca asciutta,
disse che Annuccia, no, nun era brutta
ma la guastava un certo inconveniente,
perch l'aveva vista quarche vorta
dar bucio de la chiave de la porta.
Dice: -  per quello che nun l'ho sposata:
se tratta d'un difetto troppo grosso...
Immagginate un po' che sotto l'osso
ci una spece de coda intorcinata:
lunga, nera, pelosa e quer ch' buffo
la punta je finisce con un ciuffo. -
E la notizzia, uscita dar caff,
imbocc difilata un'osteria,
fece una capatina in farmacia,
a la Posta, ar teatro... finacch
Annuccia se chiam da quela sera
"la Verginella con la coda nera".
Un giorno, mentre usciva dal lavoro,
trov un signore che je sbarr er passo
e se vidde davanti un omo grasso
che sorrideva co' li denti d'oro.
- Giacch - je disse - l'ho trovata sola,
permette che j'appunti una parola? -
L per l, la regazza s'arintese:
- Per chi me pija? Vada via! - Ma, appena
fiss nell'occhi quela luna piena
co' li baffetti rossi a la cinese,
cominci a ride... e se la donna ride
a la lunga nun va che se decide.
Infatti cambi tono: - Abbia pazzienza:
ma capir, che l'omo d'oggiggiorno,
qualunque donna vede, je va intorno,
fa er cascamorto, pija confidenza
e doppo je s'intrufola per casa
come l'amico drento la cerasa.
Ma, in fonno, lei, dev'esse un bonaccione...
- Oh! - fece lui - co' me p sta' tranquilla.
- Come se chiama? - Tappo, pe' servilla...
- E che mestiere fa? - Sno er trombone:
per, se  vero quello che si dice,
presto diventer ricco e felice!
Nun  la prima vorta che da un danno
ce se ricava un certo tornaconto;
per questo je dichiaro che so' pronto
a sposalla, magari, drento l'anno:
anzi, se accetta, famo la frittata
a la svrta, cos, cotta e magnata.
- Io - disse Annuccia - me la sentirei;
per vorrei sap dove m'ha vista... -
Dice: - Jersera, gi dar farmacista,
quanno pass, discorsero de lei
e allora solamente seppi come
j'aveveno affibbiato un soprannome...
 vero o no l'affare de la coda?
- e ner di' questo la guard de dietro -
 vero o no ch' lunga pi d'un metro,
che quanno esce da casa se l'annoda?
 vero o no ch' stata una fattura
che je fece una strega, da cratura? -
Lei je stava pe' di': - Sor babbaleo,
qui nun ce stanno code, e in ogni caso
sur corpo mio, ch' liscio come un raso,
nun c' neppure l'anima d'un neo
e tutt'ar pi ce trova un segno solo
prodotto da l'innesto der vajolo. -
Ma invece prefer de regge er gioco
pe' vede o no se je faceva effetto.
- S. - disse -  vero! Pensi! Che difetto!
- E quant' lunga? - Un metro, pressappoco...
- Ma allora - strill quello -  affare fatto!
Bisogna firm subbito er contratto...
E m je spiego come sta la cosa.
Mi' zio, che guadagn pi d'un mijone
co' la Donna barbuta der Giappone
detta Musm, la Venere pelosa,
ha stabbilito de lasciamme erede
de tutta la fortuna che possiede.
Ma, dato che li srdi de mi' zio
vengheno da un fenomeno, m'ha scritto
che perder qualunquesia diritto
se nun sposo un fenomeno pur'io.
Nun ce speravo pi, ma a l'improviso
la coda sua m'ha aperto er Paradiso! -
Povera Annuccia, come intese questo,
cap che s'era messa in un pasticcio.
- E m - pensava - come me la spiccio?
se chiede un soprallogo, come resto? -
Poi se riprese e sospir: - Purtroppo
je devo confessa che c' un intoppo.
La strega volle famme quer servizzio
perch restassi onesta: e se in trent'anni
nessuno m'ha veduta sottopanni
e ho aggito co' prudenza e co' giudizzio,
se, insomma, nun so' stata compromessa
lo devo pi a la coda che a me stessa.
Per, la strega ha pure stabbilito
che, come premio a la fatica mia,
la coda metta l'ale e voli via
appena me la vede mi' marito;
perch l'onore  bello, ma nun regge
per chi se spoja in nome de la Legge. -
- Purch - rispose Tappo - se combini,
je garantisco de restaje accosto
coll'occhi chiusi e co' le mano a posto
finch nun riscotemo li quatrini:
ma me riservo, appena more zio,
de daje una guardata a modo mio. -
E pe' sfugg da tutti li pericoli
pe' la bona riuscita de l'affare,
agnedero ar paese dove er mare
s'incanala in silenzio ne li vicoli,
mentre l'Amore insonnolito aspetta
le coppie che lo portino in barchetta.
1938
 ANNIVERSARIO
Un anno fa, li ventisei d'aprile,
un Gatto Nero fu trovato morto
coll'occhi spalancati e er muso storto,
accanto a la fontana der cortile.
Tutti l'appiggionanti, a la finestra,
parlaveno der fatto. - Che peccato!
- Quant'era bravo! - fece l'avvocato.
- Quant'era bono! - fece la maestra.
- Quer cane-lupo nun m'ha mai convinto... -
disse er dentista der secondo piano.
- Er caso, certo, se presenta strano...
- disse er pretore, ch'abbitava ar quinto -
In ogni modo escludo l'assassinio... -
E, in questo, comincianno dar portiere,
ereno tutti quanti d'un parere
bench la casa fusse in condominio.
E pe' deppi se misero d'accordo
de pag mezzo litro a lo scopino
che seppell la bestia ner giardino,
con un mattone sopra pe' ricordo.
Ma er tempo vola, sfoja er calendario,
strappa li giorni, frulla li pensieri,
e li rimpianti, spesso e volentieri,
sfumeno prima de l'anniversario.
A un anno de distanza  naturale
che nessuno ritorni co' la mente
a quela pover'anima innocente
finita cos presto e cos male.
Ma er capo de li Sorci, gi in cantina,
commemora l'eroe ch'ebbe er coraggio
de rosica quer pezzo de formaggio
avvelenato co' la strichinina.
Dice: - V'aricordate? Oggi fa l'anno.
"Compagni! - ce strill - la morte mia
sar la vita vostra!" E scapp via
co' la speranza d'incontr er tiranno.
Fu affare d'un minuto. Appena uscito,
er boja Micio l'infroci ar cantone:
una stranita, un mozzico, un boccone...
E tutto ann com'era stabbilito. -
Ecco perch, li ventisei d'aprile,
un Gatto Nero fu trovato morto
coll'occhi spalancati e er muso storto,
accanto a la fontana der cortile.
1940
 LA DISTRAZZIONE DE CUPDO
Dormivo da un par d'ore
quanno intesi un fruscio vicino ar letto:
accenno er lume e vedo un angioletto
ch'era propio Cupdo, er Dio d'Amore.
- Che vi? - je chiedo; e quello,
che stava pe' tiramme una frecciata,
come me vede sbotta una risata
che m'arisona come un campanello.
- Caro Cupido, - dico -
te manna forse Margherita mia?
Solo cos me spiego l'allegria
sincera e fresca der bertempo antico.
- No, vecchio mio, t'inganni:
- m'ha risposto quer boja de Cupdo -
me so' sbajato porta, apposta rido;
io devo fer un core de vent'anni.
 giovene,  felice
e crede vero tutto quer che sogna...
Ma, a l'et tua, che speri? Ormai bisogna
che te contenti de la cicatrice.
1938
 SENSO DE PROPORZIONE
Come s'intese tintic l sotto,
er Re de la Foresta, inferocito,
se fece usc dall'anima un ruggito
pe' da' l'allarme ar Cane polizzotto.
Er Cane corse e j'abbast un'occhiata
pe' vede una Lucertola agguattata.
Ma quanno se tratt de fa' l'inchiesta,
data la dignit che c'era in gioco,
siccome una Lucertola era poco
pe' fa' spavento ar Re de la Foresta,
s'invent d'av visto un Coccodrillo
e tutto quanto ritorn tranquillo.
1938
 AUTARCHIA
Appena ch'er Droghiere mise in mostra
"Il Vero Insetticida Nazionale",
la Mosca disse: - Me far pi male,
ma per lo meno  produzzione nostra.
 ER PICCIONE E ER POLLO
Un Piccione, che stava su la sua,
sent che un Pollo lo chiam fratello.
- Abbada come parli, - fece quello -
ch'io nun so' mica de la razza tua!
Devi pens che un Antenato mio
scese dar celo du' mil'anni fa...
Ma tu, da dove venghi? - E chi lo sa?
- rispose er Pollo - Ci pensato Iddio.
Der resto, lassa fa': tutto er pollame
passa pe' la medesima trafila:
a me, me butteranno ne la pila,
a te, te schiafferanno ner tegame.
1939
 VENDITORE DE FUMO
Er Gatto entr in cucina e rubb un pollo.
Er Coco se n'accorse e, detto fatto,
je corse appresso e l'agguant p'er collo.
- Ma questa  incomprensione! - disse er Gatto -
Nun hai visto che porto
la collarina nera con un bollo,
e chi ci questa qui, nun ha mai torto?
E tengo, pe' de pi, la protezzione
d'un pezzo grosso de li pi potenti,
che me le manna tutte quante bone... -
Er Coco che cap la situazzione
se mise su l'attenti.
Conosco pi d'un gatto ch' disposto
a vende er fumo pe' magn l'arrosto.
1939
 IN GABBIA
Un Leone ruggiva sottovoce.
Er Domatore, appena se n'accorse,
- Che fai? - je chiese - Forse
nun te la senti pi d'esse feroce?
- Macch! - fece er Leone - Me riposo
perch so' stracco d'esse generoso.
 PAPPAGALLO ERMETICO
Un Pappagallo recitava Dante:
"Pape Satan, pape Satan aleppe..."
Ammalappena un critico lo seppe
corse a sentillo e disse: -  impressionante!
Oggiggiorno, chi esprime er su' pensiero
senza spiegasse bene,  un genio vero:
un genio ch' rimasto per modestia
nascosto ner cervello d'una bestia.
Se vi l'ammirazzione de l'amichi
nun faje cap mai quelo che dichi.
1937
 SOFFITTO
In cammera da letto, sur soffitto,
c' dipinta una Venere che dorme,
Apollo nudo, Marte in uniforme
accosto a un Bacco che nun sta pi dritto
e a cavacecio d'una nuvoletta
l'Amore che je tira una saetta.
La pittura era antica, ma da un anno
 diventata quasi futurista
pe' via ch'er lavandino der dentista,
ch'abbita sopra a me, faceva danno,
e a furia de patacche e sbavature
m'ha scombinato tutte le figure.
Venere stessa nun s'ariconosce,
l'Apollo m' rimasto senza lira,
l'Amore fa la mossa ma nun tira
e Marte ci tre bozzi su le cosce.
Se l' cavata Bacco solamente
e in questo l'acqua  stata inteliggente.
E m, come me svejo la matina,
ripenso a 'ste figure e me ciaccoro,
perch li confidavo solo a loro
li sogni che facevo a la supina,
quanno m'immagginavo che la vita
fosse una strada commoda e pulita.
E allora fumo. Fumo finattanto
che me resta la cammera annebbiata:
ogni illusione persa  una boccata
ch'esce con un sospiro de rimpianto,
e sento quasi l'inutilit
de quer ch' stato e quello che sar.
Ma appena che intravedo er dio der vino
ch'arza er bicchiere e ride come un matto,
scivolo gi dal letto e dettofatto
spalanco la finestra der giardino,
e mentre guardo er fumo che va via
me bevo er sole e m'empio d'allegria.
 PRIMAVERA
Er sole che tramonta appoco appoco
sparisce fra le nuvole de maggio
gonfie de pioggia e cariche de foco:
cento ricordi brilleno in un raggio,
cento colori sfumeno in un gioco.
Sur vecchio campanile der convento
nun c' la rondinella pellegrina
che canta la canzona der momento:
per, in compenso, romba e s'avvicina
un trimotore da bombardamento.
 SPARI
- Che succede laggi? fanno li giochi?
- chiedeva er Pettirosso a la Beccaccia -
 tanta, ormai, la gente che va a caccia
che daje e daje resteremo in pochi.
- Emb, che ce vi fa'? Nun c' riparo!
- rispose la Beccaccia - Capirai,
oggi de schioppi ce ne stanno assai
e c' un fottio de porvere da sparo.
Bisogna pazzient fin'ar momento
che quarche legge nun distinguer
chi ce fucila per necessit
da chi ciammazza pe' divertimento.
1939
 LA FESTA DER SOMARO
Le Capre compativeno er Somaro:
- Quanto devi soffr co' 'sta capezza!
- Mah! - fece lui - quann'uno ce s'avvezza
finisce che je serve da riparo.
Eppoi, se la domenica er padrone
me porta in giro, dove c' la fiera,
co' li pennacchi e co' la sonajera,
me scordo tutto. Che soddisfazzione!
1938
 L'INTERROGATORIO
- Ve chiamate? - Pinocchio.
- Fijo? - D'un tavolino.
- Che professione fate? - Er burattino,
ma sto in riposo pe' nun da' nell'occhio.
- E quanno lavorate chi s'incarica
de mette in movimento le rotelle?
- Che c'entra? Faccio ride a crepapelle
senza bisogno de nessuna carica.
1938
 NERONE
Nerone aveva chiesto ar Generale:
- Che penseno de me? Vorrei sapello.
Dicheno che so' brutto o che so' bello?
Dicheno che fo bene o che fo male?
Siccome in fonno nun ce vedo chiaro,
cerca de bazzic quarch'osteria... -
Quello rispose: - S, pe' parte mia
me posso travest da carbonaro.
Vado, bevo un goccetto, faccio er tonto,
je reggo er gioco, je do spago eppoi
a mezzanotte torno qui da voi
a favve tuttoquanto er resoconto. -
E, l, se tinse er grugno de carbone,
se messe una giaccaccia e serio serio
agnede a l'osteria der Cazzimperio
framezzo a li gregari de Nerone.
- Bottega! - dice - Mezzo litro asciutto! -
E locco locco se pij una sedia,
se guard intorno, fece la commedia,
finse d'appennicasse e intese tutto.
Torn a la Reggia ch'era mezzanotte.
- Emb? - chiese Nerone - che se dice?
Racconta... Com'annamo? - A burr'e alice!
La gente magna, beve e se ne fotte...
Data, per, la folla cos enorme,
quarche scontento... veramente c'era...
Sciocchezzole, lo so... Ma un'antra sera
 mejo ch'io ce vada in uniforme...
- Va' l! - strill Nerone - e fila dritto!
Se t'amanca er coraggio, come pare,
de parl franco e di' le cose chiare,
abbi la furberia de statte zitto.
1942
 LO SPARVIERO
Uno Sparviero aveva preso un Tordo.
- Perch me vi fa' male?
- je strillava l'ucello - Me ricordo
che un giorno pure l'Aquila reale
me prese e me lasci.
- Ma quella  la Reggina de l'ucelli:
- rispose lo Sparviero - e una Reggina
se mette in vista co' li gesti belli.
Invece, io, se fo 'sta bona azzione,
resto sempre un ucello de rapina
e perdo una bellissima occasione.
1931
 RICONOSCENZA
- Fateme largo! - commann un Mijardo
a un Quatrinello che je stava intorno -
Ormai ci un nome e merito riguardo.
- Lo so: - disse er Centesimo -
ancora me ricordo de quer giorno
che te tenni a battesimo...
 ER LUPO E ER MICIO
Un Lupo, che scann cinque Capretti
in poco meno d'una settimana,
riun tutti l'amichi ne la tana
per uno de li soliti banchetti.
Fra l'invitati c'era pure un Micio
che magnava in silenzio. - E tu che fai?
- je chiese er Lupo - che nun ridi mai,
manco se te costasse un sacrificio?
Invece de sta' tutti in allegria
te ne rimani l come un salame...
- Io - disse er Micio - magno perch ho fame
ma nun festeggio la vijaccheria.
1938
 STELLA CADENTE
Quanno me godo da la loggia mia
quele sere d'agosto tanto belle
ch'er celo troppo carico de stelle
se pija er lusso de buttalle via,
a ognuna che ne casca penso spesso
a le speranze che se porta appresso.
Perch la gente immaggina sur serio
che chi se sbriga a chiede quarche cosa
finch la striscia resta luminosa,
la stella je soddisfa er desiderio;
ma, se se smorza prima, bonanotte:
la speranzella se ne va a fa' fotte.
Jersera, ar Pincio, in via d'esperimento,
guardai la stella e chiesi: - Bramerei
de ritrovamme a tuppert co' lei
come trent'anni fa: per un momento.
Come star Lull? dov' finita
la donna ch'ho pi amato ne la vita? -
Allora chiusi l'occhi e ripensai
a le gioje, a le pene, a li rimorsi,
ar primo giorno quanno ce discorsi,
a quela sera che ce liticai...
E rivedevo tutto a mano a mano,
in un nebbione piucchemmai lontano.
Ma ner ricordo debbole e confuso
ecco che m' riapparsa la biondina
quanno venne da me quela matina,
giovene, bella, dritta come un fuso,
che me diceva sottovoce: -  tanto
che sospiravo de tornatte accanto! -
Er fatto me pareva cos vero
che feci fra de me: - Questa  la prova
che la gioja passata se ritrova
solo nel labirinto der pensiero.
Qualunquesia speranza  un brutto tiro
de l'illusione che ce pija in giro. -
Per ce fu la mano der Destino:
perch, doppo nemmanco un quarto d'ora,
giro la testa e vedo una signora
ch'annava a spasso con un cagnolino.
Una de quele bionde ossiggenate
che perloppi ricicceno d'estate.
- Chiss - pensai - che pure 'sta grassona
co' quer po' po' de robba che je balla
nun sia stata carina? - E ner guardalla
trovai ch'assommava a 'na persona...
Speciarmente er nasino pe' l'ins
me ricordava quello de Lull...
Era lei? Nu' lo so. Da certe mosse,
da la maniera de guarda la gente,
avrei detto: -  Lull, sicuramente... -
Ma ner dubbio che fosse o che nun fosse
richiusi l'occhi e ritornai da quella
ch'avevo combinato co' la stella.
1938
 DIMOSTRAZIONE
Er Re s'era affacciato tra l'evviva
e salutava tutti co' la mano.
-  impressionante! - disse er Ciambellano -Guardi laggi la gente dov'ariva!
Io credo che una folla cos immensa,
co' 'st'entusiasmo, nun s' vista mai! -
Er Sovrano rispose: - Strilla assai...
Per vorrei sap come la pensa.
1938
 MULO
Er Mulo  un animale inteliggente,
perch se nun se fida
dell'Omo che ci in groppa e che lo guida,
disubbidisce raggionatamente.
Nun s'aribbella mai, ch nun s'azzarda:
ma quanno  richiamato dar padrone
co' quarche setacciata pi gajarda,
appena ch'intravede un precipizzio,
s'incammina sull'orlo der burrone...
Er Mulo  un animale de giudizzio.
 SORDO
De tanto in tanto me ritorna in mente
un vecchio che veniva a casa nostra,
un vecchio che rideva con un dente:
j'era rimasto quello solamente
e lo teneva in mostra.
Quanno ce chiacchieravo m'aricordo
che me dava raggione in tutto quanto
perch nun m'accorgessi ch'era sordo;
qualunque buggiarata raccontavo,
diceva: - Bene! Bravo!
Giustissimo! D'accordo! -
E soddisfatto se n'annava via
co' quela risatina permanente,
co' quelo scampoletto d'allegria.
Pur'io, da un po' de tempo, me so' accorto
d'esse duro d'orecchie, dar momento
ch'approvo certe cose che nun sento
e do raggione a tanti ch'hanno torto.
Pur'io je dico: -  vero!  naturale!
La penso tale e quale!... -
Ma ci sempre a bon conto
un sorisetto pronto.
1940
 CAMMERA AMMOBBIJATA
Quanno ne li momenti d'allegria
ripenso a quarche buggera passata,
me ne rivado co' la fantasia
in quela cammeretta ammobbijata
dove quann'ero giovane aspettai
la bella donna che nun viddi mai.
La sora Pia me disse: - Signorino,
se volesse pass verso le sei
a Via dell'Orso, dieci, mezzanino,
je manno un tipo come piace a lei:
un bocconcino propio da poeta... -
E se baci la punta de le deta.
Perch 'sta sora Pia, che da l'aspetto
pareva una degnissima signora,
s'affittava la cammera da letto,
tutto compreso, a dieci lire l'ora,
e spesso combinava l'abbordaggio
co' quarche scampoletto de passaggio.
- Io - disse - n'ho vedute de regazze:
ma co' quell'occhi, mai! So' color celo:
che, quanno li ti bassi, le pennazze
je fanno un'ombra blu, che pare un velo.
Eppoi che bocca! Fra le tante cose
ce se diverte a mozzic le rose.
Ecco la chiave. Vada pure franco;
trover scritto su la porta mia:
"Pia Sbudinfioni, cucitrice in bianco".
Entri e l'aspetti; eppoi, quanno va via,
me rimette la chiave ner cantone
dedietro ar busto de Napoleone. -
Nun ve dir le smanie de quer giorno!
Appena entrato ne la cammeretta
smicciai le cose che ciavevo intorno:
el letto, er commodino, la toletta
capii che m'aspettaveno, ma senza
damme neppuro un po' de confidenza.
Rivedo in un ritratto scolorito
la sora Pia, coll'abbito da sposa,
arrampicata ar braccio der marito
che, propio sur pi bello de la posa,
aveva fatto un segno de protesta
perch la bomba nun je stava in testa.
Napoleone, ne l'atteggiamento
de chi vede er destino da lontano,
fissava rassegnato un paravento
che invece riparava un lavamano,
e faceva una smorfia co' la bocca
quasi volesse di': sotto a chi tocca!
Co' la speranza de trov un sorriso
me guardai ne lo specchio, ma er cristallo,
spaccato in mezzo, me sformava er viso:
me vedevo li denti de cavallo,
er naso sfranto e l'occhi stralunati
da nun conosce pi li connotati.
- Va' via, ch' mejo... - me diceva er core
che in certi casi nun se sbaja mai -
Se a diciott'anni paghi gi l'amore,
quanno n'avrai cinquanta, che farai?
T'illudi forse che la gioja nasca
cos, a la ceca, come casca casca?
L'amore, quello vero, se conquista.
Tu, invece, te prepari a da' li baci
su la bocca, che ancora nun hai vista,
d'una donna che forse nun je piaci,
ma te far la stessa pantomima
ch'ha fatto a quello che c' stato prima. -
Guardai che or'era: ce mancava poco.
Un po' de sole entrava ne lo specchio
come una freccia e lo mannava a foco.
Pensai: - Ce torner quanno so' vecchio... -
E rimisi la chiave ner cantone
dedietro ar busto de Napoleone.
1938
 L'AFFARE DE LA RAZZA
Ciavevo un gatto e lo chiamavo Aj;
ma, dato ch'era un nome un po' giudio,
agnedi da un prefetto amico mio
po' domannaje se potevo o no:
volevo sta' tranquillo, tantoppi
ch'ero disposto de chiamallo Aj.
- Bisogner studi - disse er prefetto -
la vera provenienza de la madre... -
Dico: - La madre  un'ngora, ma er padre
era siamese e bazzicava er Ghetto;
er gatto mio, per, sarebbe nato
tre mesi doppo a casa der Curato.
- Se veramente ciai 'ste prove in mano,
- me rispose l'amico - se fa presto.
La posizzione  chiara. - E detto questo
firm una carta e me lo fece ariano.
- Per - me disse - pe' tranquillit,
 forse mejo che lo chiami Aj.
1940
 RIMEDIO
Fra Micchele, filosofo sincero
che da tant'anni predica ar deserto,
pe' nun scocci pi l'anima ha scoperto
un tabbacco ch'accommoda er pensiero.
Chi ci quarche ideale, e sur pi bello
s'accorge che j'impiccia e che je pesa,
er frate j'offre subbito una presa
e er tabbacco je scarica er cervello.
- Come sar - je chiesi jerissera -
che in certe cose nun ve d raggione?
- Io te consijo de cambi opinione... -
rispose er frate. E apr la tabbacchiera.
1937
 CACCIA INUTILE
Er vecchio cacciatore co' lo schioppo
guarda per aria e vede un usignolo
che gorgheggia un assolo
tra li rami d'un pioppo.
 tutta quanta un'armonia d'amore
imbevuta de sole e de turchino
che d la pace e t'imbandiera er core.
Come lo chiameremo un cacciatore
che spara su quer povero piumino?
 SERRAJO
Com'entr ne la gabbia der Leone
la Domatrice lo guard nell'occhi:
- Se appena vedi a me nun t'inginocchi,
quann' l'ora der pasto, addio porzione! -
A 'st'uscita er Leone arrot l'ogna:
- Nemmeno - disse - se me copri d'oro
Se vi che t'ubbidisca co' decoro
nun me devi insegn d'esse carogna.
1937
 PROBLEMA DEMOGRAFICO
Che ne sarebbe de l'Umanit
s'uno dicesse ar fijo appena nato:
- T'ho messo ar monno pe' scont er peccato
che fece Adamo seimil'anni fa?
 L'EROE E ER CAVALLO
L'Eroe disse ar Cavallo: - Quanno senti
che scoppieno le bombe, te la svicoli
e t'impunti e t'impenni e te spaventi,
e questo, francamente, nun me va.
Io, invece, che nun penso che a la gloria,
me faccio in mezzo e sfido li pericoli:
ma er nome mio rimane ne la storia
e m'assicuro l'immortalit.
- A me, per, nun me ciavanza gnente,
- je rispose er Cavallo - e quest' er brutto
che, quanno moro io, moro der tutto:
definitivamente.
Ammenoch, magara fra quarch'anno,
ce sia chi m'aricordi indegnamente
ner monumento equestre che te fanno.
Dovrebbero scorp sur piedistallo:
"Ar Generale Spartaco Falloppa
e un po' pure ar Cavallo
ch'ebbe er coraggio de tenello in groppa".
1943
 LA LUCCIOLA
La Luna piena minchion la Lucciola:
- Sar l'effetto de l'economia,
ma quel lume che porti  debboluccio...
- S, - disse quella - ma la luce  mia!
 LUPA ROMANA
Er giorno che la Lupa allatt Romolo
nun pens n a l'onori n a la gloria:
sapeva gi che, uscita da la Favola,
l'avrebbero ingabbiata ne la Storia.
 ER NANO ORM, LO SPIRITO FOLLETTO
Spesso la sera quanno vado a letto,
appena smorzo el lume e chiudo l'occhi,
m'accorgo dar rumore de li scrocchi1
ch' uscito Orm, lo Spirito Folletto,
pe' famme com'ar solito un'inchiesta
su quello che me passa pe' la testa.
Che muso ciabbia Orm nun posso dillo
perch nun se fa vivo che a lo scuro;
in mente mia, per, me lo figuro
uguale ar Nano toppacchiolo e arzillo
che intravedevo fra la veja e er sonno
s'un vecchio paralume de mi' nonno.
Che sia lui stesso lo dovrei presume
da un occhio che je schizza una favilla,
l'occhio che je cecai con una spilla
quanno correva intorno ar paralume,
e forse  co' quer razzo che me spia
ner labirinto de la fantasia.
Cos, stanotte, che ripenso ar Nano
con una spece de presentimento,
come appizzo l'orecchie, me te sento
la credenza che scrocchia a tutto spiano
e scopro Orm dedietro a un razzo d'oro
che m'incomincia subbito el lavoro.
Me scova li ricordi pi lontani,
discute a tu per tu co' li pensieri,
da le minchionerie ch'ho dette jeri
a quelle, spero, che dir domani,
e cerca e scopre e giudica e s'informa
che idee ci in mente prima che m'addorma.
Ecco perch stanotte me fa vede
tutte le cose che pijai sur serio
quanno guardavo er monno cr criterio
che la gente parlasse in bonafede,
comprese l'immancabbili illusioni
che m'insognavo ne li tempi boni.
Le riconosco subbito, purtroppo:
ma nun so' pi n gioveni n belle;
passa la Libbert co' le stampelle,
passa la Fratellanza co' lo schioppo,
vicino a quela povera Uguaglianza
che ci er compasso su la parannanza.
Ecco la Verit co' la mordacchia
fra quelli che je soneno la tromba;
la Pace che, in mancanza de colomba,
s' fatta rimorchi da la cornacchia;
ecco la Civirt con un lumino
in cerca der rifuggio pi vicino.
Passa la Carit co' la Giustizzia...
Ma nun so pi se dormo o se sto svejo:
le vedo un po' confuse... Sar mejo
ch'aspetti un'occasione pi propizzia...
Infatti puro er Nano pe' prudenza
s'agguatta ne la solita credenza.
1942
 LA FINE DER FILOSOFO
Appena entr ne la foresta vergine
er Professore de filosofia,
tutte le scimmie scesero dall'arberi
co' l'intenzione de cacciallo via.
Ma l'Omo disse: - No, nun  possibbile
che torni a fa' er filosofo davero
in una societ piena de trappole
dove l'Azzione buggera er Pensiero.
Oggi, quelo che conta so' li muscoli:
co' la raggione nun se fa un bajocco...
Mejo le scimmie! - E er povero filosofo
s'arampic su un arbero de cocco.
1940
 L'ACQUA
La pila bolle e l'Acqua va sur Foco
ch'a poco a poco frccica e se smorza.
- Perch - je chiede l'Acqua - te lamenti
se sei tu stesso che me dai la forza? -
(Chi riscalla la testa de le folle
tenga d'occhio la pila quanno bolle).
1941
 UN PUGNALE
Vedete 'sto pugnale? Lo trovai
tant'anni fa, piantato in un cipresso.
A che  servito? Me lo chiesi spesso...
Forse... un delitto? Nu' lo seppi mai.
Sopra la lama, inciso da una parte,
c' scritto in stampatello: "Fede mia";
ma siccome nun so che fede sia
l'addopro solo come tajacarte.
1941
 ER TESTAMENTO DE MEO DEL CACCHIO
Oggi li ventinove de febbraro
der millenovecentotrentasette,
doppo bevuto dodici fojette
assieme ar dottor P., reggio notaro,
bench nun sia sicuro de me stesso
dispongo e stabbilisco quanto appresso.
Io sottoscritto, Meo del Cacchio, lascio
li vizzi e l'abbitudini cattive
a mi' nipote Oreste che, se vive,
n'ha da fa', come me, d'ogni erba un fascio,
se invece more passo l'incombenza
a un istituto de beneficenza.
Lascio a l'Umanit, senza speranza,
quer tanto de bon senso e de criterio
che m'ha ajutato a nun pij sur serio
chi un giorno predic la Fratellanza,
eppoi, fatti li conti a tavolino,
condann Abbele e libber Caino.
Lascio un consijo a Zeppo er cammeriere,
che se lamenta d'esse trovatello,
de nun cerc se er padre  questo o quello,
ma cerchi de fa' sempre er su' dovere
pe' rende conto solamente a Dio
s' fijo d'un cristiano o d'un giudio.
Lego er pudore de li tempi antichi
a un vecchio professore moralista
che pe' copr le porcherie pi in vista
spojava tutti l'arberi de fichi,
ma a la fine, rimasto senza foje,
lasci scoperte quelle de la moje.
Lascio a Mim le pene che provai
quanno me venne a da' l'urtimo addio:
- M'hai troppo compromessa, cocco mio...
Qua bisogna finilla, capirai...
Pippo sa tutto... nun  pi prudente...
(E invece Pippo nun sapeva gnente!)
A l'avvocato Coda, perch impari
a vive co' la massima prudenza,
je lascio quela "crisi de coscenza"
che serve spesso a sistem l'affari
e a mette ne lo stesso beverone
la convenienza co' la convinzione.
A un'eccellenza... (scuser l'ardire)
je lascio invece un piccolo rimprovero:
perch, dieci anni fa, quann'era povero,
annava a caccia de le cinque lire
e adesso che n'ha fatte a cappellate
nun riconosce pi chi je l'ha date?
A Tizzio, a Caio e a tutti queli fessi
rimasti sconosciuti fin'a quanno
nun so' arivati a un posto de commanno
je lascio er gusto d'ubbid a se stessi:
cos a la fine de la pantomima
ritorneranno fessi come prima.
A Mario P., che doppo er Concordato
nun attacca pi moccoli e va in chiesa,
je lascer, sia detto senza offesa,
er sospetto che ciabbia cojonato
e fosse pi sincero ne li tempi
quanno ce dava li cattivi esempi.
Lego ar portiere mio, ch' sordomuto,
la libbert de di' come la pensa,
e a Giovannino l'oste, in ricompensa
de tutt'er vino che me so' bevuto,
je legher le verit sincere
rimaste in fonno all'urtimo bicchiere.
Lascio a Zi' Pietro un po' de dignit,
che ci perfino la gattina mia
che appena ha fatto quarche porcheria
la copre co' la terra e se ne va,
mentre Zi' Pietro, invece de coprilla,
ce pass sopra e fabbric una villa.
Lascio a l'amichi li castelli in aria
ch'ho fabbricato ne la stratosfera,
dove ciagnedi in volo quela sera
con una principessa immagginaria
e feci un atterraggio de fortuna
in mezzo a la risata de la luna.
E a mi' cuggino Arturo, che nun bada
che a le patacche de la vanagloria,
lascio l'augurio de piant la boria
pe' vive in pace e seguit la strada
senza bisogno de nessun pennacchio,
ma sempre a testa dritta! MEO DEL CACCHIO
 VINO BONO
Mentre bevo mezzo litro
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co' le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant' buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cr salnitro e co' la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una spece d'animale:
pare un'aquila reale
co' la coda de cornacchia.
L c' un orso, qui c' un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s'intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l'Amore e da la Fede...
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento;
sar sbronzo, ma me sento
pi tranquillo e pi sicuro.
1940
 ER NANO DIPLOMATICO
Re Bomba era severo, ma in compenso
quanno vedeva Picchiabb er buffone,
un vecchio Nano pieno de bon senso
e sincero secondo l'occasione,
incominciava a ride e er bon umore
riusciva sempre a intenerije er core.
Er Re, una notte, propio sur pi bello
che s'era scatenato un temporale,
strillava: - Qua finisce in un macello!
in un acciaccapisto generale!
A me la spada! A me er cimiero! Al!
La corazza, lo scudo! Tutto a me! -
Ammalappena Picchiabb s'accorse
che discoreva solo come un matto,
je chiese: - Sire, a che ripensi? Forse
a quer discorso storico ch'hai fatto
quanno li cortiggiani hanno saputo
che un sorcio ha rosicato lo Statuto?
- Ma che Statuto! La questione  seria:
se tratta invece d'affront er nemmico! -
disse er Sovrano: e doppo un'improperia
se dette una tirata ar pappafico;
ch er Re faceva sempre quela mossa
quanno capiva de sparalla grossa.
- Sappi - je disse poi - che stammatina
un'Ape ch'era entrata ne la serra
ha dato un bacio in bocca a la Reggina!
Nun c' gnente da fa': ce v la guerra!
Vojo che tutte l'Ape a mille a mille
venghino trapassate da le spille.
Purch nun piova troppo o tiri vento
domani stesso parler a la folla
su la portata de l'avvenimento
e la far scatt come una molla!
L'ora  solenne:  bene ch'er Paese
s'armi, combatta e vendichi l'offese! -
La prima idea che venne in mente ar Nano
fu quella de parlaje chiaramente;
voleva dije: "Sire, vacce piano:
guardamo se c' tutto l'occorente,
ch spesso nun se pensa e nun s'abbada
che li nemmichi crescheno pe' strada.
L'Ape so' tante, pi de quer che pare:
e se domani fanno un'alleanza
co' le Mosche, le Vespe e le Zanzare,
un'incursione sola basta e avanza;
ch tra pizzichi e mozzichi in du' botte
ce fanno un grugno come un'or' de notte.
Eppoi ce stanno le materie prime:
perch se l'Ape nun ce manna er miele
chi fa li pasticcetti der reggime?
E se manca la cera? Addio candele!
Er popolo rimane de sicuro
a bocca asciutta e perdeppi a lo scuro.
Tu, che studi le cose a tavolino
e vedi tutto chiaro e tutto tonno,
piji l'abbonamento cr destino
spalanchi la finestra e parli ar monno,
ma appena la richiudi e te ritiri
cominceno li lagni e li sospiri."
Er Nano, invece, se ne stette zitto,
e da bon diplomatico com'era
je disse: - Sire, sei ner tu' diritto.
Nun te scord, per, che a primavera,
se l'Ape vede un fiore, je va addosso
e lo succhia e lo lecca a pi nun posso.
E dove c' 'na rosa profumata
mejo de la Reggina? nu' la senti
che quanno passa lascia la passata
da fa' scombussol li sentimenti?
L'Ape ch'avr sentito quel'odore
ha pijato la bocca per un fiore. -
A 'st'uscita Re Bomba perse er fiato,
e queli stessi muscoli der viso
che prima lo teneveno inciurmato
spianarono le rughe a l'improviso,
e fu in quer gioco de fisonomia
che ritorn la pace e l'allegria.
- 'Sta vorta tanto, ne faremo a meno... -
disse er Sovrano, e s'affacci a la loggia.
Guard per aria: er celo era sereno.
La luna, rinfrescata da la pioggia,
rideva pi der solito e le stelle
pareveno pi limpide e pi belle.
1942
 LA GUIDA
Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse: - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, ch la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te dar una voce
fino l in fonno, dove c' un cipresso,
fino l in cima, dove c' la Croce... -
Io risposi: - Sar... ma trovo strano
che me possa guid chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pij la mano
e sospir: - Cammina! - Era la Fede.
1942
 LA STELLA
La Pecorella vidde ch'er Pastore
guardava er celo pe' trov una stella.
- Quale cerchi? - je chiese - forse quella
che porter la Pace,
che porter l'Amore?
- La stella c', ma ancora nun se vede...
- je rispose er Pastore - Briller
appena sar accesa da la Fede,
da la Giustizzia e da la Carit.
1942
 LI DU' SOCI
Un Cane e un Gatto, per un anno e passa,
aveveno rubbato gi a man bassa
pe' tutte l'osterie de la citt.
Meno quarche infortunio sul lavoro
annaveno d'accordo fra de loro
come succede in tante societ.
Ma un giorno che magnaveno un preciutto,
er Cane c'ebbe, forse pe' prudenza,
una de quele "crisi de coscienza"
che vanno adesso e che so' bone a tutto.
- No, - disse - me ne vado.  disonesto
che un amico dell'omo faccia questo!
 un ber pezzetto che te reggo er sacco;
nun vojo che me resti 'sta nomea... -
Er Micio je strill: - Brutto vijacco!
Hai tradito l'Idea! -
E ognuno espose l'opinioni sue
sur modo o no d'esse fedele ar patto;
per chi aveva torto? er Cane o er Gatto?
o aveveno raggione tutt'e due?
 LE CARICHE
- Perch - chiese la Vorpe ar Re Leone -
avete messo un Lupo a la Giustizzia?
Pe' le Pecore  un guajo, e la notizzia
j'ha fatto una bruttissima impressione:
ch er Lupo, quanno batte la campagna,
tante ne vede e tante se ne magna.
-  inutile che fai l'umanitaria,
- je rispose er Leone - ch a la fine
tu sai quer ch'hanno detto le Galline
quanno t'ho nominata fiduciaria...
Se un Re guardasse er sentimento interno
de chi ariva ar potere, addio Governo!
1944
 LA LEPRE SINCERA
Una Lepre diceva: - Io so' prudente.
Se passa un Cacciatore da lontano,
m'intrufolo ner bosco piano piano
e me la cavo dignitosamente.
Per se vedo un Cane che me spia,
e ci er sospetto che finisce male,
la prudenza me cresce a un punto tale
che diventa paura... e scappo via!
1944
 LA RICETTA MAGGICA
Rinchiuso in un castello medievale,
er vecchio frate co' l'occhiali d'oro
spremeva da le glandole d'un toro
la forza de lo spirito vitale
per poi mischiallo, e qui stava er segreto,
in un decotto d'arnica e d'aceto.
E diceva fra s: - Co' 'st'invenzione,
che mette fine a tutti li malanni,
un omo camper pi de cent'anni
senza che se misuri la pressione
e se conserver gajardo e tosto
cr core in pace e co' la testa a posto.
Detto ch'ebbe cos, fece una croce,
quasi volesse bened er decotto;
ma a l'improviso intese come un fiotto
d'uno che je chiedeva sottovoce:
- Se ormai la vita  diventata un pianto
che scopo ciai de fallo camp tanto?
Devi curaje l'anima. Bisogna
che, invece d'esse schiavo com' adesso,
ridiventi padrone de se stesso
e nun aggisca come una carogna;
pe' ritrov la strada nun je resta
che un mezzo solo e la ricetta  questa:
"Dignit personale grammi ottanta,
sincerit corretta co' la menta,
libbert condensata grammi trenta,
estratto depurato d'erba santa,
bonsenso, tolleranza e strafottina:
(un cucchiaro a diggiuno ogni matina)".
1944
 NUMMERI
- Conter poco,  vero:
- diceva l'Uno ar Zero -
ma tu che vali? Gnente: propio gnente.
Sia ne l'azzione come ner pensiero
rimani un coso vto e inconcrudente.
Io, invece, se me metto a capofila
de cinque zeri tale e quale a te,
lo sai quanto divento? Centomila.
 questione de nummeri. A un dipresso
 quello che succede ar dittatore
che cresce de potenza e de valore
pi so' li zeri che je vanno appresso.
1944.

 FEDE.
Credo in Dio Padre Onnipotente. Ma...
- Ciai quarche dubbio? Tiettelo per te.
La Fede  bella senza li "chiss",
senza li "come" e senza li "perch".
 CHIAROSCURO
Giustizzia, Fratellanza, Libbert...
Quanta gente ridice 'ste parole!
Ma chi le vede chiare? Iddio lo sa!
Er Gallo canta quanno spunta er sole,
er Gufo canta ne l'oscurit.
1944.

 FELICIT
C' un'Ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va...
Tutto sommato, la felicit
 una piccola cosa.
...
.
...
FINE.